The Punishment of Gaza

Peace Reporter
24/01/2011
http://it.peacereporter.net/articolo/26405/Gli+ultimi+quattro+anni+di+Gideon+Levy
 

The Punishment of Gaza, l'ultimo libro di Gideon Levy, giornalista di Ha'aretz

di Francesca Borri

Si intitola The punishment of Gaza, è una selezione degli ultimi quattro anni di editoriali di Gideon Levy per Ha'aretz. Un libro di cronaca illuminata addosso - perché nessuno un giorno possa dire: non sapevo

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L'operazione Piombo Fuso è stata "un attacco deliberatamente indiscriminato e sproporzionato, con l'obiettivo di punire, umiliare e terrorizzare la popolazione civile, minare radicalmente la sua capacità di provvedere a se stessa, e indurre un senso crescente di dipendenza e vulnerabilità".

La commissione Goldstone, tra la polvere di Gaza, non ha avuto dubbi: contro Hamas, contro Hezbollah, la strategia di Israele è colpire la popolazione civile, perché, affamata e esausta, isoli i movimenti islamici. Eppure, per ventidue giorni e 1445 morti, il sito dell'Ordine degli Avvocati non si è dedicato che al rinnovo delle iscrizioni annuali. Unico appuntamento in calendario, un workshop sulle composizioni floreali.

Il problema di Lieberman, sostiene Ilan Pappé, non è che sia un estremista, al contrario: il problema è che rappresenta il cittadino medio. "Ahmadinejad propone di cancellare Israele, i suoi imitatori di sradicare case e olivi. Qual è la differenza? Secondo Haim Ramon, ministro della Giustizia, siamo autorizzati a distruggere tutto - secondo l'uomo incaricato della tutela della legge e del diritto. Una dopo l'altra, si spengono tutte le luci", registra amaro Gideon Levy.

Perché è il giorno del rapporto Winegrad sulla guerra in Libano: un rapporto che scandaglia i dettagli, le singole azioni e schiva invece la domanda fondamentale, e cioè se sia lecito livellare via un intero Paese per liberare due soldati prigionieri, senza neppure tentare negoziati. Lo stesso giorno, la Corte Suprema scagiona i tagli dei rifornimenti di elettricità e gasolio alla Striscia di Gaza, "perché anche quantità ridotte sono sufficienti a soddisfare le esigenze della popolazione", argomenta: anche se le Nazioni Unite denunciano la catastrofe in corso, e soprattutto, anche se la Quarta Convenzione di Ginevra vieta le punizioni collettive - se è consentito, e persino consigliato, colpire tutti i palestinesi per i razzi Qassam, allora diventa pericolosamente consentito colpire tutti gli israeliani per l'occupazione. Ma è questo oggi, e surreale, il ritratto morale di Israele: ha il profilo del generale Moshe Tamir, "l'uomo che nel campo profughi di Jenin incitava i suoi soldati a comportarsi come rottweiler. Ma adesso, finalmente, è sotto inchiesta. Per avere lasciato guidare un fuoristrada al figlio quattordicenne".

"Ritirato l'esercito da Gaza, sparano razzi. Non esiste formulazione più precisa dell'opinione dominante: hanno cominciato loro. Israele assedia, bombarda, assassina e incarcera, colpisce civili, e i numeri sono impressionanti - eppure, si dice, hanno cominciato loro". Gideon Levy non ha mai esonerato i palestinesi dalle responsabilità, e anche in questo libro ha parole ruvide per Mahmoud Abbas - ma sono tra le sue pagine più amare: perché cosa sarebbe accaduto, si chiede, senza quei razzi?

"Israele avrebbe forse aperto i confini? Avviato negoziati con il governo democraticamente eletto? La verità", ammette, "è che senza resistenza i palestinesi si dissolverebbero dall'agenda - anche internazionale. I primi vent'anni di occupazione sono trascorsi in totale tranquillità, e non abbiamo cercato una soluzione: al contrario, al riparo della quiete abbiamo costruito insediamenti ovunque". Il cosiddetto disimpegno da Gaza è stato un disimpegno nel senso letterale del termine: solo il tentativo di sottrarsi agli obblighi imposti all'occupante dal diritto internazionale - obblighi che rimangono in vigore: si ha occupazione infatti quando si esercita un controllo effettivo del territorio: anche senza truppe permanenti: anche, come a Gaza, attraverso il controllo delle frontiere.

Eppure l'operazione Piombo Fuso, e così l'intera strategia di Israele, nonostante la disparità di forze e risorse è stata un fallimento: non solo morale. I razzi continuano ad arrivare, né l'esercito può pretendere di avere riaffermato la propria invincibilità, ribaltato l'esperienza del Libano, misurandosi con civili indifesi, per il 44.7 percento sotto i quattordici anni. E Hamas è ancora salda al potere. L'unica strada, secondo Gideon Levy, è il dialogo: a cui solo la pressione internazionale, però, può costringere Israele. La pressione di un boicottaggio, precisa: curioso che il Paese che conduce il più ampio boicottaggio internazionale, il boicottaggio di un intero popolo, scrive, a cui ha convinto anche americani e europei, strilli all'idea di un boicottaggio nei suoi confronti - in questi giorni, poi, gli stessi deputati che bollano il boicottaggio come una forma di antisemitismo hanno invitato al boicottaggio delle imprese israeliane che partecipano alla fondazione di Rawabi, città palestinese in cantiere a nord di Gerusalemme.
"Privare Gaza del gasolio induce la popolazione a contestare Hamas o serrarsi intorno Hamas, e contestare Israele?" - la pressione internazionale è indispensabile perché nessuno ormai, a eccezione di pochi gruppi minoritari, si interroga più sulla ragione e utilità delle politiche israeliane.

Per mesi, la Striscia di Gaza è stata impermeabilizzata ai giornalisti israeliani e stranieri, e ancora oggi è difficilmente accessibile. Si scrive da Baghdad, da Kabul: ma lavorare tra i palestinesi, si sente rispondere chi chiede un accredito, è troppo pericoloso. "Perché in realtà le parole sono l'arma più potente, in questa guerra. Abbiamo liberato territori, mantenuto l'ordine - l'ordine dell'occupazione, abbiamo insediato un'amministrazione civile, incarcerato donne e uomini in detenzione amministrativa, ucciso con la procedura del vicino, e cioè mediante scudi umani, assassinato con regole di ingaggio e proiettili di gomma, creato unità di attraversamento, che altro non sono se non reticoli di barriere e blocchi stradali, sventato bombe a orologeria.

Un bambino di sei anni è un ragazzo, un dodicenne un giovane e entrambi sono terroristi, la nostra aviazione bombarda obiettivi, a volte strutture - mai case, istituiamo zone di sicurezza ed è una sicurezza che è sempre, unicamente, la nostra sicurezza. Solo Amira Hass chiama le decine di migliaia di senzatetto con il loro vero nome: profughi, profughi per la seconda o terza volta nella loro vita - sfollati: termine così carico di storia". Perché si insiste, come è giusto, sulla violazione dei diritti dei palestinesi: eppure anche gli israeliani hanno perso, negli anni, passo a passo, insediamento a insediamento, una libertà decisiva, nelle società contemporanee - nelle democrazie contemporanee: la libertà di informazione, premessa di una autentica libertà di pensiero.

La storia moderna della libertà comincia con l'habeas corpus: la protezione dall'abuso del potere: ma una libertà non meno importante, oggi, è quella che Danilo Zolo ha definito l'habeas mentem: la libertà del cittadino di formarsi proprie opinioni, comprendere quanto avviene - la protezione dall'abuso del sapere. Ed è qui la ragione di questo libro, e il suo valore: un libro che è cronaca, analisi, "il tentativo di spiegare che i bambini del sud non sono solo i bambini di Sderot: che essere stati vittime, mezzo secolo fa, non rende tutto kosher" - ma soprattutto, un libro che è testimonianza e consapevolezza, è partecipazione al proprio tempo - indignazione: "perché nessuno, un giorno, possa dire: non sapevo".

Una informazione più completa affiancherebbe per esempio alle trionfali cifre degli olim, gli ebrei che da tutto il mondo decidono ogni anno di compiere aliyah e tornare in Israele, le statistiche relative ai yordim, quanti compiono il percorso inverso e lasciano Israele - non per difficoltà economiche, in genere, ma per l'invasività di religione e esercito nella sfera pubblica. Il nipote di Ben Gurion, la nipote di Begin, il figlio di Rabin: moltissimi, tra i discendenti dei padri fondatori, non abitano più in Israele. Come moltissimi tra i figli dei tanti ministri della Difesa che dal 1948 hanno rinnovato puntuali, anno dopo anno, la dichiarazione di stato di emergenza, e autorizzato la restrizione di libertà fondamentali in nome della sicurezza - e che non hanno mai capito che "la punizione di Gaza" è in realtà la punizione di Israele, il paese più pericoloso al mondo in cui oggi un ebreo possa scegliere di vivere.