Uomini cuscino, cactus al cioccolato e un omaggio a Vittorio Arrigoni. In mostra alla Città della Scienza di Napoli fino al 20 luglio.

 

Napoli, 17 Luglio 2011 – Nena News (foto di Sara Borrillo) – Rana Bishara si definisce un’artista visuale. La sua identità di donna, cristiana, palestinese se l’è portata fino a Napoli in alcune grosse valigie che ha svuotato alla Città della Scienza, dove fino al 20 luglio è possibile visitare la sua mostra-istallazione sulla condizione femminile a Gerusalemme Est, città particolarmente colpita dall’occupazione militare israeliana e isolata dal resto dei Territori Palestinesi a causa del muro dell’apartheid che la circonda.

La mostra, che fa parte del progetto “Support the Palestinian Community in East Jerusalem: Actions in the field of Women Empowerment”, finanziato dal MAE-Ministero Affari Esteri italiano, promosso dalle Province di Napoli, Roma e Milano, in collaborazione con la Fondazione IDIS-Città della Scienza di Napoli la ONG CISS-Cooperazione Internazionale Sud Sud ed in partenariato con il CAC-Community Action Centre dell’Università Al-Quds di Gerusalemme, comprende diverse forme d’espressione artistica.

Un mosaico di foto ritrae, da un lato, momenti delle espropriazioni di case appartenenti ad alcune famiglie palestinesi da parte dei coloni israeliani. Attimi di vita quotidiana nei Territori Palestinesi occupati, in cui da un giorno all’altro puoi finire a vivere in una tenda come un profugo in casa tua. Dall’altro lato delle immagini, una mappa della Palestina appare sgretolata in isolati frammenti.

Alcuni dipinti astratti e vivaci sono i disegni delle donne che per la prima volta hanno sperimentato il gioco del colore durante un corso di formazione che Rana ha tenuto negli scorsi mesi.  La Bishara è infatti docente di Arte all’Università di Al Quds, e la sua esposizione non è una personale ma, ci tiene a precisare, comprende anche lavori  di alcuni dei suoi studenti.

Alcuni pigiami bianchi, dalle maniche lunghe, pendono dal soffitto e incombono su cinque palloni bianchi poggiati su un’antica mappa del mondo con al centro Gerusalemme. Sulla stoffa setosa dei pigiami sono stampati gli ordini di esecuzione delle espulsioni dei palestinesi dalle proprie case, espulsioni datate in diversi periodi, dal ’48 a oggi. Ogni pallone rappresenta un millennio dei cinque a cui risale la storia della città santa e su ognuno di essi, in arabo, vi sono scritte le cifre della diaspora palestinese. Pigiami come camice di forza, sospesi su un mondo silenzioso e forse troppo indifferente…

Accanto, distesi sul pavimento, alcuni cuscini dal collo lungo e la testa tonda sono tappezzati di stoffe tipiche della Palestina. Metafora di un popolo che non sa se ogni sera potrà poggiare la testa sul proprio cuscino, simbolo semplice quanto necessario di tranquillità e “casa”. L’identità può essere cacciata via da un momento all’altro, la precarietà scorre costante come il susseguirsi di notte e giorno, la paura è un’abitudine. E allora è meglio portar con sé la speranza di riposo, come se l’identità fosse possibile ovunque è il corpo, unica certa testimonianza del sé.

Ad inaugurare la mostra, il 12 luglio, una performance commovente di Rana Bishara.

Scalza, silenziosa e vestita di nero, Rana ha accolto i visitatori con occhi grandi e scuri. Guardandosi alle spalle ogni tanto, ha intrecciato lentamente una rete di braccialetti di plastica, quelli usati ai checkpoints dall’esercito israeliano per i Palestinesi più “sospetti”, costretti ad attendere con le mani legate lunghe ore. Imprigionate nella rete, alcune ciambelle di pane secco sono l’omaggio dell’artista al popolo affamato di Gaza e a Vittorio Arrigoni, che per Gaza ha dato la vita: “Vorrei incontrare la madre di Vittorio, un uomo che stimo tanto, che non potrò dimenticare mai”.

Una volta vestita della rete di manette e fame, che descrive come “un’immersione nell’abbraccio della resistenza palestinese”, Rana cammina nello spazio con aria serena. Una vedova di un pescatore, una Penelope contemporanea di pace. Raggiunge un banchetto allestito con pane, olio d’oliva e zatar, il tipico insieme di spezie palestinese, che gli israeliani proibiscono di preparare per impadronirsi finanche di questo cibo. Con un sorriso accennato, inizia a spezzare il pane, a intingerlo nell’olio di oliva e poi nello zatar. Per poi imboccare gli astanti, spiegando che lo zatar, come il corpo, e l’olio d’oliva, come il sangue di Gesù di Nazareth, rappresentano le cose semplici di una terra, i sapori e gli odori dell’infanzia che racchiudono la storia di un intero popolo. Sua nonna, sua madre andavano a raccogliere l’origano per lo zatar sulle montagne, anche quando rischiavano multe salate dagli Israeliani che oramai mettono il loro marchio anche su questo prodotto. Zatar come il mate per gli Argentini: sempre con sé, in viaggio, a casa, a colazione e all’ora del tè. Una spezia, un pezzo della propria identità, che offre in segno di fratellanza ai napoletani che qui, attoniti e curiosi, gustano il “nuovo” sapore e che partecipano, in fila, al pagano e inaspettato sacramento di pace.

In una camera dell’hotel Oriente di Napoli, Sara Borrillo ha intervistato per Nena News, Rana Bishara:

Che senso ha per lei essere un’artista originaria di un territorio occupato?

“Sono un’artista visuale. Per me l’arte è la mia vita e la mia vita è arte. Tutto è connesso. Esprimo ciò che accade nella vita quotidiana usando il linguaggio artistico. L’arte mi permette di essere libera. Ad esempio, spesso nelle mie istallazioni uso i cactus. Questa pianta ha sempre protetto i villaggi palestinesi dagli animali, fino al 1948, quando il cactus si è rivelato troppo debole per contenere la Nakba. Oggi il cactus è il mio simbolo preferito di resistenza. L’ho fotografato intriso di cioccolato, in senso metaforico: la Palestina è come il cioccolato, è buonissima! Una terra splendida e ricca di storia, un paradiso… ma quando la mangi ti fai molto male, perché ci sono le spine: l’occupazione israeliana. In altre foto pezzi di cactus sono rinchiusi in un barattolo. E’ il segno della frammentazione palestinese, che però prima o poi esploderà a causa della troppa pressione. Un simbolo della troppa pazienza, sentimento tipicamente attribuito alle donne, che però è oramai finita da un pezzo”.

Donna, palestinese, cristiana: come interpreta l’identità?

“L’identità per me un concetto emblematico, soprattutto in Palestina. Sono sicura e fiera della mia identità araba e palestinese. Per quanto riguarda la religione, invece, ritengo che sia un fatto marginale che attiene alla sfera privata delle persone, per cui auspico la costituzione di uno Stato laico. L’essere donna… (sospira, n.d.r.). Attraverso gli occhi delle donne puoi vedere in profondità. Le donne danno la vita e al tempo stesso sono capaci di trasformare la società. Ad esempio, per Israele la cosa più pericolosa è la pancia delle palestinesi. Il loro ventre fertile è una bomba, per l’aumento demografico che può provocare. Tralasciando per un attimo l’occupazione, credo che la maternità dia vita, amore, ma anche speranza per il futuro. La maternità significa resistenza da più punti di vista: le donne proteggono i loro figli, a volte si fanno arrestare al posto loro, altre volte provvedono a cibo e rifornimento per i fighters, (i resistenti, n.d.r.) come è accaduto a Jenin, dove le donne offrivano ai resistenti abiti per scappare via dall’assedio militare”.

Vivendo in un contesto fortemente segnato dall’ingiustizia, come mai ha proposto il rito della comunione cristiana, cos’ha voluto dire?

“Sono nata in una famiglia cristiana. Ho imparato l’amore e il perdono. Gesù ha lasciato un messaggio importante. Anche Ghandi lo ha fatto, ma, anche se mi piacerebbe seguire il suo insegnamento, nella nostra terra non basterebbe: Israele è troppo potente. Il tempo di Ghandi è passato e personalmente lotto per la pace e la resistenza. Difendo la mia causa attraverso la mia arte, ed ecco, la mia performance significa che non mi faranno perdere la speranza. Israele vuole frustrarci, vuole che ci abbandoniamo a noi stessi. Invece io voglio sperare. Non perderò mai la passione per la vita e per la speranza. Per questo ho realizzato una performance che definisco “spirituale”, perché intendo testimoniare che l’essere umano è umano, che è importante condividere piccole cose, che in realtà poi sono grandi, cariche di significato, simbolismi, memoria, storia. Lo zatar mi ricorda mia madre che lo preparava, mia nonna che lo raccoglieva in montagna…L’olio d’oliva è il simbolo dello sfregio quotidiano che la nostra terra subisce. Olivi strappati dai nostri territori e ripiantati nelle colonie… Tuttavia continuo a voler lanciare un messaggio di pace e di speranza per le future generazioni. Non voglio perdere la speranza, sarebbe fare il loro gioco, accettare passivamente l’oppressione”.

Lei ha un passaporto israeliano, cosa significa?

“Sono nata nel 1971 in un villaggio in Tiberiade. Poi ho vissuto ad Haifa per quasi sei anni. Poi sono dovuta andare a Gerusalemme Est, dove il passaporto israeliano per noi palestinesi è d’obbligo. E’ solo un documento, anche perché comunque in Israele sono trattata come cittadina di terza classe. La discriminazione verso gli arabi israeliani è tangibile ovunque: nelle università ad esempio non vogliono che ci siano degli arabi a portare avanti ricerche, in particolare nel settore dell’ingegneria e della sicurezza nazionale. Non esiste parità di opportunità. Ad esempio nei centri commerciali è facile trovare annunci come “Cerchiamo commessi- che abbiano già svolto il servizio militare”. Cosa vuol dire questo? Che il lavoro è solo per gli Israeliani; perché, quale arabo andrebbe a servire un esercito che distrugge il proprio popolo? Io, in quanto residente a Gerusalemme Est ed in possesso di un passaporto israeliano non posso sposare un palestinese della Cisgiordania, di Gaza o un profugo. Questo per me è puro fascismo…”

Dove le piacerebbe vivere?

“Eh, questa è una bella domanda. Amo vivere in Palestina, ma allo stesso tempo è difficilissimo. Vivrei tra Palestina ed Europa. Nel Vecchio continente c’è arte, cultura e soprattutto libertà e apertura”.

Come le sembra Napoli?

“Napoli è bella, sento che le persone sono appassionate, interagiscono con me. Ci sono molte similitudini tra il sud e la Palestina. Sento un grande cuore della gente. Mi sento a casa”. Nena News