Resistere è Esistere

AFP – AustralianFor Palestine
da: Therapy Today – March 2009 Vol.20, Issue 2

http://australiansforpalestine.com/33876#more-33876

 

 Resistere è Esistere

di Martin Kemp ed Eliane Pinto 

'Tu stai dormendo con la tua famiglia. Alle 04:00 la tua casa viene circondata da soldati e guardie di frontiera che picchiano alla porta e rompono i vetri mentre tu ti svegli, per sentirti dire che hai 15 minuti per uscire. Utilizzando tutta la violenza possibile - contro di te, tua moglie e i tuoi figli – il bulldozer si muove. Israele non fornisce alcuna sistemazione alternativa (l'ONU fornisce tende, ma mai abbastanza), nessun indennizzo, anche se nessuno contesta il fatto che tu possiedi la terra - e ti hanno inviato l'ordine di demolizione.'

Salim Shawamreh

Anata – Area metropolitana di Gerusalemme

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Quelle che seguono sono le osservazioni di un tour della Palestina di 10 giorni, fatto da un gruppo di medici e professionisti della salute mentale. Abbiamo visitato reparti ospedalieri, strutture psichiatriche e abbiamo incontrato le ONG locali e internazionali coinvolte in progetti che cercano di soddisfare le esigenze palestinesi di aiuto psicologico. Abbiamo parlato con insegnanti, imprenditori, capi villaggio e con chiunque altro è stato possibile e ci hanno raccontato la vita sotto l'occupazione. Anche se eravamo interessati prevalentemente a sentire i palestinesi, abbiamo dato importanza anche al contributo degli ebrei israeliani. Questi sono lontani dal rappresentare l'opinione pubblica israeliana, ma crediamo che costituiscano uno degli elementi di speranza nella ricerca della pace, e sono una voce che è regolarmente assente dai dibattiti dei mezzi di informazione britannici su questa terra bella, ma tragica. Noi eravamo lì nel novembre 2008. Ci era già vietato entrare a Gaza. La Cisgiordania era carica di tensione - l'attacco israeliano su Gaza era stato ampiamente anticipato – ma era tranquilla. Piuttosto che della notizia 'calda', della guerra vera e propria, si potrebbe dire che siamo stati testimoni della vita quotidiana sotto un’occupazione senza fine. 

La casa è dov'è il cuore

Siamo stati portati in giro intorno a Gerusalemme da Jeff Halper, un professore ebreo di antropologia, autore di An Israeli in Palestine: Resisting Dispossession, Redeeming Israel, e fondatore del Comitato israeliano contro la demolizione delle case. Egli ha sottolineato la disparità nella fornitura di servizi comunali per ebrei e arabi. A Gerusalemme, gli arabi rappresentano il 30 per cento della popolazione, ricevono l'otto per cento dei servizi e pagano il 40 per cento delle imposte. Le aree ebraiche sono pulite e ben servite, con illuminazione stradale, segnaletica orizzontale e marciapiedi. Le aree arabe non hanno nessuna di queste cose: così si passa dal primo mondo al terzo nel giro di pochi minuti. 

Dai mezzi di comunicazione britannici avevamo sentito parlare delle demolizioni di case come forma di punizione collettiva contro i terroristi. Ma qui, però, è una tattica per raggiungere l'obiettivo di una ripartizione su base razziale. Dal 1967 nei Territori Occupati sono state distrutte più di 20.000 case palestinesi e solo il cinque per cento aveva qualcosa a che fare con la sicurezza. Nella sola Gerusalemme Est il 40 per cento delle costruzioni (circa 16.000 edifici) ha un ordine di demolizione. La carenza di alloggi tra i palestinesi contribuisce a creare gli stessi problemi sociali e psicologici che accompagnano ovunque una situazione abitativa inadeguata. 

Abbiamo passato una serata con Salim Shawamreh e sua moglie Arabiya, la cui casa di Anata, a Gerusalemme, è stata demolita quattro volte. Mattoni e malta subiscono il peso della violenza fisica, ma le menti portano le cicatrici. Salim ha parlato con rabbia e dignità del processo kafkiano per cui ai palestinesi viene negato il diritto a costruire case sulla propria terra, così alla fine sono costretti a costruire illegalmente e ad affrontare la minaccia di demolizione. Era impossibile comprendere appieno l'esperienza che ha descritto. Arabiya diventò muta ed andò in Giordania per riprendersi. Una figlia è diventata temporaneamente cieca e un'altra soffre di attacchi di panico per qualsiasi rumore improvviso, e non può trovare alcun conforto nei tentativi del padre per rassicurarla. L'effetto traumatico provocato sui bambini dalla visione dei genitori umiliati di fronte a loro, è stato descritto dal dottor El-Sarraj, direttore del Gaza Community Mental Health Programme, e riportato in precedenza su questa rivista. Le conseguenze psicologiche vanno al di là della famiglia la cui casa viene demolita. Gli israeliani demoliscono una casa qui, una casa là. Nessuno sa chi sarà la prossima. Potrebbe capitare a chiunque, in qualsiasi giorno. 

Benvenuti all'inferno

Ci sono più di 450.000 israeliani che vivono in 200 insediamenti in Cisgiordania e Gerusalemme Est, molti, posizionati strategicamente sopra le falde acquifere. Più provocanti e minacciosi per la vita quotidiana dei palestinesi, sono gli avamposti nella città interna, in zone residenziali arabe, costituiti principalmente da ebrei ideologicamente religiosi. Il primo che abbiamo visto era arroccato sulla cima del quartiere musulmano della Città Vecchia di Gerusalemme, circondato da filo spinato e bandiere israeliane. A Hebron siamo diventati più consapevoli dell'impatto di questi insediamenti: 'Benvenuti all'inferno' è stata l’espressione con cui Ronnie Perlman, un membro del gruppo israeliano per i diritti umani Machsom Watch, ha salutato la notizia che stavamo per andare là. 

Hebron è una città palestinese assediata - anche se non sotto assedio come Gaza. È sede del più infame degli insediamenti nel centro della città – un enclave di 500 zeloti occupa il cuore della città vecchia, portando violenza e paura, protetta da 1.500 soldati della IDF. In un primo momento ci fu negato l'ingresso a questa enclave, designata come 'zona militare chiusa ', dove i coloni vivono tra i loro vicini arabi. Il giovane ucraino di turno cambiò idea dopo aver saputo di essere cresciuto nella stessa zona dei nonni ebrei di uno del nostro gruppo.

Abbiamo camminato per le strade inquietanti, su una collina, a casa di Hasham al-Aza. I tronchi delle vigne intorno alla sua casa erano stati recisi e nel giardino i coloni avevano gettato spazzatura, le finestre erano sbarrate e coperte con rete metallica per proteggersi dai loro missili. All'interno, i bambini erano a disagio mentre il padre descriveva la loro macabra vita. Mentre andavano a scuola, i coloni avevano rotto il braccio della ragazza e divelto i denti di sua cugina,. Siamo seduti insieme a guardare un film in cui dei coloni fanno irruzione nelle case palestinesi e le saccheggiano per commemorare il 60 ° anniversario della fondazione di Israele (girato su videocamere date ai palestinesi dal gruppo israeliano per i diritti umani, B'Tselem, come parte del loro programma di difesa). 

Mentre tutti soffrono, i bambini sono i più vulnerabili. Abbiamo sentito questo da Rawia Mohtaseb, studente e volontario nell'ufficio di Hebron del Palestine Medical Relief Society: 'Mia sorella sta vivendo un'esperienza difficile con i suoi figli. Suo cognato era ricercato dagli israeliani, hanno attaccato la sua casa parecchie volte e hanno anche arrestato il marito molte volte. Li hanno costretti a rimanere tutta la notte sotto la pioggia senza indossare abiti pesanti. L'effetto di tutto ciò e di come i soldati avevano trattato lei e i suoi bambini si vedeva nel figlio; aveva quattro anni e prima era in grado di parlare molto bene. Dopo quella volta, e molte altre come quella, ha cominciato a parlare come un bambino di due anni. Ripeteva ogni parola tre o quattro volte prima di dirla nel modo giusto. Questo problema è continuato per circa tre anni. 

Separazione: il muro e i check-point

Il muro di separazione (che si prevede sarà lungo 700km), il sistema dei permessi, le strade esclusive per gli israeliani e i posti di blocco, insieme, formano quello che Jeff Halper ha descritto rappresentare per i residenti in Cisgiordania 'la matrice del controllo '. E' stato difficile credere al grado di crudeltà che accompagna il sistema e la sua attuazione, ma tale era il peso delle prove provenienti da fonti diverse che è stato impossibile sfuggire alla conclusione che la sua progettazione ha lo scopo di soggiogare un popolo, per favorire la sua emigrazione e per facilitare un'ulteriore appropriazione delle sue terre e delle sue risorse.

 Le donne di Machsom Watch hanno dichiarato di avere un milione di storie per illustrare la brutalità e il comportamento vendicativo dimostrati ai checkpoint dal personale di sicurezza israeliano nei confronti dei palestinesi. Physicians for Human Rights, un'altra ONG israeliana, ha riferito di molti casi nei quali sono visibili gli effetti dovuti alle restrizioni agli spostamenti per l’accesso alle cure sanitarie. Il nostro gruppo ha sentito parlare di 3 gemelli di 33 settimane ai quali è stato ritardato per diverse ore il viaggio da Gaza all’unità di terapia intensiva neonatale dell'ospedale di riferimento per i palestinesi a Gerusalemme Est, e ai loro genitori è stato rifiutato il permesso di accompagnarli. Durante il viaggio, il nostro autista si è buttato a lato della strada per far posto a una ambulanza della Mezzaluna Rossa che, luci lampeggianti, sfrecciava a tutta velocità verso l'ospedale. Cinque minuti dopo o poco più tardi siamo arrivati a un checkpoint. L'ambulanza era lì, su un binario morto. 

Degli oltre 600 posti di blocco e ostacoli alla circolazione in Cisgiordania, solo 17 segnano il 'confine' odierno tra Israele e la Palestina occupata. I rimanenti sono tutti all'interno della Cisgiordania. Ronnie Perlman è stato chiaro su questo: 'i palestinesi non stanno cercando di recarsi in Israele. Non hanno alcun interesse per Tel Aviv. Vogliono andare da A a B, in Palestina. I palestinesi sono prigionieri invisibili, seduti nelle loro case ... Il nome del gioco è frustrazione '.

Alcune cose - il percorso del muro, il sistema di strade solo per israeliani in tutta la Cisgiordania - sembrano essere state progettate indipendentemente dai disagi causati alla popolazione locale. Altre sembrano destinate ad umiliare e provocare, demoralizzare e deprimere. Il sistema lavora per rendere le città della Cisgiordania, una serie di ghetti. 

E riguardo alla salute mentale?

Nelle carceri israeliane ci sono circa 300 bambini palestinesi e la tortura viene usata normalmente contro bambini e adulti detenuti dagli israeliani. Molti dei bambini sono lì per aver lanciato pietre contro il Muro (illegale) di Separazione. 

Il sistema determina frustrazioni e rende furiosi, i giovani sono meno capaci di contenere i loro sentimenti, e il lancio di pietre è una comprensibile valvola di sfogo per la rabbia contro gli israeliani. Con Gerard Horton, avvocato di Defence for Children International, abbiamo parlato dell'esperienza dei bambini nel sistema giudiziario militare che si applica in Cisgiordania. Problemi di proporzionalità sono stati recentemente messi in luce dai fatti compiuti da Israele a Gaza, ci sembra infatti che ci sia una significativa disparità tra la minaccia che i bambini rappresentano e la risposta delle autorità. Quando abbiamo chiesto informazioni su questo, Horton ha avvertito che il fondamento logico non sta nella sicurezza o nella lotta contro la criminalità: 'In generale non si preoccupano molto di trovare il ragazzo giusto ... Penso che il vero scopo sia quello di sconfiggere la resistenza. Quindi non importa se si prende il bambino giusto o no. Lo scopo è quello di intimidire, e in generale funziona abbastanza bene. ' 

"E' una guerra psicologica”, afferma Rana Nashashibi, Direttrice del Centro di Counselling Palestinese, una ONG locale che organizza una serie di iniziative per l'assistenza psicologica, e che ha scritto sull'impatto psicologico dell'occupazione sui palestinesi.

Ha descritto la qualità della risposta con cui i palestinesi reagiscono a tutto questo con il termine Sumud, tradotto come 'risolutezza' , ma molto simile a termini come resistenza, o determinazione. Ha suggerito che sono sostenuti da reti familiari forti e dalla convinzione religiosa. Ma sono sottoposti ad una pressione immensa. 

Il muro del checkpoint Gerusalemme-Betlemme, dalla parte israeliana, è coperto di murales per ingannare i turisti. Dalla parte palestinese ci sono graffiti che dicono: 'Resistere è esistere '. Questo suggerisce le idee di Winnicott sulla muscolarità e l'aggressività nell'auto-realizzazione. In situazioni parallele di ingiustizia, di espropriazione e occupazione - familiari, come sociali - chiedere una riparazione sembrerebbe una risposta sana. Nel suo libro Il suicidio in Palestina, Nadia Taysir Dabbagh afferma che la depressione tra i palestinesi era calata durante la prima Intifada, e che tra quelli che ha intervistato c'è una forte nostalgia per i giorni in cui la comunità unita resisteva attivamente all'oppressione . Al contrario, i singoli atti di violenza contro i soldati israeliani, per esempio, ci sono stati descritti come cedimenti alla provocazione, il segno della disperazione piuttosto che della speranza. 

E' convinzione di tutti coloro che abbiamo incontrato nel campo della salute mentale che l'assenza di qualsiasi valvola di sfogo costruttiva e collettiva alla frustrazione e alla rabbia, aumentate da una politica israeliana che sembra progettata proprio per questo scopo, di per sé porta alla malattia. Il Dr Mahmoud Sahweil del Centro di trattamento e la riabilitazione delle vittime della tortura, ci ha detto che c'è un continuum tra violenza politica, comunitaria, nazionale e scolastica. Era preoccupato per il bullismo, ma anche per la violenza esercitata dai docenti contro i bambini, vista come diretta ri-attuazione della tortura che gli uomini stessi avevano vissuto in carcere. 

Parlava di lavorare non con PTSD (sindrome da stress post traumatico), ma con CTSD (sindrome da stress da trauma continuo), sottolineando le sfide supplementari a cui devono far fronte i servizi clinici all'interno di un ambiente continuamente traumatico. Egli ha stimato che il 100 % dei bambini che hanno vissuto l'assedio di Gaza sono traumatizzati - e questo prima dell'invasione di dicembre. 

Zoughbi Zoughbi, Direttore di Wi'am, un centro di mediazione dei conflitti a Betlemme, è convinto che la rabbia degli sfollati sia alla base delle controversie con i vicini di casa, della violenza domestica, dell'aumento della tossicodipendenza tra i giovani e degli elevati livelli di depressione e delle malattie somatiche : 'I nostri sogni vanno in frantumi. Siamo ostaggi della paura. I bambini soffrono di traumi, ma non è sindrome da stress post- traumatico (PTSD). E' presente, strato dopo strato. I sintomi sono nervosismo, rendimento scolastico scarso, nessun rispetto per l'autorità, comportamento sconsiderato, bagnare il letto, violenza domestica, giocattoli e giochi da macho, tensione tra vicini, demoralizzazione e egoismo. 

Il Dr Issam Bannon del Psychiatric Hospital di Betlemme ha elencato le conseguenze come le ha viste: pressione alta, diabete, problemi psicosomatici e depressione e ha parlato di alti tassi di PTSD diagnosticati in donne e bambini. É arrivato alla conclusione che forse la metà dei pazienti dell'ospedale era stata imprigionata e torturata. 

La crudeltà è un virus

Ni'lin è un villaggio palestinese tagliato in due dal muro, ha perso la maggior parte del suo territorio a favore degli insediamenti israeliani e delle strade solo per israeliani. Ogni settimana c'è una protesta non violenta, ogni settimana la protesta è interrotta dai soldati israeliani. Due bambini sono stati uccisi negli ultimi sei mesi, numerosi abitanti del villaggio hanno subito lesioni agli occhi causate da proiettili di gomma. Physicians for Human Rights-Israel (PHR-IL) compie un giro settimanale con la clinica mobile nei villaggi della West Bank e siamo stati invitati ad unirci a loro a Ni'lin, dove li ha accompagnati anche la psichiatra Dott.sa Ruchama Marton. Durante la prima Intifada nel 1988, lei e altri medici avevano risposto alle richieste di aiuto da Gaza, dove i manifestanti disarmati venivano colpiti da proiettili esplodenti. Videro quello che stava accadendo, e decisero di creare il PHR-IL. 

La Dr.sa Marton ha espresso la sua preoccupazione per Israele, e ha descritto la sua società come caratterizzata da una cultura di negazione: 'La gente non vuole sapere cosa stanno facendo a 20 o 30 chilometri dalle loro case. Psicologicamente, l'intossicazione del potere porta a disturbi della psiche collettiva israeliana e negli individui all'interno della collettività. Questi disturbi comprendono, tra l’altro, l’annullamento della percezione storica, lo sdoppiamento, l’immagine di sé come vittima, una maggiore aggressività all'interno della società israeliana, manifestazioni di traumi psicologici, la prevalenza di odio e di comportamenti antisociali.' 

Lei è stata inequivocabile sull'impatto distruttivo dell'occupazione sulla società israeliana. C'è stato, ha detto, un enorme aumento della criminalità, soprattutto nei confronti delle donne, la criminalità minorile è fuori controllo, le dispute minori degenerano rapidamente in omicidi in un modo che è del tutto nuovo '. L'aggressività e la crudeltà, sostiene, non rimangono ai posti di blocco: "E' come un virus, qui la vita viene considerata di poco valore”. 

Sebbene ci sia un dibattito sul perché questo sta accadendo, nessuno menziona l'Occupazione. “È un attivo inconsapevole”, ha concluso, “uno che desidera di non sapere”. Non avevamo considerato il fatto che solo le forze di sicurezza israeliane e i coloni vanno in Cisgiordania, il resto della popolazione è esclusa per volontà del governo israeliano. Come ci ha detto una tirocinante medico: 'Siamo murati fuori.' Una volontaria del PHR ha detto che si era iscritta al gruppo in modo da poter incontrare un palestinese, e c'è finalmente riuscita all'età di 27 anni. 

I palestinesi sono sconcertati dall'incapacità degli occidentali di capire la loro situazione e di essere coerenti con le proprie convinzioni sulla giustizia sociale e sul diritto internazionale. Jeff Halper ha sostenuto che una delle principali ragioni di questo è stato il successo di Israele nella impostazione dei parametri del dibattito sul Medio Oriente. Si presenta il sionismo come un comune nazionalismo che lotta per la sua vita contro l'ostilità irrazionale e infantile degli arabi circostanti. In questo, egli ha addotto due motivi per l'utilizzo del termine 'apartheid ' per caratterizzare le relazioni di Israele con i palestinesi. In primo luogo, egli afferma, la matrice di controllo costituisce un sistema che è stato progettato per essere permanente. Il razzismo è tipico di uno stato che si basa sul concetto che esso appartiene interamente ad una parte della popolazione. Le sue leggi e le sue pratiche riflettono questo assunto di base. Halper distingue tutto questo dal razzismo che contrasta con la base giuridica e costituzionale di una società (come è avvenuto con la segregazione negli Stati Uniti). In secondo luogo, egli sottolinea il grado di dominio esercitato da Israele su ogni aspetto della vita palestinese, che precedentemente non avevamo ben compreso, ma che si imprime in noi ad ogni piè sospinto. 

Una responsabilità internazionale?

Alla fine del nostro viaggio abbiamo visitato lo Yad Vashem, il museo dell'Olocausto a Gerusalemme Ovest. In alto sulla parete, proprio all'interno del museo, c'è la dichiarazione: 'Nel 1930 il resto del mondo ha considerato la persecuzione degli ebrei come una questione interna alla Germania.' Dato l'abbandono dei palestinesi da parte della comunità internazionale, questo ci ha colpito con particolare ironia. Vengono fatti spesso dei paralleli tra la situazione dei palestinesi e quella degli ebrei europei - innumerevoli volte abbiamo sentito 'Gaza' e ' Varsavia ' citate senza prender fiato. Non abbiamo visto nulla durante il nostro viaggio che possa essere equiparato alla sterminio degli ebrei da parte dei nazisti. Ma ci sono forti echi tra il periodo del dominio nazista 1933-1938, e ciò che abbiamo visto. Le donne di Machsom Watch, per esempio, vanno a Hebron per creare un corridoio per proteggere i bambini palestinesi dalla lapidazione da parte dei coloni: a Yad Vashem abbiamo ascoltato le testimonianze di ebrei che erano stati lapidati nelle loro scuole, in Germania, dopo la salita di Hitler al potere. 

La West Bank è una gigantesca prigione a cielo aperto, in cui ai detenuti è concesso un grado di auto-gestione e loro utilizzano questa 'libertà' per portare avanti, per quanto possibile, vite ordinarie. Aprono negozi, si sposano e mantengono famiglie, raccolgono le olive, vanno a scuola e all'università. Ma l'occupazione non è progettata per facilitare una vita comune, per gettare le basi di una futura armonia tra arabi ed Ebrei, per consentire lo sviluppo sociale, che potrebbe un giorno contribuire a sostenere un sistema politico palestinese indipendente: al contrario, l'economia è indebolita, l’istruzione danneggiata, le infrastrutture indebolite e l'umiliazione accumulata sui palestinesi in ogni occasione. 

C'è una difficoltà a comunicare tutto questo perché nasce la domanda: perché gli israeliani lo fanno? Quando la pace dipende sicuramente dal desiderio di ognuna delle due parte di raggiungerla, suggerire che c'è un programma di pulizia etnica in corso dietro la cortina di fumo di una dichiarata ricerca di una 'soluzione a due Stati ' tramite la 'negoziazione', deve suonare poco plausibile e partigiano.

Dal punto di vista storico, si potrebbe ipotizzare che c'è qualcosa che guida tutto questo - che c’è altro oltre al semplice confronto con il trattamento europeo riservato agli ebrei per cercare di trasmettere all’occidente l'enormità di ciò che viene perpetrato in Palestina.

L'Olocausto e i suoi precursori potrebbero offrire alcune indicazioni per la natura del conflitto: non devono essere utilizzati per mettere a tacere il pensiero critico o diminuire la nostra preoccupazione per la situazione attuale dei palestinesi. 

Quasi 20 anni fa, Joe Sacco ha comunicato le sue impressioni sul conflitto in Palestina nel suo libro a fumetti. Egli registra le critiche di alcuni palestinesi: 'A che serve, la vostra venuta qui per scrivere di queste cose? Per 50 anni la gente ha scritto di noi ... Dal momento dell'Intifada, i giornalisti venuti da tutto il mondo ... In un primo momento abbiamo fatto dato loro il benvenuto, abbiamo mostrato loro tutto ... Ma che cosa è stato fatto per la Palestina? "Uno degli aspetti più scioccanti è che tutto questo è andato avanti per così tanto tempo: 10 giorni di esposizione hanno lasciato il segno su di noi, e l'idea che si potrebbe continuare per le generazioni future è spaventosa.” 

Il più grande contributo per alleviare le difficoltà di salute mentale dei palestinesi sarebbe la fine dell'occupazione. Nel 2005, la società civile palestinese ha lanciato un appello per il boicottaggio internazionale, sanzioni e disinvestimento in Israele. I palestinesi a cui abbiamo chiesto sono stati unanimi nel loro sostegno a questa strategia. Sfidare la legittimità del progetto sionista non è la stessa cosa di cercare di sbarazzarsi di Israele: nessuno con cui abbiamo parlato si aspetta di cancellare il 1948. La questione non è se Israele esiste, ma come si relaziona con i suoi vicini, e come si rapporta alla parte non-ebraica della sua popolazione. 

Per il dottor Hani Abdeen, preside della Al Quds Medical School, il boicottaggio è una questione pragmatica, 'Non infliggere dolore o danno, ma per farli tornare in sè.' Ha poi proseguito: 'La cosa più importante è di essere riconosciuti come persone. Ci considerano completamente al di fuori dell'umanità. Non guardano a noi come persone. Non ci importa di vivere fianco a fianco, ma alla pari. Noi non siamo terroristi. Le azioni estreme sono una conseguenza delle circostanze in cui viviamo. Ci stanno facendo la stessa che fanno a ratti e cani nei loro laboratori. ' 

Sahar Francis di Ad Dameer Avvocati per i Diritti Umani di Ramallah, ha risposto: 'Abbiamo bisogno di sostegno morale. Questa non è una attività locale: è una responsabilità internazionale. Da soli non possiamo raggiungere la pace’. È ironico, ha detto, che ci sia una tale pressione pubblica sui palestinesi, comprese le sanzioni, e niente sugli israeliani che violano quotidianamente il diritto internazionale. I palestinesi, ha detto, hanno perso la fede nella comunità internazionale. 

E Sam Bahour, un uomo d'affari palestinese americano, che vive a Ramallah, è stato fin troppo chiaro "è un modo non-violento di resistere a un'occupazione illegale. Se condanniamo le persone che adottano un approccio più diretto, dobbiamo offrire delle alternative efficaci... Ciò che è necessario è tornare allo spirito dell'originale risoluzione di spartizione delle Nazioni Unite, che parlava di due comunità che avevano uguali diritti e che devono trovare un modo per vivere insieme. ' 

La nostra conclusione è che l'occupazione ha tra i suoi scopi principali l’annientamento del popolo palestinese, della sua morale, della sua capacità di agire: che il sistema di autorizzazioni, i posti di blocco, le restrizioni meschine, l'insicurezza e l'incertezza, la povertà, la mancanza di lavoro, la perdita di status, l'incarcerazione reale e la distruzione della vita sociale, costituiscono un assalto continuo sulla salute mentale del popolo palestinese. 

L'espressione «Conflitto arabo-israeliano» suggerisce un confronto eufemistico, una nazione contro l'intero mondo arabo. Il termine nasconde una situazione in cui viene utilizzato uno schiacciante potere israeliano contro un popolo senza stato. Siamo stati testimoni privilegiati di una realtà diversa, di persone di entrambe le Comunità che si riconoscono l’un l'altro e lavorano insieme come uguali. Come in Sud Africa, la controversia reale non è tra bianco/nero ed ebraico/arabo, ma tra quelli la cui concezione del futuro è costruita sul concetto dell’esclusività razziale, e coloro che cercano di capire i valori umani universali, si riflette nella legislazione internazionale e dei diritti umani, che da sola può fornire i presupposti per la crescita psicologica di tutti. 

Martin Kemp e Eliana Pinto sono entrambi psicoterapeuti psicoanalitici del sud-est di Londra. Eliana è stata Consulente Psicoterapeuta al St Thomas Hospital e ha lavorato per Shanti Women’s Intercultural Psychotherapy Service. Martin ha lavorato in una comunità di servizi di consulenza a Londra durante il 1990, e successivamente ha partecipato al servizio di terapia per adolescenti Open Door's. Ulteriori informazioni, inclusi i dettagli delle organizzazioni si possono chiedere agli autori a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.   o Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

(tradotto da barbara gagliardi)