Beit Sahour (Cisgiordania), 30 luglio 2011, Nena News (nella foto, uno dei cartelli dei progetti finanziati dagli Stati Uniti che si incontrano in Cisgiordania) – Strade, infrastrutture ed elettricità per fare della Palestina un vero Stato. È l’obiettivo che l’Autorità Nazionale Palestinese sta tentando di perseguire in vista di settembre e della domanda di riconoscimento d’indipendenza alle Nazioni Unite. Ma l’implementazione di infrastrutture e servizi è obbligata ad adattarsi alla geografia dell’occupazione israeliana: oltre cento colonie che spezzano la continuità territoriale della Cisgiordania e il 60% del territorio sotto controllo esclusivo israeliano annullano la possibilità di creare un’economia indipendente da quella dell’occupante.

In questi anni non sono mancati i successi: a partire dal 2008 e dal lancio del Palestinian Reform and Develompment Plan, il governo di Ramallah sta investendo i finanziamenti dei donatori internazionali per superare gli ostacoli dovuti ad uno Stato-groviera. Finanziamenti consistenti che arrivano da quegli stessi Stati che rifiutano il riconoscimento dell’indipendenza prima politica, e poi economica, della Palestina.

Ma i soldi continuano ad essere incassati: in tre anni sono migliorati i collegamenti con la rete fognaria e quella idrica, sono stati riparati migliaia di chilometri di strade e garantito al 99.8% della popolazione di essere connessa alla rete elettrica. Il progetto “Rehabilitation of the City Centre”, costato 2,5 milioni di dollari in un anno, sta migliorando la vita dei residenti di Ramallah: la capitale della Cisgiordania vedrà implementate le reti idriche ed elettriche, strade e infrastrutture.

Ma se a Ramallah investire il denaro estero può rivelarsi relativamente facile, basta spostarsi di qualche chilometro per incappare nelle trappole dell’occupazione militare e civile israeliana. I piani progettati e stanziati per città e villaggi posti in Area C faticano a concretizzarsi, stracciati dalle autorità israeliane: basti pensare che il 70% dell’Area è classificata come zona militare, riserva naturale o colonia, quindi inaccessibile ai residenti palestinesi e al loro governo. Le Aree A e B non sono contigue e la stragrande maggioranza di progetti per la costruzione di strade di collegamento è stata bocciata dall’amministrazione israeliana: meno dell’uno percento dei piani di sviluppo presentati ha ricevuto il via libera.

“Le limitazioni in Area C colpiscono l’intera popolazione – ha spiegato Ghassan Khatib, portavoce del’ufficio del primo ministro Salam Fayyad – Un esempio: il progetto per il trattamento delle acque nere tra Nablus e Tulkarem servirebbe la popolazione dell’Area A ma attraversa l’Area C. Dopo dieci anni di ritardi e rinvii, il progetto non è stato ancora approvato dalle autorità israeliane”.

La divisione della Cisgiordania in tre aree

O ancora, la chiusura di discariche poco sicure e salutari e la contemporanea creazione di due nuove discariche nei distretti di Hebron e Tulkarem: “Sono stati necessari quasi otto anni di negoziati con lo Stato di Israele per ottenere i permessi necessari a utilizzare le due aree per le discariche”, ha continuato Khatib.

A migliorare il quadro sono i finanziamenti che arrivano dall’estero. Dal 2008 ad oggi sono stati circa 1500 i progetti di sviluppo avviati o completati all’interno dei Territori Palestinesi Occupati: negli ultimi vent’anni l’Autorità Palestinese ha incassato circa venti miliardi di dollari (7,7 miliardi dal 2008 al 2011). Lo scorso anno oltre un miliardo di dollari è stato investito per il sostegno del bilancio statale, circa 750 milioni per cooperazione e lo sviluppo economico e quasi 600 milioni per progetti umanitari. A cui si aggiunge il prodotto interno lordo palestinese che nel 2010 ha raggiunto quota sette miliardi di dollari, su una popolazione di 4,1 milioni di persone (2,5 in Cisgiordania e 1,6 a Gaza).

Ma chi sono i Paesi e le istituzioni che fanno piovere sull’AP tanti miliardi? Gli stessi che annunciano il loro secco no al riconoscimento di uno Stato palestinese indipendente il prossimo settembre: il 43% dei finanziamenti arriva dagli Stati membri della UE, il 25% dagli States, il 25% da altri Paesi arabi e il 7% da Australia, Giappone, Canada e Norvegia. L’Unione Europea, principale donatore, segue soprattutto progetti di costruzione di infrastrutture pubbliche, reti elettriche e idriche, trattamento dei rifiuti, per un totale di 166,6 milioni di dollari dal 2005 al 2010. Mentre per il 2011 la UE metterà sul tavolo 31,5 milioni di dollari per il settore medico e sanitario.

E poi ci sono gli Stati Uniti. La US Agency for International Development (USAID) ha lanciato nel 2008 un piano di finanziamento da 300 milioni di dollari per la costruzione e la rimessa a nuovo di strade, scuole, sistemi idrici. Difficile non incontrare, girando per le città e i villaggi della Cisgiordania, insegne che ricordano l’impegno americano per la creazione di quella strada o quella scuola. Ma di indipendenza economica e politica non se ne parla. Nena News