Gerusalemme, 14 dicembre 2010, Nena News (nella foto dal sito www.wwenglish.com, uomini di una unita’ speciale israeliana) – Le pesanti restrizioni che condizionano fortemente la vita dei palestinesi non servono, come affermano i leader politici e i comandi militari di Israele, a garantire la sicurezza dei cittadini dello Stato ebraico. Piuttosto hanno il fine di mantenere il controllo e l’occupazione dei  territori palestinesi del 1967 (Gerusalemme Est, Gaza e Cisgiordania) e a garantire la loro annessione di fatto. E’ questa la tesi dell’ultimo rapporto – un volume di 431 pagine – che diffonde oggi l’organizzazione pacifista israeliana «Breaking di Silence» che si è data il compito di pubblicare le testimonianze di militari,  impiegati nei Territori occupati, che hanno deciso di «rompere il silenzio» e di rivelare gli abusi, le angherie e le violenze che subisono i palestinesi.

 

Nel rapporto sono riportate le testimonianze, parecchie in condizione di anonimato, di oltre 700 ufficiali e soldati di Esercito, Marina e Aviazione raccolte in questi ultimi dieci anni, ossia dall’inizio della seconda Intifada sino ad oggi.

Rispondendo alle domande di un giornalista di Nena News, Yehuda Shaul, uno dei fondatori dell’associazione pacifista, ha spiegato che sono quattro i pilastri dell’occupazione israeliana dei Territori palestinesi: prevenzione, separazione, tessuto sociale, applicazione della legge. La più importante è la prevenzione, ha detto Shaul, perché caposaldo di quell’idea di sicurezza che, di fatto, autorizza qualsiasi militare israeliano a non distinguere tra civili e militanti armati palestinesi e di procedere ad arresti indiscriminati, raid notturni nei villaggi e nelle case, demolizioni di abitazioni, «assassinii mirati», confisca di terreni ed edifici. Tutto in nome della «prevenzione del terrorismo».

Un soldato, riferisce il rapporto di «Breaking the Silence», ricorda come nel 2003 i comandi militari israeliani diedero l’ordine di costruire un posto di blocco nella cittadina di Toubas (Nablus). «Era in pieno centro, tra le donne che facevano la spesa e i bambini che giocavano al calcio – ricorda il militare – quel posto di blocco aveva l’unica funzione di dire: siamo qui in mezzo a voi. Una volta (durante la notte, ndr) lanciamo una bomba a mano (per gioco ,ndr)…dopo il boom osservammo i cittadini risvegliarsi». Agghiacciante è il racconto di un ex membro di una unità speciale israeliana che ricorda di aver partecipato all’uccisione a sangue freddo di alcuni poliziotti palestinesi «solo per vendetta», dopo un attacco armato di un commando palestinesi nel quale qualche giorno prima erano rimasti uccisi sei soldati israeliani.

Un poster dell'associazione pacifista israeliana

Il rapporto di «Breaking the Silence» mette in risalto che la risposta dell’esercito è forte anche nei confronti delle iniziative non violente dei palestinesi contro l’occupazione. Un atteggiamento assolutamente in linea con le politiche volte a creare problemi di ogni tipo alla vita quotidiana della popolazione civile palestinese, dai posti di blocco disseminati sul territorio agli ostacoli ai movimenti delle persone, anche se sono gravemente ammalate o semplicemente dirette al lavoro. Non è peraltro secondario il ruolo delle colonie israeliane nell’azione di controllo del territorio. A cominciare dalla regolare partecipazione di ufficiali-coloni nel processo decisionale. «Tutto è finalizzato al controllo – ha concluso Yehuda Shaul -, ad evitare che i palestinesi possano avere un vero Stato indipendente, sulla base del convincimento che la realizzazione dei diritti dei palestinesi significherebbe automaticamente la negazione di quelli degli israeliani. Un’idea perversa che giustifica il dominio su di un altro popolo». Nena News