Beirut-  L’unica fonte di sostegno è l’UNWRA (ente per i rifugiati delle Nazioni Unite), che dispone di risorse del tutto insufficienti a soddisfare le esigenze primarie dei palestinesi. Le autorità libanesi osteggiano ogni miglioramento delle loro condizioni per evitare qualsiasi rischio di integrazione; i profughi per il governo libanese rilevano unicamente sotto il profilo della sicurezza.

 

I campi profughi ufficialmente riconosciuti sono 12, ma ve ne sono altri 15 non ufficiali (che contengono la metà dei palestinesi). In sei dei campi ufficiali l’accesso è regolato da check point libanesi, per oltrepassare i quali è necessario munirsi di permesso. Anche noi della delegazione abbiamo dovuto munirci di autorizzazione con giorni di anticipo.

La situazione demografica è esplosiva. L’unico censimento risale al 1948, ma da allora la popolazione è triplicata, anche per nuove ondate di profughi (dopo “Settembre Nero”, nel 1970, molti sono arrivati anche dalla Giordania), pur rimanendo identica l’estensione dei campi. I campi sono così cresciuti in linea verticale, non potendo ulteriormente espandersi sul terreno.  I nuovi profughi non vengono riconosciuti dal Governo libanese; oltre 5.000 persone sono del tutto prive di qualsiasi documento.

Ciò li mantiene in uno stato di illegalità permanente e molti di loro vengono arrestati in continuazione dalla polizia libanese. La gestione amministrativa dei campi è complicata, non essendovi autorità ufficialiriconosciute e condivise, ma solo dei comitati popolari, che fanno capo sia Fatah che ad Hamas, che talvolta coesistono nello stesso campo, che cercano di amministrare i campi, in un equilibrio precario e ad alta tensione.  Il campo di Sidone, Ein al Hilwe, con le sue 80 mila persone, è una vera e propria città (quasi gli abitanti dell’italiana Alessandria, per dare un’idea); difficile pensare come sia possibile la sopravvivenza e la convivenza in un tale contesto senza una vera e propria organizzazione amministrativa, in pochi chilometri quadrati così densamente popolati. Il 60 %  dei profughi lavora all’interno degli stessi campi. Ciò è dovuto anche al fatto che il Libano vieta ai profughi lo svolgimento di 72 professioni, vieta l’iscrizione agli albi, vieta alle imprese libanesi la loro assunzione. Chi lavora in Libano il più delle volte è in nero con uno stipendio miserabile. Molti campi sono privi di sistema fognario, idrico ed elettrico. Girando ci si imbatte in una selva di tubi di distribuzione dell’acqua e di cavi dell’elettricità inestricabilmente aggrovigliati. La commistione tra impianto idrico ed elettrico crea una situazione di continuo pericolo per gli abitanti, ed ogni anno si contano decine di morti folgorati in particolare bambini. In un campo di Beirut, dove vivono 20 mila persone in 750 mq, l’acqua che proviene da pozzi scavati nello stesso campo ed è altamente salata, viene erogata mezzora ogni 48 ore. La corrente salta in continuazione e si devono arrangiare con generatori autonomi che moltiplicano i costi.

mappa dei campi profughi in Libano

La situazione sanitaria è altrettanto drammatica.  Non esistono ospedali nei campi, ma solo dei presidi sanitari, che forniscono solo le prime cure. L’UNWRA garantisce un presidio ed un medico per ogni campo; a tali presidi si aggiungono quelli gestiti da ONG, finanziate dalla solidarietà internazionale. Dopo le prime cure i malati vengono mandati a casa o indirizzati presso ospedali libanesi (convenzionati solo per un limitato numero di operazioni chirurgiche). L’UNWRA copre le spese dell’ospedale fino a 3000 euro (che si riducono a 2000 per chi ha più di 60 anni…) ed i profughi non hanno la possibilità di integrare il pagamento. Le malattie più gravi e quelle non convenzionate rimangono così del tutto prive di cure.

Nei campi non ufficiali la situazione è ancora peggiore. In due campi vicino a Tiro vi è una sola clinica mobile. Tutti i presidi che abbiamo visto lavorano mezza giornata non avendo le risorse per il funzionamento continuato. Il più delle volte, soprattutto per i malati cronici, le cure si limitano alla somministrazione di calmanti.

La situazione scolastica non è migliore. L’UNWRA garantisce gli studi fino alle scuole superiori. Ci sono 30.000 studenti distribuiti su 14 scuole, ma solo una minima parte di quelli che iniziano porta a termine il ciclo scolastico. Il 42 % raggiunge la scuola media, solo il 13 % la scuola superiore. Tutti gli altri sono costretti all’abbandono per aiutare la famiglia.

L’università è preclusa ai profughi; degli 800 studenti maturati nel 2009, solo un centinaio hanno proseguito grazie alle borse di studio, e gli altri sono stati costretti a fermarsi.  Le università statali peraltro rifiutano ai profughi l’iscrizione alle facoltà scientifiche (medicina, ingegneria fisica).

Il budget UNWRA ci dicono essere di 70 milioni di dollari all’anno, il 50% dei quali va in spese del personale, ed il resto è quasi interamente assorbito da ulteriori spese di gestione; per l’assistenza vera e propria rimangono gli spiccioli.  Non è dato peraltro sapere a quanto ammontino gli stipendi dei funzionari…. Un recente studio congiunto UNRWA – Università americana di Beirut ha accertato che il 67 % dei profughi vive al di sotto della soglia di povertà. I nostri intervistati affermano senza esitazione che la stessa Autorità nazionale palestinese (Anp, Ramallah) di fatto ha cessato di interessarsi della situazione dei profughi.

I profughi sono peraltro osteggiati da tutte le componenti politiche libanesi, che si spartiscono il potere secondo rigidi criteri etnico – religiosi, in un equilibrio che sarebbe inevitabilmente influenzato dalla componente palestinese. I palestinesi sono musulmani sunniti e sono temuti per questo sia dalla componente cristiana, che dagli stessi Hebzollah, musulmani pure loro, ma sciiti, nonché dagli stessi musulmani sunniti libanesi che sono allineati su posizioni filo-occidentali. Le varie fazioni palestinesi presenti nei campi profughi faticano a sedersi attorno ad un tavolo per darsi una rappresentanza unitaria (anche se subiscono in modo solo riflesso i contrasti che si sono creati a Gaza ed in Cisgiordania). In alcune specifiche situazioni sono però riuscite a superare le divisioni creando un frontecomune, come nel caso della ricostruzione del campo profughi di Nahr El Bared, distrutto tre anni fa nel conflitto tra esercito libanese e le milizie di Fatah al Islam (organizzazione definita unanimemente di infiltrati nemici degli interessi dei profughi).

L’ultimo fronte comune si è formato per l’impegno ad osservare una totale neutralità dei palestinesi rispetto alla situazione che si potrebbe creare dopo la sentenza che dovrebbe chiudere il 14 Dicembre prossimo l’inchiesta internazionale sull’omicidio di Rafik Hariri (ucciso in un attentato nel Febbraio 2005); se si verificasse quanto temuto, che la richiesta di incriminazione dovesse attribuire l’attentato a membri Hebzollah, si potrebbe configurare il rischio di una nuova guerra civile.

Tutti i palestinesi concordano nel ritenere che se anche un parte di loro si facesse coinvolgere a fianco di una delle parti in conflitto, ciò avrebbe conseguenze catastrofiche per loro. Va sottolineato infine come tutti gli intervistati, di qualunque appartenenza politica, hanno ribadito e di ritenersi solo ospiti dello stato libanese, e di non avere alcuna intenzione di radicarvisi; non c’è stato il minimo arretramento nel rivendicare il loro diritto al ritorno nelle terre del 1948 prevalentemente la Galilea, come previsto dalla Risoluzione dell’ONU 194 del 1948, mai applicata dalla comunità internazionale.

Segnaliamo che tutte le Ong, ed i presidi medici, hanno bisogno di soldi, medicine, di apparecchiature mediche. La ABSPP (Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese), che ha partecipato al nostro viaggio, tiene contatti con tutte le realtà che abbiamo incontrato e può essere il tramite per gli aiuti www.abspp.org<http://www.abspp.org>

via Bolzaneto 19/1 16162 Genova Ccp:Numero 22246169 Cc  Banca Popolare Etica :

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Adottare un orfano costa solo 50 euro al mese.