Povero Egitto

Peacereporter
01.08.2011
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Povero Egitto
di Francesca Borri
Il 63 percento degli abitanti, al Cairo, vive in aree cosiddette informali - baraccopoli, anche se di mattoni invece che di lamiere. Non sono gli emarginati, dunque: sono l'egiziano medio
                               egitto povero

Dicono il pericolo sia un nuovo Iran. Ma l'Egitto, intanto, è diventato una nuova India. E la povertà, un'attrazione turistica tra mille altre. Dopo una mattina al bazar, allungate fino al cimitero, raccomanda la Lonely Planet: le tombe sono abitate. Invalidi, disoccupati. Sfrattati. Quando scattate fotografie ricordatevi la mancia.

Anche se è in realtà quanto di più facile da vedere, la povertà, e più difficile da capire. Sembra somigliarsi ovunque; poi ogni povero è povero a modo suo. Perché non è solo questione di ricchezza, di numeri, ma di aspettative e percezioni, frustrazioni. Di ingegneri finiti tassisti, avvocati precipitati a camerieri. Questione, soprattutto, di nepotismo e clientelismo, la consapevolezza, qui, dell'inutilità del merito - la claustrofobia della strada senza uscita.

E le statistiche, a volte, ingannano. Secondo la Banca Mondiale, in Egitto vive con meno di due dollari al giorno il 22 percento della popolazione. Ma in paesi con forti diseguaglianze la media aritmetica è fuorviante: è falsata dagli estremi, dalle élites: e infatti il reddito mediano, il valore rispetto a cui la popolazione ha per metà un reddito inferiore per metà un reddito superiore, è di 992 lire al mese per una famiglia di 5,2 membri. Una famiglia in cui ognuno, cioè, vive con 6,35 lire al giorno, circa 1,10 dollari. E sono calcoli del 2005: prima dell'impennata dei prezzi del grano.

Dal ministero dell'Economia obiettarono che le famiglie che potevano permettersi un frigorifero erano arrivate all'87 percento. Ed è vero che ai tempi di Nasser un frigorifero costava a un laureato a inizio carriera quindici stipendi, contro i sei di adesso: ma quel laureato in un mese poteva comprare sessanta chili di carne a fronte dei cinque di oggi. I parametri, spesso, ingannano. Anche perché oggi, soprattutto, lo stato è inesistente: e un salario deve coprire tutto. Lezioni private per rimediare a scuole in cui non si impara niente, medici e medicine per rimediare a ospedali in cui non si cura niente. Pensioni, trasporti. Tangenti anche solo per avere un certificato. I governi, in genere, ingannano.

Il 63 percento degli abitanti, al Cairo, vive in aree cosiddette informali - baraccopoli, anche se di mattoni invece che di lamiere. Non sono gli emarginati, dunque: sono l'egiziano medio. Eppure è per tutti normale. Anche per i Fratelli Musulmani, contrariamente al mito del loro impegno sociale: non sono che a caccia di consenso, in realtà, i bambini ringraziano per un quaderno con il baciamano. Si occupano di solidarietà, non di diritti. Mentre il regime si concentra non sull'acqua, l'elettricità le fogne, ma le speculazioni edilizie: costruisce nel deserto sterminate città satellite, interi quartieri vuoti e invenduti. Centri commerciali nel nulla, come mozziconi nella sabbia. A venti minuti da piazza Tahrir, intanto, si vive tra randagi, fame e fango riciclando spazzatura. Pittoresco, consiglia la Lonely Planet.

A decine, da mesi, sono accampati sul lungonilo. Il tratto tra il ponte 6 ottobre, che scende su piazza Tahrir, e il ponte 26 luglio, che entra invece a Zamalek, il quartiere degli occidentali e delle ambasciate - il tratto della passeggiata al tramonto mano nella mano. Mesi, eppure nessuno sa perché siano lì: è per tutti normale. Anche a sinistra. Non è che la cultura del bakshish, minimizzano elusivi, della mancia - si ostinano a chiamarla tradizione, è l'umiliazione di ogni vecchio per strada quando incrocia uno straniero, lo sguardo in un nido di rughe, quando immediato, come d'istinto, implora imbarazzato una moneta, le parole impigliate dentro, fratturate a mezza voce.

Eppure è proprio la povertà, più dell'esercito, più degli islamisti, a minare la rivoluzione. Capisci quanto parziale, quanto immaginario è il Cairo che conosci quando ti accorgi che turisti e giornalisti girano a piedi una metropoli di venti milioni di abitanti. Quel 63 percento di aree informali, quella maggioranza, è fisicamente fuori dalle cartine. E capisci quanto immaginarie, quanto fragili sono le statistiche quando ti accorgi che è prodotta in Cina anche la carta dei finti papiri. Manifestare costa. Molto, a chi giorno a giorno deve assemblare una cena. Sopra il palco, i ragazzi dell'American University invitano a resistere. Sotto il palco, il resto vende aranciata e souvenir della rivoluzione.