Roma, 30 maggio 2011, Nena News (nella foto Isadora D’Aimmo, autrice di “Palestinesi in Israele”) – I Palestinesi con cittadinanza israeliana rappresentano il 20% della popolazione di Israele, una minoranza indigena che vive una condizione di marginalità civile, sociale e politica nella relazione con la maggioranza ebraica, immigrata. Palestinesi in Israele prova a spiegare chi sono e come vivono, ripercorrendone la storia, analizzandone la condizione giuridica e soprattutto presentandone l’impegno in campo culturale. L’immagine che ne viene fuori è quella di una collettività protesa verso la modernità ebraica e al tempo stesso ancorata al bisogno di preservare se stessa e la propria cultura originaria.

 

Isadora D'Aimmo

In Israele religione, lingua e identità nazionale coincidono: essere israeliano implica essere ebreo e parlare ebraico. In base alla dichiarazione di fondazione, Israele nasce sul suolo della Palestina come stato ebraico e non come stato di tutti i suoi cittadini, compresi quelli nativi, palestinesi. La maggioranza del milione circa di palestinesi che vivevano nelle terre assegnate dalle Nazioni Unite allo Stato ebraico fu scacciata o se ne andò sotto la minaccia dell’espulsione. Solo 160.000 dei palestinesi che abitavano originariamente l’attuale Israele riuscirono a restare sulla propria terra, diventando di punto in bianco una minoranza etnica all’interno del loro stesso paese, dove dopo la nakbah costituivano l’11% della popolazione. Oggi sono circa un milione.

Alcuni analisti ritengono che il modo in cui Israele tratta la parte palestinese della propria popolazione possa essere definito in maniera inequivocabile apartheid. L’aspirazione di Israele alla realizzazione di uno Stato ebraico è infatti supportata da strumenti legislativi che danno la precedenza agli immigrati ebrei, piuttosto che ai palestinesi autoctoni, e che riducono il valore e la consistenza della cittadinanza dei palestinesi.

Inoltre, formalmente questi palestinesi conservano un senso di appartenenza ed una vicinanza empatica con la Palestina, ed è questa emozione che definisce la loro identità di gruppo; però anche la componente palestinese è incompleta, e tale resterà, in quanto il movimento nazionale palestinese è impegnato nella costruzione della patria Palestina in un altro luogo, nei Territori Occupati, al di là del confine.

Tuttavia, l’elemento identitario non è un fattore di immobilismo ma di trasformazione sociale. I Palestinesi in Israele hanno sviluppato un sofisticato percorso di democratizzazione interna e di laicizzazione. Sono un soggetto politico con un ruolo potenzialmente attivo nella determinazione di sviluppi e cambiamenti nell’assetto istituzionale e nelle forme democratiche di Israele, nonché nel dialogo tra Israele e Palestina. Sono ancorati alla propria nazionalità palestinese e riconoscono la propria emarginazione all’interno di Israele, però l’“altro”, l’ebreo, non è un nemico senza volto ma una persona. Lo conoscono meglio di qualunque altro palestinese, perché non è solo il soldato al check point e non è solo l’autorità sorda ai loro bisogni, ma è anche il vicino di casa, l’amico o l’impiegato della posta. Insomma, i palestinesi in Israele sono un possibile ponte tra i due popoli, e sarebbe importante saper riconoscere loro un ruolo di mediazione tra le due parti.

La narrativa e la poesia giocano un ruolo fondamentale, e la nuova generazione – gli eredi di Emil Habibi – è artefice di una altrettanto splendida letteratura.

Questo libro ce la presenta come letteratura metropolitana, che tenta di ricostituire i luoghi di socializzazione e della memoria in uno spazio che possa essere condiviso dalla collettività. Una letteratura capace di accendere un dibattito inedito su temi centrali della vita politica e sociale e di interrogare la società palestinese in Israele sul ruolo della donna, sul sesso, sulla libertà, riflettendo sulla “nuova” questione palestinese, ma interrogandosi sulla sfera privata e ponendo incessantemente la questione della libertà personale in una dimensione individuale.

Insomma, oggi che la terra non riesce più ad essere il cemento e l’elemento centrale nella formazione dell’identità palestinese in Israele, la nuova generazione sottolinea l’importanza della cultura nella formazione di una soggettività forte che possa lavorare con efficacia all’acquisizione di diritti sociali, civili e politici e soprattutto alla costruzione di una pace giusta per tutti i palestinesi.