Allora Stefano aveva ragione, era ora, ma....

Il Manifesto
04.09.2012
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Allora Stefano aveva ragione, era ora, ma....

di Stefania Limiti * 

Trenta anni fa, nei primi giorni di settembre, il falco israeliano Ariel Sharon, ministro della Difesa di Tel Aviv, forse aveva già  cominciato a progettare, insieme ai militari fascisti del Libano, una vendetta esemplare contro il popolo palestinese. L'efferatezza del massacro pianificato e realizzato nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila tra il 16 e il 18 di quel mese, scattato proprio subito dopo la triste partenza in nave da Beirut del capo della resistenza, Yasser Arafat, concordata con le forze multinazionali, resta nelle coscienze di tutti: non solo delle vittime, di chi subì i lutti o l'oltraggio sul proprio corpo e ne porta ancora i segni visibili sulla pelle, ma anche del resto del mondo che guarda attonito, mortificato e impotente il compiersi della strage per due lunghissimi giorni e due interminabili notti. Stefano Chiarini, una delle firme più note e amate del manifesto, ancora oggi pianto in Palestina e nei campi poverissimi del Libano, sentiva proprio che doveva intestardirsi, come lui sapeva ben fare, e non lasciare che la memoria di quel delitto, il più simbolico dei tanti che hanno colpito i palestinesi perché frutto di una pura volontà di ritorsione e umiliazione di quel popolo, scomparisse: fondò perciò, insieme a Kassem Aina, coordinatore delle Ong palestinesi in Libano, e Talal Salman, direttore del prestigioso quotidiano libanese Al Safyr, e a tanti altri, il Comitato Per non dimenticare Sabra e Shatila.
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Da allora, era il 2000, ogni anno, fino a quando il suo cuore non si è fermato, nel febbraio del 2007, portava tanta gente a Beirut per commemorare la strage. Stefano aveva proprio ragione, se oggi il principale quotidiano nazionale, Il Corriere della sera, ha inviato uno scrittore importante, Paolo Giordano, nei vicoli dell'enorme campo profughi che riunisce oggi le due vecchie aree di Sabra e Shatila e ha pubblicatp nella prima pagina dell'inserto domenicale La lettura un suo bellissimo reportage che ricorda quel crimine contro l'umanità a tutt'oggi completamente impunito.

Leggendo il racconto di Giordano, che riporta con autentica emozione le immagini raccolte durante il suo viaggio di conoscenza, sembrava quasi che gli occhi vivaci di Stefano uscissero da quelle pagine e mi, ci, dicessero: «Avete visto?, Valeva la pena tornare ogni anno in Libano, commemorare la strage lì, con i palestinesi, ricordargli che non sono soli e che noi continueremo a chiedere giustizia»». Sì, aveva ragione, non solo perché ogni anno continuano a venire in Libano moltissime persone che vogliono rivivere quella storia e stare accanto al dolore dei palestinesi (una delegazione del Comitato, circa 70 persone, partirà per Beirut il prossimo 16 settembre) ma anche perché qualcosa forse (forse) è successo, se proprio quel giornale rende omaggio alle vittime palestinesi e pubblica immagini di quella disperazione. Non che non fossero mai tornati sulla vicenda: ma colpisce che da quelle pagine esca la sofferenza di questo popolo a cui è stata strappata la terra e che, profugo, continua ogni giorno a perdere i suoi figli, costretto ancora a subire una violenta occupazione militare. Piace pensare che tutto questo sia frutto anche dello sforzo di Stefano che più di ogni altro in Italia ha impedito che il significato storico, politico e il valore evocativo di quella strage non si disperdesse.

E proprio per questo è necessario rendere omaggio al suo lavoro correggendo l'errore di Giordano laddove descrive il luogo della memoria: nel campo di Sabra e Shatila c'è un luogo dove grazie a Stefano, al Comitato Per non dimenticare Sabra e Shatila e alle folte le delegazioni di questi spesso solitari dodici anni, è oggi possibile portare un fiore sotto una lapide: era la fosse comune dove erano stati sepolti centinaia di cadaveri ed era usata come discarica. Oggi lì c'è un piccolo prato, delle gigantesche foto, anche quella di Stefano perché i palestinesi non dimenticano quello che lui ha fatto. Paolo Giordano parla di «garage dietro un portone marcio chiuso con un lucchetto» e lo indica come il solo luogo di memoria del massacro: sarebbe molto bello se lo scrittore volesse unirsi al Comitato per vedere il luogo reale, quello dove ogni anno si dirige la manifestazione che ricorda quella tragedia (quest'anno è prevista il 18 settembre). I palestinesi non possono dimenticare e noi non dobbiamo dimenticare né fare confusione. Ed infine dico a Giordano: perché affermare che tutto ««il dolore di Sabra e Shatila, tutto il lutto e l'ira dei superstiti siano stati trasformati in propaganda a favore della guerriglia antisraeliana»»? 

Ricordiamoci che quella strage, della quale parlò per primo il grande scrittore Jean Genet, non è mai stata punita nonostante sia da tempo tutto chiaro: dove e chi fossero gli ispiratori (Sharon e i suoi generali che controllavano militarmente i campi) e il nome ed il cognome degli esecutori (i soldati di Samir Geagea, il massacratore di Sabra e Chatila). Ricordiamoci che quella gente, oltre 500 mila persone, vive senza futuro, in un paese dove non hanno cittadinanza e dunque né lavoro né un proprio Stato dove tornare. E nonostante ciò proprio tra i campi profughi del Libano si impara che la resistenza di questo popolo non si è mai trasformata in vendetta. È invece uno degli insegnamenti più commoventi della storia della resistenza palestinese che dura tenacemente da sessant'anni: Stefano Chiarini, così duro e razionale si commuoveva girando dentro quei vicoli, se incrociavi il suo sguardo spesso aveva gli occhi lucidi.

* Comitato Per non dimenticare Sabra e Shatila