In Libano, far fronte a razzismo e sfruttamento

Nena News
21.08.2012
http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=32611&typeb=0&In-Lebanon-Facing-Racism-and-Exploitation

 

In Libano, dovere far fronte a razzismo e sfruttamento. 

Profughi da lungo tempo in Libano, sono spesso privi di diritti socio-economici e civili, come il diritto al lavoro, l’esercizio di professioni, fare affari e possedere proprietà. 

di Sari Hanafi 

Beirut, 21.08.2012, Nena News – In Libano, i Palestinesi sono profughi da oltre 60 anni e dovrebbero essere chiamati, più propriamente, profughi a tempo prolungato. La loro non invidiabile situazione è da attribuirsi agli effetti dell’inerzia sia del loro paese d’origine che di quello in cui sono rifugiati. I profughi a tempo prolungato in Libano sono spesso privi di diritti socio-economici o civili, quali il diritto al lavoro, quello dell’esercizio di professioni, di fare affari e di possedere proprietà. La maggior parte dei profughi è confinata nei campi o segregata in insediamenti dove dipende in parte dall’assistenza umanitaria e molto spesso vive in condizioni socio-economiche disperate.

                   fp-lebanon-17

 

Situazione socio-economica 

Al momento, in Libano, ci sono oltre 425.640 profughi palestinesi registrati presso l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e il Lavoro (UNRWA). Tuttavia, secondo un sondaggio fatto congiuntamente dall’UNRWA e dall’Università Americana di Beirut (AUB), si ritiene che solo tra i 260.000 e i 280.000 siano residenti nel paese. Il 62% di tutti i profughi vive in 12 campi distribuiti in tutto il Libano, e il restante 38% in ricoveri di fortuna posti per lo più nelle vicinanze dei campi stessi. 

Secondo l’indagine AUB-UNRWA, la situazione è in genere peggiore nei campi rispetto ai ricoveri per ciò che riguarda il tasso di povertà, la sicurezza alimentare e la scolarità. Tuttavia, in alcuni ricoveri rurali, in particolare nelle aree agricole di Tiro, ci sono nuclei familiari che vivono in condizioni di gran lunga peggiori di quelle riscontrate nei campi.
                                      palestine-camp-lebanon-11
Secondo il sondaggio AUB-UNRWA, due terzi dei profughi palestinesi sono poveri, il che equivale a circa 160.000 persone. Il tasso di povertà è più elevato nei campi che nei ricoveri di fortuna. Quasi tre quarti dei residenti nei campi sono poveri, mentre lo sono solo la metà di quelli che vivono nei ricoveri. La povertà è stata valutata in base alla soglia della povertà estrema costituita da 2,17 dollari, che sono sufficienti per acquistare cibo in grado di soddisfare le esigenze alimentari quotidiane di base per un profugo adulto palestinese. Ma il 6,6% dei profughi palestinesi, ovvero 16.000 persone, spende meno di quanto equivale ai bisogni alimentari di base di ogni giorno. Il tasso di povertà estrema nei campi - 7,9% - è quasi il doppio del 4,2% rilevato nei ricoveri di fortuna. 

Discriminazione giuridica e istituzionale. 

L’integrazione sociale presuppone una responsabilità per lo stato che deve garantire i diritti di base e i servizi a tutti gli abitanti che vivono all’interno dei suoi confini. Mentre l’UNRWA provvede all’assistenza sanitaria, all’istruzione, a un po’ di sostentamento e ai servizi sociali, nonché mette a disposizione servizi di accoglienza e infrastrutture, da altri settori i profughi palestinesi restano esclusi. Questo è vero in particolare per quanto riguarda l’accesso al mercato del lavoro, al sistema della previdenza sociale e al mercato immobiliare. 
                                         burg_typical

Il 7 agosto 2010, e dopo molte esitazioni ed accesi dibattiti tra i vari partiti politici libanesi, il parlamento libanese ha votato la ratifica della legge per agevolare l’occupazione dei profughi palestinesi. Questa legge non affronta il problema fondamentale davanti al quale questi si vengono a trovare, vale a dire il diritto a lavorare nel campo delle professioni liberali, come la medicina, la giurisprudenza e l’ingegneria. La nuova legge è infatti una istituzionalizzazione della discriminazione che vieta ai palestinesi l’accesso a più di trenta professioni, mentre lo consente ad altri stranieri. 

Ai profughi palestinesi è pure vietato l’acquisto di beni immobili in Libano. Fino al 2001, i non-libanesi, palestinesi inclusi, avevano il diritto di possedere beni fino a una certa dimensione. Tuttavia, il 20 marzo 2001, il parlamento libanese ha adottato l’emendamento n° 296, che impedisce ai profughi palestinesi il possesso beni immobili in Libano. L’emendamento, originariamente, aveva lo scopo di incoraggiare gli investimenti stranieri, con l’esclusione di tutti coloro che non sono in possesso di una nazionalità riconosciuta. La nuova legge impedisce ai profughi palestinesi pure di lasciare in eredità beni immobili, persino se la proprietà degli stessi è stata acquisita prima del 2001. La legge non può essere qualificata se non come razzista (per usare il termine impiegato da Walid Jumblatt) e politici e burocrati l’applicano alla lettera. Si impedisce inoltre che il Dipartimento del Registro dei Beni Immobiliari consenta l’acquisto di proprietà da parte di persone con parenti palestinesi. 

I libanesi si oppongono con fermezza alla naturalizzazione dei palestinesi in Libano. Tale tawteen (naturalizzazione) viene respinta fortemente anche dai palestinesi, che esigono il diritto al loro ritorno in Palestina. La posizione libanese sul ritorno in Palestina serve a volte per giustificare le politiche discriminatorie nei confronti dei profughi palestinesi, tant’è che il loro stato giuridico, anche dopo 60 anni, resta quello di stranieri. Il che ha portato a politiche restrittive per ciò che riguarda i diritti sociali, economici e civili dei palestinesi. 

Politica palestinese nei campi. 

La creazione di comitati popolari nei campi profughi palestinesi in Libano si è basata sull’accordo del Cairo (1969). Prima di tale data, i campi in Libano erano stati governati sulla base di una politica di stato di emergenza conseguente alla sospensione da parte delle forze di sicurezza libanesi (gendarmi e servizio informazioni) delle leggi applicate nelle aree al di fuori dei campi. Tra il 1970 e il 1982, alla polizia non è stato permesso di entrare nei campi senza negoziare preventivamente con i potenti comitati popolari palestinesi, che decidevano l’ingresso caso per caso. La resistenza palestinese si è adattata alle strutture dell’autorità secondo la tradizione adeguandosi alle procedure di ricomposizione delle dispute in modo consuetudinario. Per un periodo di tempo considerevole i campi sono stati testimoni della nascita di una nuova élite la cui legittimità era fondata sulla lotta nazionale palestinese. Tuttavia, questa situazione è cambiata dopo il 1982, in quanto la partecipazione alla lotta nazionale per qualcuno non era più sufficiente per diventare una persona autorevole. 
                            burg_typical_camp_scene

Dopo il 1982, i comitati popolari dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e i comitati di sicurezza sono stati costretti alla dismissione quasi totale, tranne che nel sud, sostituiti invece da comitati che erano ritenuti più deboli e notevolmente filo-siriani. Agli occhi della popolazione del campo la loro debolezza è stata cementificata dalla mancanza di risorse finanziarie e dalla loro mancanza di legittimità, per il fatto che non erano costituiti da membri eletti, come lo erano stati prima, e neppure avevano ottenuto il riconoscimento da parte delle autorità libanesi. I residenti del campo, per risolvere eventuali litigi e questioni, prima di andare dalla polizia, facevano ricorso invece ad altri tipi di leader, quali imam, notabili (wujahaa’), dirigenti locali della sicurezza. Anche se tali metodi informali di risoluzione dei conflitti erano abbastanza apprezzati nel passato, i campi profughi non fruiscono più di strutture comunitarie affiatate, guidate da notabili locali, com’era successo in precedenza. Ciò è dovuto a molti fattori, ma soprattutto all’inurbamento e alla migrazione. La trasformazione e violazione continua della condivisione del potere all’interno dei campi è fondamentale, specie se confrontata con la situazione successiva al 1982, anno di espulsione dell’OLP dal Libano. 

Studi eseguiti due anni fa in campi profughi in Libano, hanno mostrato una crisi reale del sistema di governo. In primo luogo si sono contraddistinti per la settarietà dilagante al loro interno. Ogni campo ha ospitato decine di fazioni, ognuna delle quali ha gareggiato per assicurarsi più potere e maggiore influenza. In teoria, ogni campo era governato da uno o due comitati popolari e dai comitati di sicurezza ad essi connessi, e tutto ciò è avvenuto sotto la supervisione dell’OLP o di fazioni della coalizione. Tali comitati erano composti da rappresentanti di ogni fazione – che sono stati nominati, non eletti – che si prevedeva provvedessero a mantenere la pace, risolvere le questioni interne, garantire la sicurezza, interagire con il governo libanese e le agenzie umanitarie, e in generale a gestire il campo in coordinamento con l’UNRWA. 

Tuttavia, nonostante la sottile patina di cooperazione e coordinamento tra i comitati popolari, qualcuno si è lamentato che questi raramente siano risultati concordi su questioni importanti, non siano riusciti a coordinare le loro attività, non abbiano goduto della legittimità popolare, né siano stati debitamente riconosciuti dal governo libanese. Incapaci di proteggere i loro elettori dalla persecuzione delle forze di sicurezza libanesi, non possono imputare l’UNRWA responsabile delle sue carenze e, in breve, hanno fatto di più per alimentare la conflittualità interna tra le fazioni e rafforzare i politici sostenitori-clienti di quando si siano dati da fare per promuovere l’unità palestinese. 
                                    ayn al hilweh checkpoint

A questo riguardo poco è cambiato nei sei anni trascorsi. Oggi, Ayn al-Hilweh non ha uno, bensì due comitati popolari e due comitati di sicurezza, ed entrambi pretendono di rappresentare il campo che ha circa 70.000 residenti. Di recente, è stato aggiunto un nuovo livello di gestione del governo: un comitato di controllo costituito da rappresentanti di tutte le fazioni. Tuttavia qualcuno si è lamentato per la mancanza di un riferimento politico e l’assenza di una posizione palestinese unificata. 

Altri hanno messo in guardia sul fatto che, a meno che i palestinesi in Libano abbiano il permesso di centralizzare e consolidare le loro autorità politiche e di sicurezza, la comunità non disporrà di mezzi sufficienti per aiutare lo stato libanese a prevenire un altro scoppio di violenza come quello che ha avuto luogo tra Fatah al-Islam e l’esercito libanese nel 2007. 

In effetti, ci sono prove atte a testimoniare che, dal dicembre 2006 al marzo 2007, cioè nei mesi che hanno preceduto il conflitto a Nahr al-Bared, gli abitanti del campo hanno cercato ripetutamente di allontanare i membri di Fatah al-Islam che erano in mezzo a loro e, a tal fine, per tutto il mese di marzo, l’OLP si era impegnato anche in conflitti armati con i miliziani. Tuttavia, il risultato di questi scontri non è stato decisivo e non è stato neppure preso in considerazione dalle autorità libanesi che lo hanno considerato solo come una “normale” conflittualità interna palestinese; ciò si è verificato malgrado il fatto che Fatah al-Islam fosse costituito in gran parte da non-palestinesi. Il comitato di sicurezza di Nahr al-Bared e l’OLP erano privi delle risorse e del mandato per trattare con Fatah al-Islam per conto proprio. 

Dal 1982, i comitati popolari hanno avuto a disposizione scarse risorse, il che impedisce loro di svolgere le proprie funzioni proprie dei comuni. Essi sono inadeguati per almeno due motivi. Da un lato, mancano di personale tecnico qualificato (ingegneri, specialisti sanitari, ecc) con esperienza nella pianificazione urbana (normative architettoniche), nell’acqua, servizi igienici ed elettricità. Dall’altro, non sono rappresentativi né delle donne, né dei giovani. 

Se lo “stato di eccezione” si riferisce alla sospensione della legge da parte dello Stato sovrano, di solito in nome della difesa nazionale o della sicurezza, nei campi in Libano le cose sono ancor più complesse. Essi hanno un affresco di multiple autorità parziali, che comprendono potestà reali come quella del governo libanese, ma anche fantasma come quelle dell’OLP e delle altre fazioni. A concorrere per la conservazione dello stato di eccezione e a contribuire alla sospensione della legge, ci sono pure l’UNRWA e altre agenzie umanitarie. Così, paradossalmente, il solo atto razionale-legale che questi poteri, o autorità parziali hanno promosso insieme è la sospensione di ogni autorità sovrana sul campo e la istituzione, al suo posto, di altri poteri “temporanei” o “di emergenza”. Tuttavia, tali misure di emergenza sopravvivono in uno stato di reciproca contraddizione tanto che, invece di portare ordine nel campo, lo lasciano in uno stato di caos e di assenza di legge. 

Vi è consenso tra i profughi sul fatto che i comitati popolari e le fazioni, nella loro forma attuale, non rappresentano gli interessi dei palestinesi in Libano. Tale situazione ha indebolito la tradizionale mobilitazione delle fazioni politiche e ha spinto taluni a diventare politicamente disillusi. Ciononostante alcuni sono politicamente attivi, specie a seguito delle rivoluzioni arabe, e una minoranza molto piccola è su posizioni radicali. 

Ciò che è successo nel campo di Nahr al-Bared nel mese di giugno è veramente nuovo. Giovani hanno partecipato a manifestazioni di piazza costringendo l’esercito libanese a rendere più facile il passaggio ai posti di controllo che vennero istituiti dopo la distruzione del campo. L’obiettivo di questi posti di controllo era quello di intrappolare economicamente il campo e che per loro non si potesse trovare alcuna ragionevole sicurezza. 

Sari Hanafi , attualmente è docente di Sociologia all’Università Americana di Beirut e direttore di Idafat: Gazzetta araba di Sociologia (in arabo). Il suo ultimo libro è The Power of Inclusive Exclusion: Anatomy of Israeli Rule in The Occupied Palestinian Territories, co-edito con A.& M. Gironi Ophir, (New York: Zone Books, 2009, Beirut: Centro per gli Studi dell’Unità Araba, 2012). 

(tradotto da mariano mingarelli)