I Bantustan e la dichiarazione unilaterale dello Stato

The Electronic Intifada
19.11.2009

http://electronicintifada.net/content/bantustans-and-unilateral-declaration-statehood/8543

 

I Bantustan e la dichiarazione unilaterale dello stato

di Virginia Tilley

Da una diceria a una crescente moltitudine di voci, la proposta fatta girare dall'Autorità palestinese di dichiarare unilateralmente lo Stato palestinese immediatamente si è posta al centro dell'attenzione.

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L'Unione Europea, gli Stati Uniti e altri l'hanno respinta come «prematura», ma stanno arrivando da tutte le parti approvazioni di giornalisti, docenti universitari, attivisti di organizzazioni non governative, leader della destra israeliana (più da questi ultimi). Il fraudolento «processo di pace» sembra provocare alla fine un moto di disgusto e di semplice mancanza di energie e il discorso funziona più o meno così: se non possiamo ottenere uno Stato con i negoziati, proclameremo semplicemente lo Stato ( palestinese) e lasceremo ad Israele il compito di affrontarne le conseguenze. Ma non si esagera per niente nel dire che questa idea, anche se pensata in buona fede, risulta per il movimento nazionale palestinese sicuramente la più pericolosa della sua intera storia, minacciando di chiudere le aspirazioni palestinesi in un cul de sac politico dal quale non potrà mai uscirne fuori. Ironia vuole davvero che, con questa iniziativa, l'Autorità palestinese – dichiarandola come un diritto – sta prendendo esattamente la stessa posizione senza via di uscita che l'African National Congress (ANC) ha combattuto fortemente per decenni perché la leadership dell'ANC la considerò giustamente disastrosa. La si può sintetizzare in una sola parola: Bantustan

Sta diventando sempre più pericoloso per il movimento palestinese che i Bantustan sudafricani siano conosciuti in modo così superficiale. Se i palestinesi sanno qualcosa dei Bantustan, la maggior parte li conosce come delle enclave territoriali all'interno delle quali i neri erano costretti a risiedere senza diritti politici e in condizioni di estrema povertà. Questa visione parziale è suggerita dal recente discorso di Mustafa Barghouti al Centro Media Wattan di Ramallah, quando ha messo in guardia che Israele voleva confinare i palestinesi in «Bantustan» ma poi ha perorato la causa della dichiarazione unilaterale dello Stato palestinese entro i confini del 1967 – nonostante che «gli stati» nominati sulla carta senza una reale sovranità sono esattamente quelli per cui i Bantustan erano stati concepiti. 

I Bantustan dell'apartheid sudafricano non erano semplicemente enclave territoriali sigillati per la popolazione nera. Sono stati l'ultima ambiziosa proposta con la quale il regime dell' apartheid sperava di sopravvivere: cioè, stati indipendenti per i neri sudafricani che – come con acume gli stessi strateghi bianchi dell'apartheid capirono e additarono – avrebbero per sempre resistito alla negazione permanente dei diritti civili e di potere in un Sud Africa che richiedeva una supremazia dei bianchi.Così concepiti dagli artefici dell'apartheid, i dieci Bantustan furono designati in modo da corrispondere grosso modo ai territori storici associati alle diverse “popolazioni” nere cosicché si poteva coniare il termine “Homeland”. Questo termine ufficiale caratterizzava il loro obiettivo ideologico: definire dei territori nazionali e in ultimo degli stati indipendenti per le diverse“popolazioni” nere africane (stabilite dal regime) assicurando un felice futuro alla supremazia dei bianchi nella loro“Homeland”. Così l'obiettivo del trasferimento forzato di milioni di persone nere dentro queste Homeland acquisiva un segno progressista: 11 stati che convivevano pacificamente uno a fianco dell'altro (suona familiare?).L'idea era per prima cosa garantire “l'autonomia di governo” alle Homeland affinché raggiungessero uno status di istituzione e poi ricompensare questo processo con la dichiarazione o con il garantire la condizione di indipendenza dello Stato. 

La sfida per il governo dell'apartheid era di persuadere allora le élite nere dell'“auto governo” ad accettare lo stato di indipendenza in queste entità territoriali fittizie così da assolvere il governo bianco da qualsiasi responsabilità per i diritti politici dei neri. A questo scopo, il regime dell'apartheid scelse di propria mano e distribuì “leader” nelle Homeland, dove immediatamente essi produssero un buon gruppo di amici appartenenti alle elite (i soliti arrivisti e profittatori politici) che si sono via via inseriti in nicchie lucrative di privilegi finanziari e di relazioni clientelari che il governo dei bianchi meditatamente aveva pianificato (anche questo suona familiare). 

Non importava che i territori attuali delle Homeland fossero frammentati in una miriade di parti e privi delle risorse essenziali per evitare di divenire delle riserve di lavoro impoverito e di scarto. Veramente, la frammentazione territoriale delle Homeland, sebbene paralizzante, era irrilevante per il “Grand Apartheid”. Una volta che tutte queste “nazioni” vivessero in condizioni di sicurezza in stati indipendenti, gli ideologi dell'apartheid avrebbero detto alla comunità internazionale, che le tensioni si sarebbero allentate, sarebbe fiorito il commercio e lo sviluppo e la supremazia dei bianchi si sarebbe così salvata e sarebbe stata permanente. 

Il limite di questo piano era di riferirsi completamente alle elite nere cooptate nelle Homeland per dichiarare lo stato indipendente all'interno dei territori «nazionali», che manifestamente erano privi di sovranità sui confini, sulle risorse naturali, commercio, politica estera, acqua (di nuovo non suona familiare?). Solamente quattro elite delle Homeland aderirono grazie a corruzione, minacce, e altri «incentivi». Diversamente i neri sudafricani non si sono prestati e l'ANC e il mondo ha respinto tutta la trama (l'unico Stato che ha riconosciuto le Homeland è stato Israele, compagno di viaggio). Ma le Homeland sono servite ad uno scopo: hanno sviato e diviso le politiche dei neri, creato terribili divisioni interne, e perdita di migliaia di vite umane dal momento che l'ANC e altri gruppi hanno combattuto contro di esse. Le ultime feroci battaglie della lotta anti-apartheid avvennero nelle Homeland, lasciando fino ad oggi un'eredità di amarezza. 

Quindi la massima ironia per i palestinesi oggi risulta che il più impellente bisogno del governo sudafricano dell'apartheid – di coinvolgere la popolazione indigena a dichiarare lo stato nelle enclave prive di sovranità – alla fine è fallito quando le masse nere si sono rivoltate e hanno abbattuto l'apartheid; nondimeno la leadership palestinese ora non solo sta andando diritto nella stessa trappola ma attualmente la rivendica. 

Le ragioni per cui la leadership dell'Autorità palestinese di Ramallah e altri vogliono infilarsi in questa trappola sono poco chiare. Forse potrebbe aiutarli nei «colloqui di pace» qualora vengano ridefiniti come incontro tra due Stati invece dei preliminari per la creazione di uno Stato. La dichiarazione unilaterale dello Stato potrebbe ridefinire l'occupazione di Israele come un'invasione e dare legittimità alla resistenza oppure, ancora meglio, permettere un differente e più efficace intervento delle Nazioni Unite. Forse potrebbe fornir e ai palestinesi un più alto livello di prestigio sulla scena internazionale – o almeno preservare l'esistenza dell'Autorità palestinese per un altro (miserabile) anno. 

La ragione per cui queste visioni ambigue non sono state subito confutate volgendo un minimo d’attenzione all’esperienza dei Bantustan del Sud Africa, può essere in parte attribuita a due differenze chiave che rendono poco chiaro il paragone. Israele ha infatti evitato due infami e fatali errori che hanno aiutato ad affondare la strategia delle Homeland del Sud Africa. In primo luogo, Israele non ha commesso l’errore di nominare dei “leader” alla guida delle Homeland palestinesi provvisoriamente autogovernate. In Sud Africa, questo errore fatale ha rivelato palesemente che queste Homeland erano dei regimi fantoccio e ha smascherato l’illegittimità degli stessi territori “nazionali” dei neri in quanto enclave razziali imposte con la forza. 

Avendo analizzato il pasticcio sudafricano e avendo imparato dai suoi stessi passati fallimenti (le Leghe di Villaggio e cose del genere), Israele ha invece lavorato con gli Stati Uniti nel progettare il Processo di Oslo non solo per restaurare nei territori la leadership in esilio dell’ Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e del suo allora capo Yasser Arafat, ma anche nel provvedere ad “elezioni” (sotto occupazione) per garantire una buona dose di legittimità alla “autorità provvisoria autonoma” palestinese. È una delle più tristi tragedie il fatto che Israele sia riuscito in questo modo così facilmente a volgere il nobile impegno dei palestinesi per la democrazia contro di loro (dando loro l’illusione di un’autonomia genuinamente democratica per realizzare invece ciò che era sempre stato segretamente inteso essere una Homeland). 

Solo ora Israele ha trovato un modo per evitare il secondo errore fatale commesso dal Sud Africa, vale a dire dichiarare le Homeland dei neri “stati indipendenti” in un territorio non sovrano. In Sud Africa, questo stratagemma si palesò al mondo come palesemente razzista e fu universalmente condannato. Sia ovvio che se Israele si fosse presentato nel palcoscenico internazionale e avesse detto “come siete ora siete uno stato”, i palestinesi e chiunque altro avrebbero rigettato la pretesa israeliana come una farsa crudele. Al contrario, far sì che i palestinesi dichiarino l’indipendenza per se stessi permette ad Israele di raggiungere il risultato che è sfuggito al regime del Sud Africa dell’apartheid: l’accettazione volontaria della “indipendenza” da parte dei nativi in un territorio non sovrano senza capacità politica di modificare i propri confini territoriali o altri termini essenziali della propria esistenza (la pillola politica mortale che il Sud Africa dell’apartheid non è riuscito a far ingoiare all'African National Congress). 

Le risposte da Israele sono state diverse. Il governo sembra far salti di gioia ma ha anche diffuso il suo “allarme”; il Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman ha minacciato delle ritorsioni unilaterali (non specificate) e i rappresentanti del governo sono volati nelle varie capitali per assicurarsi il rifiuto internazionale. Ma le proteste di Israele possono anche essere insincere. Una tattica potrebbe essere persuadere i preoccupati patrioti palestinesi che una dichiarazione unilaterale di indipendenza potrebbe non essere negli interessi di Israele, e in questo modo attenuare i sospetti al riguardo. Un’altra consiste nel compiacere le proteste che provengono da quell’ala dell’elettorato del Likud ciecamente di destra per la quale il termine “stato palestinese” è un anatema ideologico. Una reazione più onesta potrebbe essere quella del veterano del partito di Kadima Shaul Mofaz, un sostenitore della linea dura dal quale sicuramente non ci si può aspettare che apprezzi un futuro palestinese stabile e prospero. Anche i giornalisti israeliani di destra son venuti in aiuto con saggi dispregiativi ma anche confortanti sul fatto che la dichiarazione di indipendenza unilaterale non avrà importanza perché non cambierà niente (giudizio molto realistico). Ad esempio, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha minacciato l’annessione unilaterale dei blocchi di insediamenti in Cisgiordania nel caso in cui l'Autorità palestinese dichiarasse indipendenza, cosa che Israele avrebbe comunque fatto. 

Nel campo sionista liberale, Yossi Sarid ha caldamente abbracciato il piano e Yossi Alpher l’ha fatto cautamente. I loro scritti suggeriscono la stessa frustrazione finale per il “processo di pace” ma anche il riconoscimento che questo può essere l’unica via per salvare il sempre più fragile sogno che un buon stato ebraico liberale e democratico possa sopravvivere così com’è. Sembra anche qualcosa che possa piacere ai palestinesi (almeno abbastanza da scacciare dalle coscienze liberali sioniste la storia delle loro colpe nell’espulsione e nella mancanza di uno di stato per i palestinesi). Spinti da buone intenzioni, i bianchi liberali del Sud Africa dell’ apartheid (sì, ce n’erano alcuni di questi) tenevano seriamente la stessa candela accesa a favore del sistema di Homeland dei neri. 

D’altro canto, alcuni brillanti giornalisti si stanno impegnando per far approvare la dichiarazione dell’indipendenza unilaterale producendo strani paragoni mal posti (Georgia, Kosovo, Israele stesso) come “prova” di una buona idea. Ma Georgia, Kosovo e Israele hanno profili completamente differenti in politica internazionale e storie di gran lunga diverse da quella della Palestina, e fare simili riferimenti è quindi una manifestazione di pigrizia intellettuale. Ovviamente il confronto è altrove e la lezione va nella direzione opposta: per un popolo debole e politicamente isolato, che non ha mai avuto uno stato separato e manca di qualsiasi potente alleato internazionale, dichiarare o accettare la “indipendenza” in enclave non contigue e non sovrane, circondate e controllate da una potenza nucleare ostile, sarebbe come compromettere definitivamente il proprio destino. 

In effetti, la più sintetica considerazione dovrebbe immediatamente sottolineare che una dichiarazione unilaterale di indipendenza confermerà il perdurare dell'attuale impossibile situazione palestinese.Come predetto da Mofaz, una dichiarazione unilaterale permetterà ai colloqui sullo “status finale” di continuare. Quello che non ha detto è che questi colloqui saranno veramente inutili perché l’influenza palestinese sarà pari allo zero. Come recentemente esposto dallo storico del medio Oriente Juan Cole, l’ultima carta che i palestinesi possono giocare (la loro rivendicazione dinanzi alla coscienza mondiale, l’unica vera minaccia che possono usare contro lo status quo israeliano di occupazione e colonizzazione) è la mancanza di un loro stato. La leadership di Ramallah dell’Autorità palestinese ha gettato via tutte le altre carte. Ha soffocato il dissenso popolare, soppresso la resistenza armata, ceduto l’autorità su materie vitali come l’acqua a dei “comitati congiunti” dove Israele ha potere di veto, ha duramente attaccato Hamas che insisteva nel minacciare le prerogative israeliane e in generale ha fatto tutto ciò che poteva per addolcire l’umore dell’occupante, preservare il patronato internazionale (soldi e protezione) e richiedere i benefici promessi (colloqui) che non vengono mai. È sorprendentemente ovvio a chiunque guardi dall’esterno questo scenario (e molti dall'interno) che si è sempre trattato di una farsa. Per una cosa le potenze occidentali non lavorano come i regimi arabi: quando avrai fatto tutto ciò che l’Occidente ti richiede, invano aspetterai favori fino al momento che le potenze occidentali perderanno tutti i benefici ricavati dal trattare con te e poi se ne andranno semplicemente via. 

Ancora più importante, il paragone con il Sud Africa aiuta a gettare luce sul perché l’ambizioso progetto di pacificazione, “institution building” e di sviluppo economico che la leadership di Ramallah e il Primo Ministro Salam Fayyad hanno abbracciato a quattro mani, non sta attualmente lavorando nella direzione dello “state building”. Sembra piuttosto emulare con agghiacciante somiglianza le politiche e le tappe del Sud Africa nella costruzione delle Bantustan/Homeland. Il progetto di Salam Fayyad di ottenere la stabilità politica attraverso lo sviluppo economico è lo stesso processo che fu apertamente formalizzato nelle politiche che riguardavano le Homeland del Sud Africa, sotto lo slogan dello “sviluppo separato”. La lezione del Sud Africa, che non è stata ancora, e pericolosamente, imparata in Palestina (nonostante tutti i segnali siano lì, come occasionalmente ammesso dallo stesso Fayyad, in crescente frustrazione), insegna che sotto tali condizioni estremamente vulnerabili nessun governo riuscirebbe ad esercitare un potere reale e lo “sviluppo separato” verrebbe ad equipararsi a dipendenza estrema, vulnerabilità e disfunzionalità. Ma la dichiarazione di indipendenza non risolverà il problema della debolezza della Palestina: non farà altro che renderla reale. 

Ancora, quando lo “sviluppo separato” annasperà in Cisgiordania, come avverrà, Israele si troverà ad affrontare un’insurrezione palestinese. Prima che ciò accada Israele ha bisogno di muovere l’ultimo passo per assicurarsi un’entità statale ebraica: dichiarare uno “stato” palestinese e relegare la “questione palestinese” ad una disputa di confine tra due presunti uguali. Dietro le quinte della Knesset, gli architetti politici di Kadima e anche i sionisti liberali, stanno aspettando col fiato sospeso, se non stanno già componendo le trame di una composizione fatta di messaggi che, senza dubbio, si dirigono verso Ramallah per incoraggiare questo passo e promettere amicizia, colloqui riservati e vasti benefici.Loro sanno infatti quale è la posta in gioco, quello che vanno ripetendo da un po’ di tempo a questa parte in ogni pagina di analisi dei maggiori media e dei blog accademici: che la soluzione a due stati è morta e Israele dovrà subito affrontare una lotta anti-apartheid che distruggerà inevitabilmente lo stato ebraico. Così la dichiarazione unilaterale da parte dell’Autorità palestinese, che crea una soluzione a due stati malgrado le assurdità dei Bantustan, è oggi l’unica via per preservare lo stato ebraico, in quanto è l’unico modo per depistare il movimento anti-apartheid che sta segnando il destino di Israele. 

Ecco perché è così pericoloso, per tutti coloro che lottano per attenuare la miseria a Gaza e rendere meno duro il crudele sistema di muri e barriere per portare medicine ai morenti, aver trascurato fino ad oggi il paragone con il sistema dei Bantustan del Sud Africa, che è stato trattato come una questione marginale, persino come un’esotica attrazione accademica. La subitanea iniziativa della leadership di Ramallah di dichiarare uno stato palestinese indipendente in un territorio non sovrano deve per forza di cose far realizzare collettivamente che si tratta di una questione terribilmente pragmatica. È il momento di prestare maggiore attenzione a cosa significa veramente “Bantustan”. Il movimento nazionale palestinese può solo sperar e che qualcuno tra i suoi ranghi intraprenda questo progetto con la stessa serietà con la quale l’ha fatto Israele in precedenza, prima che sia troppo tardi. 

Virginia Tilley è stata professoressa di scienza politiche e relazioni internazionali e dal 2006 lavora come Chief Research Specialist allo Human Sciences Research Council of South Africa. È l’autrice di The One-State Solution (U of Michigan Press, 2005) e numerosi articoli e saggi sul conflitto israelo-palestinese. Ora è a Cape Town  

(Traduzione di Enrico Bartolomei e Carlo Tagliacozzo)