Prigionieri palestinesi: dalle carceri israeliane a una nuova reclusione.

Middle East On Line
22.05.2012
http://www.middle-east-online.com/english/?id=52397

 

Prigionieri palestinesi, dalle carceri israeliane a una nuova reclusione.
A parte il prezzo affettivo del vivere in esilio, a Gaza gli ex-prigionieri si confrontano anche con difficoltà economiche.
 

Gaza si trasforma in una grande prigione per i 163 prigionieri palestinesi rilasciati in cambio della liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit. “Mi sento sradicato e non riesco ad adattarmi”, dice Nihad Abu Kishk.

di Sakher Abu El Oun
                                              detainees-in-gaza

 


Gaza, 22 maggio 2012 – “Gaza è una grande prigione, ma alcune prigioni sono meglio di altre”, ammette Nihad Abu Kishk, un ex-detenuto della West Bank che Israele ha esiliato nella Striscia di Gaza.

 

“Mi sento sradicato e non riesco ad adattarmi,” afferma il 34 enne che era stato condannato all’ergastolo in una prigione israeliana ma è stato liberato e mandato a Gaza in base agli accordi di uno scambio di prigionieri concordato con Israele lo scorso anno.

 

L’accordo prevedeva il rilascio di 1027 prigionieri palestinesi prosciolti in cambio della liberazione del soldato israeliano Ghilad Shalit , che era stato tenuto in cattività per più di cinque anni dai governanti di Gaza appartenenti ad Hamas.

 

La maggior parte ha avuto il permesso di ritornare a casa, ma 163 di loro sono stati esiliati dalle loro case nella West Bank e nella Gerusalemme Est annessa, e mandati a vivere a Gaza.

 

“Noi dobbiamo accontentarci della condizione di esiliato,” dice Abu Kishk con un sospiro.

 

“Soffro a vedere i disagi che deve affrontare la mia famiglia per venire a farmi visita, viaggiando attraverso la Giordania e l’Egitto, le spese enormi,  e questo succede se Israele li lascia andare,” rivela.

 

Dal suo rilascio, Abu Kishk, un affiliato di Hamas della cittadina settentrionale di Tulkarem, ha sposato una donna che pure viene dalla West Bank e si è trasferita a Gaza per stare insieme a lui.

 

Ma, con le restrizioni israeliane in atto estremamente rigide, che impediscono a tutti ma in particolar modo a quelli della West Bank di recarsi a Gaza, ci sono stati pochi ospiti.

 

“Non c’è stato quasi nessun ospite ad eccezione di mia madre e di mia cognata, che sono state le uniche che sono potute venire a Gaza,” racconta.

 

Ibrahim Elian, un altro ex prigioniero che proviene da Gerusalemme Est, sostiene che nonostante il suo isolamento, la Striscia di Gaza resta “una parte integrante della nazione palestinese.”

 

“E’ penoso per la mia famiglia, ma sono stato imprigionato per 25 anni,” afferma Elian, che stava scontando pure lui una condanna all’ergastolo quando è stato liberato in quanto parte dell’accordo Shalit.

 

“E’ meglio stare a Gaza piuttosto che nella prigione dell’occupante.”

 

Prima dell’accordo Shalit, c’erano già altri 26 palestinesi che vivevano in esilio a Gaza a seguito dell’assedio israeliano della Chiesa della Natività a Betlemme nel 2002, come pure un’altra decina che vi sono stati relegati negli ultimi anni.

 

“Vivere a Gaza è come vivere nella West Bank, ma restiamo separati dalle nostre famiglie,” ammette Fahmi Knaan, portavoce dei deportati di Betlemme.

 

“Quando un esule perde un congiunto, gli israeliani gli proibiscono di partecipare al funerale,” ha ricordato spiegando che Israele considera Gaza come un’entità completamente distinta dalla West Bank.

 

Un’arrivata di recente che si è adattata un po’ meglio è Hanaa Shalabi, una ex prigioniera del movimento radicale della Jihad Islamica che è stata mandata a Gaza in aprile per tre anni  in cambio della sospensione di uno sciopero della fame di 43 giorni.

 

Lei pure era stata uno dei prigionieri liberati nello scambio Shalit, ma a metà febbraio era stata arrestata e incarcerata senza processo, inducendola a dare inizio come protesta ad uno sciopero della fame indeterminato.

 

Shalabi, la cui famiglia si è trasferita da un villaggio vicino a Jenin nel nord della West Bank per stare con lei dopo il suo rilascio, afferma che lei non si sente né “sradicata né imprigionata.”

 

“Vivo con mia madre e mio padre in un appartamento di Gaza e comunico con il resto della mia famiglia nella West Bank telefonicamente o via Facebook,” ha dichiarato.

 

Ma non ha dimenticato il suo villaggio natale e racconta che la scarsità di benzina e di elettricità rende la vita difficile nella Striscia di Gaza sotto blocco.

 

“Nulla mi è più caro della casa e del luogo ove sono nata e dove sono cresciuta,” ammette.

 

“Mi manca il paesaggio di Jenin.”

 

A parte il prezzo affettivo del vivere in esilio, gli ex prigionieri si confrontano anche con difficoltà economiche a Gaza, la quale fin dal 2006 sta languendo sotto un blocco israeliano.

 

Abu Kishk sostiene che il sussidio mensile di 320 € ($420) da parte del ministero palestinese per gli affari dei prigionieri non è sufficiente per sbarcare il lunario a Gaza, dove la disoccupazione si aggira attorno al 45%.

 

“Non ho ancora un lavoro e non posso costituire una qualche azienda,” ha asserito.

 

Ma Knaan rammenta che difficoltà di questo genere vengono affrontate da tutti coloro che vivono nella Striscia e non solo da quelli che sono stati esiliati dalla West Bank.

 

“Anche la popolazione di Gaza lotta disperatamente per trovare un lavoro,” ha dichiarato.
 

Nonostante le difficoltà, ha detto che gli ex prigionieri hanno cercato di barcamenarsi, aggiungendo che molti hanno terminato i loro studi a Gaza, alcuni hanno trovato un impiego e altri stavano lavorando come conducenti di taxi per migliorare le loro condizioni di vita. 

(tradotto da mariano mingarelli)