Se da un lato le rivoluzioni avvenute nei mesi passati e ancora in corso nella maggior parte dei paesi arabi hanno influenzato la decisione di una riconciliazione tra le leadership di Fatah e Hamas, dall’altro conseguenze significative sono attese all’interno della società palestinese in vista delle prossime tornate elettorali che comprendono le elezioni presidenziali, quelle politiche e quelle per il rinnovo dell’OLP (entro cui dovranno venire rappresentati anche Hamas e la Jihad islamica). Si tratta di cambiamenti strutturali che coinvolgono l’intera regione, e che stanno spingendo nuove composizioni e alleanze politiche in tutto il Medio Oriente. A tale proposito i tre relatori hanno sottolineato come la Palestina non comprenda soltanto la West Bank e la Striscia di Gaza, ma può essere descritta come una sinfonia di cui fanno parte i Palestinesi del ’48 (ossia i Palestinesi cittadini di Israele), i Palestinesi della diaspora, e i Palestinesi di Gerusalemme Est. Per questa ragione, l’unità intra-palestinese non dovrebbe significare semplicemente un accordo politico tra le differenti fazioni, ma piuttosto una ritrovata compattezza tra le diverse componenti del popolo palestinese.

In realtà, in particolare secondo i due relatori palestinesi, tale riconciliazione non avrà alcun effetto significativo dato che non esiste un processo politico in corso: l’unico scenario fuori discussione è quello del fallimento della soluzione storicamente più appoggiata a livello internazionale, quella dei due Stati. Su quale sarà l’alternativa possibile, dal lato palestinese Nusseibeh non esclude l’opportunità di partire dalla proposta di uno scambio di prigionieri (che potrebbe corrispondere alla liberazione di uno dei leader più apprezzati come Marwan Barghouti), mentre Hilal ribadisce i suoi dubbi sull’ipotesi della formazione prossima di uno Stato palestinese, se non in forma di un grande banstustan sotto controllo israeliano. Dal canto suo, Pappé riporta le recenti preoccupazioni del governo israeliano riguardo la possibile nascita di uno Stato palestinese entro settembre e propone tre livelli su cui operare per sbloccare lo status quo: a livello internazionale è necessario continuare il lavoro di riflessione e azione della campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) in opposizione al regime sionista; all’interno del mondo palestinese occorre risolvere la questione della rappresentanza; e in Israele si deve lavorare sulla “de-programmizzazione” della società verso una realtà futura di condivisione con i Palestinesi. Tenendo uniti i tre livelli, la prospettiva di uno Stato unico, laico e democratico, seppure ancora considerato utopico dalla maggior parte di entrambe le popolazioni, ha iniziato tuttavia a far crescere la consapevolezza di un percorso politico in grado di uscire dall’attuale impasse di violenza e odio che permea ormai da più di mezzo secolo la terra di Palestina.

Al di fuori di ogni retorica, l’incontro tra tre intellettuali autorevoli come Nusseibeh, Hilal e Pappé è stata un’occasione importante per ricucire il filo che collega gli eventi recenti avvenuti nel mondo arabo e la realtà palestinese ancora sotto occupazione militare israeliana. Se è vero che i Palestinesi hanno sempre continuato la loro resistenza (e che sono in realtà gli altri popoli arabi ad essersi risvegliati soltanto ora) come ha affermato Jamil Hilal, così è arrivato il momento di scrivere una nuova narrativa palestinese che a partire dalla Nakbah possa arrivare fino alle più recenti proposte avanzate dai giovani palestinesi del 15 marzo. Infatti, l’ondata di cambiamento e di rivoluzione sembra finalmente aver investito la società palestinese, e magari potrà agitare anche quella israeliana iniziando a mettere le basi per una sempre più determinata critica nei confronti del fondamento sionista dello Stato di Israele. 

*Giulia Daniele – Dottoranda Scuola Superiore Sant’Anna (Pisa)/ University of Exeter