Tunisia: l'ora del salafismo e del jihad (2°parte)

Nena News
24.08.2012
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Tunisia, l'ora del salafismo e del jihad (seconda parte)

Seconda parte dell'approfondimento sulla genesi e lo sviluppo del movimento salafita in Tunisia. La prima parte é stata pubblicata il 23 agosto.

di Fabio Merone e Francesco Cavatorta*

Tunisi, 24 agosto 2012, Nena News -

Lo scenario dopo il 14 gennaio

Sebbene la società tunisina si accorga del fenomeno jihadista soltanto dopo il crollo dell'apparato di potere e di polizia, il salafismo radicale si era ben impiantato in alcuni settori della società lungo tutto il decennio 2000. Secondo Hani Nasira , il primo nucleo jihadista che si ricompone dopo la fallita esperienza dei "jund Assad ibn-al Furat", nasce nel quartiere popolare di Hayy al-Khadra. Allo stato attuale non esistono degli studi appropriati che ci aiutino a specificarne la tipologia, ma possiamo provare a dare conto di alcuni elementi che si basano sull'esperienza personale, sul dibattito giornalistico, e su incontri con esperti.
                                           jihad-tunisia


Si sa di certo che il salafismo non é altro che la figura in cui si rappresenta il secondo revival islamico, dopo quello degli anni settanta-ottanta ( o il terzo se si vuole fare il conteggio a partire dalla prima esperienza dei FM in Egitto). In Tunisia si muovono due fenomeni paralleli: da un lato una ricerca spirituale individuale di una nuova generazione; dall'altro il senso di frustrazione e di umiliazione che vive la umma musulmana con la seconda Intifada palestinese e l'invasione americana in Irak (2003-4). Il jihad diventa la via rivoluzionaria che esprime la radicalità di una parte della gioventù araba. E non c'é dubbio che la sfida di Bin Laden alla grande potenza americana ha un grande fascino agli occhi di questi giovani.

Come conseguenza della campagna repressiva degli anni novanta e dell'annientamento di ogni forma di socializzazione del religioso, il giovane tunisino si trova solo nella sua ricerca spirituale e nella sua rabbia antagonista. Secondo Sami Brahman, ci sarebbe una differenza sostanziale tra questi giovani ed i pionieri del primo movimento islamista tunisino degli anni settanta:"Mentre i primi leggono una loro letteratura, discutono ed hanno delle sedi decisionali, i secondi vivono in completo isolamento, non hanno contatto con i leader di riferimento ed eseguono istruzioni prese al volo da una fatwa letta su internet" . Questo salafismo jihadista, che oscilla tra l'attività violenta e non violenta, si compone di giovani isolati l'uno dall'altro ma uniti spiritualmente da un ethos che si comunica via internet, attraverso video, musica e parole d'ordine. Raramente esiste un'analisi della realtà politica e sociale complessa. Nella Tunisia di Ben Ali, tuttavia, esistevano degli imam salafiti riconosciuti come tali: le moschee in cui predicavano - di cui le più famose sono le moschee del "campus" e di "Malek ibn Anas"- diventano i primi luoghi di ritrovo per chi cerca una sponda alle proprie idee radicali.

Quando crolla il regime, uno dei primi atti é la liberazione dei prigionieri politici. Il campo jihadista si ricompone velocemente ed é formato da: ex detenuti politici, jihadisti esuli (in Europa o nei paesi del jihad), nuove reclute che si costituiscono rapidamente nella dinamica postrivoluzionaria. Già nel mese di Aprile 2011 si costituisce ufficialmente il gruppo degli Ansar Ash-sharia che raggruppa vari comitati formatisi localmente, di cui il nucleo originario é probabilmente quello di Hayy al-Khadra . Poiché rifiutano la democrazia come elemento estraneo all'Islam, essi si pongono come obiettivo principale la Da’wa (predicazione) ed esercitano una sorta di controllo sulla società affinché essa non fuoriesca dalla retta via islamica, secondo la sua versione fondamentalista. Dopo aver innescato vere e proprie campagne di "occupazione delle moschee", mandando via - con le buone o con le cattive - gli imam fedeli all'ex regime, si sono concentrati sulle seguenti attività: campagna di sensibilizzazione sulla condizione dei detenuti tunisini in Irak ("nostri fratelli") e pressione presso le autorità per la loro liberazione; campagne in difesa dei simboli religiosi ed a favore della penalizzazione della blasfemia; campagne a favore della segregazione sessuale (luoghi pubblici separati tra uomini e donne); campagne caritatevoli.

Secondo Khatib Idriss, sceicco e teorico del jihadismo tunisino molto ascoltato dai membri degli Ansar Ash-sharia - intervistato da Nasser Hiddouri - chi elimina il Jihad tra gli strumenti per portare avanti la parola dell'Islam non è salafista perché elimina un pilastro dell'Islam ".... e noi musulmani siamo invitati ad accettare l'Islam in tutto o lasciarlo".Il salafista jihadista si distingue dagli altri musulmani perché é coerente con la rivelazione nel suo insieme e non accetta di "moderare" il concetto dell'islam per "...non perdere l'amicizia del governo e per accontentare i miscredenti".

Da qui l'idea che i jihadisti non sono da considerarsi né partito né movimento, ma soltanto dei musulmani rigoristi, o integri, a seconda dei punti di vista, ed il loro obiettivo principale é "....diffondere l'interpretazione giusta dell'Islam, purificare il credo dalle innovazioni (bidaa, nda)..." In questo dettame si trova anche la pratica quotidiana del jihadista che adotta nella vita quotidiana un comportamento, che nella sua integralità lo avvicini a Dio, ispirandosi il più possibile alle gesta dei Compagni del profeta e delle due generazioni successive.

Ma come intendono raggiungere questi obiettivi? In che modo la questione del jihad si può trasformare da polemica teologica ad azione pratica? Lo sceicco Idriss si vuole rassicurante:"...Il nostro strumento è la predicazione, cioè la buona parola e l'insegnamento dell'Islam in modo pacifico. Non intendiamo fare la guerra a nessuno perché il termine jihad non vuol dire unicamente il combattimento, ma è anche lo sforzo nel portare avanti la parola dell'Islam con la Da'wa, la partecipazione con gli altri nella risoluzione dei problemi, nei limiti della sharia (il piccolo jihad in opposizione al grande jihad, nda)" . Quindi il jihad specificato nella sua interpretazione shariaitica é quell'atto estremo a cui ricorre la umma quando é attaccata o si sente minacciata: "... Noi lo utilizziamo (il jihad, nda) nel caso di attacchi alla comunità e se qualcuno ostacola la nostra campagna di predicazione. Il jihad è il compito più alto dell'Islam". L'evoluzione della discussione sul jihad é ovviamente la questione centrale da cui possono emergere i segnali di un possibile sviluppo futuro del fenomeno.

E' noto - dalle dichiarazioni espresse in più occasioni dai membri di Ansar ash-asharia - che il governo del paese (a guida islamico-moderata) é considerato ostile, tuttavia non pare essere sufficiente per dichiarare loro il jihad finché non saranno messi ostacoli davanti alla loro predicazione. E' questa una situazione nuova che si trova a vivere un paese arabo-musulmano in cui gli spazi di libertà concessi costringono i jihadisti a riconoscerne i benefici, nonostante a governare il paese siano dei musulmani che si "sono allontanati dalla vera religione". A differenza dei jihadisti di ispirazione Qutbiana degli anni novanta, quando fu dichiarato il jihad ai governi miscredenti musulmani, questi ultimi si considerano in uno "stato di tregua".

Ma più che il pensiero teorico, in questa fase di sviluppo caotico del fenomeno, conta la dinamica reale e, se possibile decifrarla, la componente sociologica.Nonostante le difficoltà che esistono nell'effettuare studi approfonditi sul fenomeno, alcune valutazioni possono essere fatte.

1. Sebbene il salafismo nel suo insieme includa una fetta importante di studenti, nella sua versione jihadista c'é una forte componete di classe. A dimostrazione di ciò la capacità di radicarsi nei quartieri del sottoproletariato urbano.

2. Il fenomeno, nella sua forma organizzativa embrionale, ruota intorno ad uno sceicco di cui un gruppo (una banda) di ragazzi riconosce l'autorità (spesso solo superficialmente morale) e si muove con una logica semi-banditesca.

3. Esso ruota ai confini con ambienti devianti (uso e spaccio di stupefacenti e alcolici). Molte voci circolano che dentro i gruppi salafiti si siano mimetizzati - facendosi crescere la barba e indossando la classica tunica - ex delinquenti usciti di prigione nel caos postrivoluzionario.

Il gruppo degli Ansar Ash-sharia cresce a vista d'occhio, e già al loro raduno di Kairouan, ad un anno dalla loro ufficializzazione (Maggio 2012), si sono riuniti in circa 10000.L'organizzazione va strutturandosi, anche se ancora confusamente, e oscilla tra dimostrazioni di piazza scellerate (come le proteste nel mese di giugno davanti ad una mostra di arte contemporanea considerata blasfema a La Marsa) e senso di responsabilità, come quando il suo leader ha chiesto ai seguaci di non partecipare alla manifestazione contro il governo del Nahdha (in coincidenza con l'appello lanciato su internet da Aymen Zawahiri) ed evitare l'uso della violenza.

Conclusione

In conclusione possiamo dire che in Tunisia il fenomeno jihadista esiste ed ha un impatto politico significativo, al di là del numero dei seguaci. La novità, da rilevare per gli osservatori, é che questo fenomeno non é per niente nuovo. L'apertura democratica é stata l'occasione per la sua emersione. Non vi é dubbio neanche del collegamento tra i jihadisti tunisini e la nebulosa qaedista. Sebbene - allo stato delle nostre conoscenze - non possiamo affermare del collegamento diretto, i leader del movimento ed i simpatizzanti dichiarano senza complessi - e pubblicizzano sui loro strumenti di propaganda elettronici - la fedeltà ai simboli del jihad internazionale.

L'altra novità è che il jihadismo tunisino si sta ora strutturando in un'atmosfera di libertà civili senza paragone nella regione. In questo, il jihadismo trova un'opportunità importante per cercare di fare proselitismo e di crescere, ma trova anche un ostacolo significativo, visto le capacità di mobilitazione di settori della società tunisina contraria all'estremismo. In un certo senso, il jihadismo tunisino si trova - come tutti gli altri attori politico-sociali - a dover gestire la nascente struttura liberal-democratica che cosi tanto disprezza.

Il jihadismo tunisino é nato sullo sfondo di un nuovo revival islamico in cui ha avuto un suo ruolo una certa influenza dottrinale wahhabita (Khatib Idriss, il teorico di riferimento, ha studiato in Arabia Saudita). Ma esso é soprattutto figlio del mito del jihad internazionale che ha raggiunto la sua apoteosi sul fronte iracheno. Abu Ayadh, l'Emiro del gruppo, ha fatto il jihad in Afghanistan (e si dice sia stato anche a Guantanamo); e così anche le decine di prigionieri tunisini ancora nelle galere irachene, di cui chiedono la liberazione. Va precisato che i jihadisti di Ansar Ash-sharia rivendicano la giustezza della causa di questi "figli della Tunisia" partiti per l'Iraq. Anzi, sono stati tra i valorosi e si sono distinti; come il nuovo eroe Yosri Trigui (Abou Qoddama Attunisi). Nei loro video appaiono i riferimenti del gruppo qaedista iracheno "ad-dawla islamyya fiy l-Irak".Nel loro immaginario ci sono le figure mitizzate di Bin Laden, Zahwairi e al-Khattab (l'eroe del jihad ceceno).

Non dovremmo per questo ricorrere a conclusioni affrettate. L'istituzionalizzazione del fenomeno salafita, compreso quello jihadista, é una possibilità. La confusione dei primi mesi postrivoluzionari sta lasciando il posto gradualmente ad un'azione più strutturata e "politica". Al di là dei proclami al jihad internazionale in difesa della umma islamica (ultimamente é molto sentita la causa siriana e vengono lanciati appelli al jihad in difesa dei rivoltosi), il gruppo non ha usato fino ad ora la violenza. Il tema più delicato é quello della blasfemia. Ogni qual volta che esce un nuovo caso, aumenta la tensione, e si teme lo scivolamento verso la rivolta urbana. Su questo tema i salafiti non sono isolati ed il Nahdha, partito di maggioranza, ha già confermato di voler proporre una legge in cui la blasfemia venga considerata reato penale. Due ragazzi sono in questo momento incriminati a Mahdia (uno é riuscito a fuggire all'estero) per delle caricature presunte irrispettose del profeta fatte circolare su fb. Sono dei tabù a cui la società é piuttosto sensibile, e non solo la componente salafita. Il partito islamico moderato del Nahdha ha finora evitato di usare la forza ed ha dato ordine ai suoi uomini di non accettare il confronto con i radicali, soprattutto dentro le moschee.

Tuttavia da qualche mese l'aria sta cambiando, soprattutto dopo gli avvenimenti di giugno (incidenti davanti alla galleria d'arte "al-Abdellia" di La Marsa). Il ministro degli Interni sta usando il pugno duro e circola la voce che il Nahdha voglia riconquistare le moschee; o attraverso suoi fedeli-militanti, o attraverso la riorganizzazione dell'uso dei luoghi di preghiera via il ministero degli Affari religiosi (i dati giornalistici che circolavano parlavano di circa 500 moschee nelle mani dei salafiti, mentre durante una recente intervista Rached Ghannouchi ha dichiarato che il ministro degli Affari Religiosi gli avrebbe assicurato che sono ormai soltanto una decina). Ci potrebbe essere a termine una istituzionalizzazione del fenomeno o una sua deriva "rivoluzionaria":entrambe le strade sono percorribili.

Secondo Sami Ibraham,"il fattore decisivo é quello economico-sociale; e cioè la capacità delle istituzioni di rispondere alle enormi aspettative in termini di occupazione, soprattutto da parte delle categorie sociali più deboli". La messa in evidenza del fenomeno jihadista non deve far credere tuttavia che la società tunisina acquisisca con tale facilità un tipo di religiosità in fin dei conti estranea alle sue tradizioni. Il paese ha già saputo integrare una prima ondata di islamizzazione nata negli anni ottanta, rappresentata oggi dal partito moderato Ennahdha. Per questo ci piace chiudere con le considerazioni stesse di Rached Ghannouchi, leader storico del movimento islamico tunisino: ".La gioventù salafita mi ricorda la mia stessa gioventù e la mia reazione in rapporto all'estremismo bourghibiano degli anni settanta.

Gli anni novanta hanno prodotto una seconda generazione di arrabbiati, a causa della rarefazione dell'Islam nella società. Sono stati anni catastrofici per la religione: le moschee, diventate luoghi di glorificazione di Ben Ali, sono state abbandonate ; i libri teologici scomparsi dalle librerie. Non esistevano più ragazze con il capo coperto...

...I figli di alcuni militanti islamisti sono diventati salafiti! E' una generazione nata nell'assenza dei padri ed é cresciuta ascoltando, come una litania, storie di tortura e di sofferenza. I soli punti di riferimento che hanno trovato, purtroppo, erano i canali religiosi provenienti dal Medioriente, di obbedienza salafita. Sono convinto che, da qui a 10, 15 anni, la Tunisia recupererà i salafiti come é successo con quelli della nostra generazione, che ci siamo riconciliati con l'Islam locale moderato. E' incredibile la capacità di questo paese di acclimatare le piante più recalcitranti!». Nena News

*Gli autori sono riconoscenti alla Gerda Henkel Foundation per aver finanziato la loro ricerca in Tunisia nel contesto del più ampio progetto "From Over-Estimation to Under-Estimation: The Trajectory of Political Islam in Five MENA Countries."