La Nakba non consiste solo nella distruzione dei villaggi palestinesi

AIC – Alternative Information Center
26.08.2012
http://www.alternativenews.org/english/index.php/news/opinion/5126-nakba-is-not-only-destroying-palestinian-villages-.html

 

La Nakba non consiste solo nella distruzione dei villaggi palestinesi. 

di Eli Aminov

Anche se il villaggio palestinese e il suo modo di vivere annientati alimentano spesso l’immaginario per la Nakba, sono stati la distruzione sionista delle città palestinesi come pure dei relativi processi di urbanizzazione a risultare veramente decisivi per il movimento sionista e il suo temporale successo. Eli Aminov disvela una storia oscurata.

               majdal

Città palestinese di Majdal, ove nel 1950 gli israeliani eseguirono una pulizia etnica e su ciò che era rimasto venne costruita la città di Ashkelon (Foto Palestine Remembered).

 

 

Quest’anno si commemorano i 65 anni dall’inizio della Nakba palestinese. In realtà sarebbe stato più opportuno farlo dal 29 novembre 1947, giorno in cui l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò il piano di spartizione (risoluzione 181 dell’UNGA). Il Piano di Spartizione fu una decisione illegittima che è stata funzionale alla eliminazione del popolo palestinese in quanto nazione e al furto della sua terra di origine; allo smembramento di questa in parti e alla trasformazione della maggioranza dei suoi figli in profughi. 

La distruzione delle città palestinesi e la deportazione degli abitanti rappresentano l’essenza di questa tragedia, sia per tutto ciò che riguarda il numero delle persone deportate dalle regioni urbane popolose che per lo smantellamento di una cultura urbana vivace e in crescita, che da decine di anni è totalmente svanita. 

In tutto il mondo sopravvive la negazione quasi assoluta della catastrofe del popolo palestinese, e una delle ragioni è data dal totale assenso al Piano di Spartizione. Il Piano di Spartizione fu l’accordo condiviso da parte delle potenze che avevano vinto la Seconda Guerra Mondiale, in primo luogo Stati Uniti e Unione Sovietica, di consegnare la Palestina storica – senza prendere in considerazione gli abitanti originari – a coloni ebrei che si erano insediati in Palestina nel periodo dell’imperialismo britannico. Le potenze hanno attribuito all’inserimento di uno stato nuovo ed estraneo un ruolo importante, quello di un pugnale nel cuore dell’Oriente arabo. Questa strategia garantì la suddivisione dell’Oriente arabo in tante entità politiche che avrebbero agevolato il dominio sulle masse arabe attraverso la coltivazione di regimi arabi corrotti, deboli e dipendenti. Questo è il quadro attraverso il quale esaminare l’essenza dello stato ebraico responsabile di tutto ciò che è successo al popolo palestinese, da allora fino a oggi. 

Comunque, per tutto ciò che riguarda la distruzione delle città della Palestina, anche gli stessi palestinesi per molti anni hanno affrontato questo argomento in tono relativamente minore. Una delle ragioni principali di tutto ciò sta nella mancanza di memoria strutturata delle città palestinesi e della distruzione della cultura palestinese fatta dal sionismo. 

Il fulcro della Nakba palestinese, che negli ultimi anni si è conquistata un rinnovato interesse, è stato e rimane il villaggio palestinese, la sua terra rubata e il romanticismo estetico delle case distrutte. Resta, Invece, confuso nella nebbia l’altro aspetto centrale del processo di espropriazione e di pulizia etnica: il rapporto brutale del sionismo con la città palestinese e la guerra totale scatenata contro queste città fino alla loro cancellazione dal territorio storico oltre che dalla memoria nazionale. Gli sforzi che con costanza l’establishment israeliano consacra ad impedire il rinnovato sviluppo della città araba vengono dissimulati con grande successo. 

Durante il periodo in cui cominciò ad attuarsi la colonizzazione sionista sotto la protezione della sua colonia madre – l’impero britannico – il popolo palestinese si trovava al culmine di un processo che lo portava ad assumere nella propria patria le caratteristiche di un popolo moderno. Di certo la società palestinese era in primo luogo una società rurale, ma la differenziazione sociale che venne introdotta a seguito della penetrazione del capitale europeo, cominciò col creare un sistema di nuove classi sociali basate sulle relazioni capitalistiche. Queste classi erano concentrate principalmente nelle grandi città, Jaffa, Gerusalemme e Haifa, e in quanto classe borghese moderna svilupparono nuove connessioni e nuove istituzioni. Il processo di secolarizzazione che subirono fu intenso, fatto storico questo che è stato ignorato dalla maggioranza degli storici. 

Già all’inizio del mandato britannico, con il cui patrocinio crebbe e si sviluppò la colonizzazione sionista nella zona, le città palestinesi raccoglievano quasi un quarto della popolazione. Questa percentuale era cresciuta a circa il 36% al termine del mandato, vale a dire mezzo milione di persone circa. Rispetto all’intero Medio Oriente, il livello di urbanizzazione della popolazione araba in Palestina era particolarmente elevato. 

Dal punto di vista tecnologico, la Palestina era tra le più avanzate nel Medio Oriente. Ad esempio, il livello della motorizzazione – il numero di automobili per 1.000 persone – era più elevato nella società araba palestinese che in tutti i paesi della regione, a parte il Libano e, nello stesso periodo, era superiore a quello della Bulgaria e della Polonia. Tra la popolazione palestinese il numero delle radio, prodotto nuovo e costoso, era di tre, quattro volte superiore rispetto allo stesso in Siria o in Egitto, in rapporto alla popolazione. Le città, che fungevano da crocevia che mettevano in rapporto la società locale con i cambiamenti, le innovazioni, le invenzioni e le idee di tutto il mondo, divennero la patria di origine delle idee nazionali. 

Nel 1946, in Palestina c’erano 11 città con una popolazione araba superiore ai 20.000 abitanti. In tre di queste – Jaffa, Haifa e Gerusalemme – essa era giunta in ognuna a circa 70.000. Nelle grandi città, non erano sviluppati solo il commercio, le banche, l’industria leggera e i trasporti, ma anche diversi aspetti della vita sociale e culturale: cinema, caffetterie, club, associazioni giovanili e femminili, quotidiani, settimanali, centri sportivi, il teatro e l’apprendimento delle lingue. Malgrado la classe operaia palestinese e le sue organizzazioni fossero più spiccate nelle città, lo sviluppo della vita culturale urbana fu opera principalmente della piccola borghesia. Questo strato sociale si oppose al sionismo e rivolse aspre critiche anche contro la leadership della borghesia-feudale palestinese, che era connessa al capitale straniero, al regime coloniale, alle monarchie arabe ed anche al sionismo. Nonostante esistesse questa classe media locale, essa non fu mai capace di recidere in modo reale i legami con la stessa dirigenza tradizionale-feudale e quindi non sviluppò politiche indipendenti. Comunque, fu questa classe che fornì la leadership ideale per il movimento nazionale, sia nella versione pan-araba che in quella dei palestinesi. L’importanza di questa classe a livello nazionale palestinese era grande, e quindi non è una sorpresa che questa gente e la loro fucina – “la città” – si sia guadagnata l’odio palese del movimento sionista. 

Questo odio aveva un’espressione operativa nella guerra di partizione che gli ebrei chiamano “guerra d’indipendenza” o “guerra di liberazione”. Il terrore seminato dai sionisti tutt’attorno alle tre grandi città di Jaffa, Haifa e Gerusalemme già nel dicembre del 1947 evidenzia una strategia unitaria: danneggiare, nella prima fase, la periferia agricola delle città con l’obiettivo di determinare una carenza alimentare. Nella seconda, sabotare punti strategici all’interno delle stesse, come ad esempio con il bombardamento dell’Etzel [Irgun, n.d.t.] e l’uccisione dei lavoratori arabi delle raffinerie di petrolio di Haifa, che aprì un ciclo sanguinoso di stragi e di vendette; il bombardamento del 4 gennaio 1948 del palazzo Saria in Piazza dell’Orologio a Jaffa ad opera del Lechi, che provocò decine di morti e la distruzione degli archivi della città; il bombardamento del 5 gennaio 1948 dell’Hotel Semiramis, nel quartiere Katamon di Gerusalemme, effettuato dall’Hagana ; e il bombardamento delle case poste nel circondario delle tre grandi città. Il giorno successivo a questi attacchi, un convoglio dell’Hagana attraversò il quartiere Talbiyeh di Gewrusalemme chiedendo tramite un altoparlante che i residenti arabi lasciassero il quartiere – e alcuni di loro effettivamente partirono. La popolazione terrorizzata e disorganizzata venne spinta da parte, spaventata ed espulsa davanti agli occhi completamente chiusi dell’esercito britannico. 

A partire da metà marzo 1948, aumentarono gli atti di esasperazione dell’Hagana contro gli arabi nel quadro di quello che venne denominato “Piano D”. Il massacro di Dir Yassin condotto dall’Etzel e dal Lechi, con l’assistenza dell’Hagana per il blocco militare e il conflitto a fuoco, venne eseguito il 9 aprile 1948. La prima città araba in cui si era conclusa del tutto la pulizia etnica della popolazione araba fu Tiberiade. Il 16 aprile, gli inglesi lasciarono la città e l’Hagana attaccò il villaggio di Nasir ad Din, nei pressi di Tiberiade, un attacco durante il quale vennero uccisi tutti i prigionieri feriti e catturati. Dopo di ciò ebbe inizio il bombardamento della parte araba di Tiberiade e gli inglesi, invece di difendere coloro che venivano attaccati, si resero disponibili per rimuovere la popolazione araba della città. Il 18 aprile 1948, partì il convoglio dei deportati da Tiberiade. 

A Gerusalemme, dopo il massacro di Dir Yassin, la pressione esercitata per sbarazzarsi la restante popolazione araba dai quartieri di Talbiyeh, Bakaa, Abu Tor, Romema, German Colony, Katamon Musrara, tra gli altri, continuò senza sosta. Questi erano tra i più splendidi di Gerusalemme. Le città arabe vennero occupate e “ripulite” per lo più prima del 15 maggio 1948, data in cui, con l’invasione degli eserciti arabi della Palestina, scoppiò ufficialmente la “guerra di indipendenza”. La popolazione urbana araba di Haifa, Tiberiade, Safed e dei quartieri arabi della Gerusalemme meridionale e occidentale era stata per lo più espulsa nel mese di aprile, sotto il naso del governo mandatario britannico. Al fine di accelerare la partenza dei residenti arabi che erano rimasti nelle loro case di Gerusalemme, L’Agenzia Ebraica sparse a giro la voce che le proprietà degli arabi che avevano lasciato le loro case a causa della guerra sarebbero state restituite loro quando i combattimenti si fossero conclusi (Yedioth Ahronot, 04 maggio1948). Tutto ciò, naturalmente, non era altro che un’illusione. Al termine delle battaglie, nelle città arabe rimase meno del 5% della popolazione, e le cifre comprendevano i profughi provenienti dai villaggi del circondario. 

La città palestinese, come fattore rinfocolante che risveglia e promuove idee di tipo sociale e nazionale, venne eliminata, cessò di esistere. La sua assenza rese possibile l’esistenza di un comodo governo militare a buon mercato, che controllò una società priva di leadership e in disgregazione. 

Le uniche città nelle quali rimase una popolazione palestinese considerevolmente numerosa erano Nazareth e Majdal. A Nazareth ebbero paura di mettere in atto una pulizia etnica per l’importanza della città nel mondo cristiano. Perciò i sionisti spinsero entro Nazareth i profughi provenienti dalle zone circostanti, per diluire il substrato urbano della città con una popolazione nuova e non-urbana. 

In Majdal, le cose andarono in modo completamente diverso. La città, della cui popolazione dopo la guerra ne era rimasto solo un quarto, venne trasformata in una sorta di centro di assistenza per i profughi che si intrufolavano di nascosto oltre il confine per arare i propri campi e prendere le loro cose lasciate alle spalle. Il governo militare condusse a Majdan una hamula di beduini collaborazionisti della famiglia Jawarish, in modo che fossero questi a sorvegliare gli abitanti della città. Tutto ciò riuscì solo in parte e il destino dei residenti di Majdan fu così segnato. Il 17 agosto 1950, gli abitanti di Majdan ricevettero l’ordine di espulsione e, alla presenza dei soldati dell’esercito israeliano, furono costretti a firmare delle dichiarazioni secondo le quali essi lasciavano le proprie case di loro spontanea volontà. Nell’ottobre dello stesso anno, vennero trasferiti tutti nella Striscia di Gaza. Sui resti delle loro case venne costruita la città di Ashkelon. 

La distruzione delle città palestinesi e l’impedimento di un loro nuovo sviluppo fu uno degli obiettivi principali per coloro che erano responsabili per gli “affari arabi” nei governi israeliani. Questi “esperti” capirono perfettamente il ruolo svolto dalla città come centro per lo sviluppo sociale e il rafforzamento della coscienza nazionale. La città, a differenza del villaggio, della tribù e dell’hamula, cresce tramite l’azione di individui che ne divengono parte e creano nuove relazioni sociali, umane e culturali. Un’evoluzione di questo tipo ha rappresentato da sempre una minaccia per l’identità israeliana, edificata sui miti sionisti. La creazione materiale e affrettata della nazione ebraico-israeliana potrebbe riuscire in presenza di una popolazione agricola indigena, nomade e primitiva. Tuttavia, l’esistenza di una Palestina urbana, nel passato come nel presente, sovente spaventa l’entità coloniale sionista, fa arenare la sua narrativa, sconvolge i miti che l’hanno creata e distrugge tutte le sue giustificazioni (andrà detto, tra parentesi, che anche la natura dinamica della secolare città israeliana di Tel Aviv oggi viene considerata come una minaccia esistenziale agli occhi di coloro che sventolano le bandiere di quello stesso “sionismo”, e che hanno difficoltà a confrontarsi con i messaggi e le sfide che provengono da una città di questo tipo, cosa questa che esprime la paralisi della prospettiva sionista). 

E’ in tale contesto che dobbiamo capire le iniziative e i metodi ai quali il funzionario israeliano continua a consacrarsi al fine di evitare ad ogni costo il processo di urbanizzazione della società palestinese. Per circa 65 anni tutto ciò si è espresso soprattutto impedendo gli investimenti nell’industria e nello sviluppo, investendo il minimo nel campo dell’istruzione; esaurendo intenzionalmente la popolazione; coltivando una leadership di collaborazionisti di tipo patriarcale e dell’hamula; perseguendo coloro che hanno una visione del mondo nazionale e/o comunitaria; separando, privatizzando, dividendo la popolazione palestinese in “settori”, che comprendono l’invenzione della “nazionalità” drusa; segregando ed espropriando. E’ del tutto evidente che il successo di questi metodi tra i cittadini palestinesi di Israele, incoraggia la loro applicazione in tutte le parti della Palestina. 

Il processo di de-urbanizzazione della società palestinese continua a essere la spina dorsale della strategia sionista dominante nei confronti della società palestinese. Il sionismo non potrà mai permettere che si crei una nuova città palestinese e ancor meno un’università araba, che potrebbe essere l’essenza di una città. I suoi apparati continuano a impedire l’urbanizzazione. Nell’ultimo decennio esso non ha tenuto conto delle richieste fatte in materia da un certo numero di rappresentanti palestinesi, facendo propria la coltura e l’organizzazione del peggioramento delle loro posizioni. E’ in atto una tenace guerra ad oltranza contro ogni tentativo di cambiamento, mediante la divisione e snazionalizzazione della società palestinese, tramite la progettazione di un sistema di istruzione sotto il controllo del Servizio di Sicurezza Generale (GSS), la coltivazione e il rafforzamento dei fondamenti tradizionali, l’isolamento di organizzazioni di base dinamiche, la selezione e la cooptazione della leadership e in primo luogo il blocco dei piani urbanistici. 

I piani di de-urbanizzazione vengono messi in pratica anche nei territori occupati nella guerra del 1967, anche se sono accompagnati da una distruzione sociale profonda, dalla continua uccisione di militanti e di civili e dall’assassinio extragiudiziale di attivisti politici, che, con un linguaggio informale, vengono denominati “omicidi mirati”. Il processo di de-urbanizzazione si è distribuito nell’arco di oltre 65 anni, durante i quali la società palestinese si è trasformata da una nazione che si è consolidata sul terreno della propria patria in un popolo di profughi. Deve essere chiaro a tutti che nel piano sionista nella Palestina storica non c’è spazio per il popolo palestinese – neppure per una parte di esso. Il sogno sionista di veder “scomparire” i palestinesi dalla terra si sta avverando sotto i nostri occhi. 

Questa è la seconda parte della serie “Avversione sionista per la città palestinese” di Eli Aminov.

http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=3802:avversione-sionista-per-la-citta-palestinese-lapartheid-e-antieconomico&catid=22:dossier&Itemid=42 

Eli Aminov è stato membro dell’ex Lega Rivoluzionaria Comunista (Matzpen) ed è fondatore del Comitato per uno Stato Laico Democratico 

(tradotto da mariano mingarelli)