Tiro (Libano) – Sono le 4 del pomeriggio di un afoso sabato di giugno a Bourji al Shamali. Significa che è ora degli esercizi di cornamuse nel campo profughi palestinese del sud del Libano. Allineati a due a due, 14 ragazze e ragazzi avanzano a passo da palcoscenico nella sala prove color pesca del Centro: il belato delle loro cornamuse sommerge la voce del muezzin che chiama alla preghiera del pomeriggio.

 

Marciano con marcata precisione militare, in netto contrasto con il caos e la tumultuosa imprevedibilità della vita nel campo profughi. Il gruppo di tamburi e cornamuse, chiamato Guirab, insegna ai bambini dagli 8 anni in su non solo la musica, ma l’autostima. Dalla sua fondazione nel 1966 ad oggi, Guirab è arrivato a contare 40 membri. In condizioni di vita spesso precarie, i musicisti in erba  apprendono la fiducia in se stessi, l’orgoglio ed il senso di responsabilità.

La disciplina è accentuata – gli esercizi hanno inzio con puntualità.  I ritardatari non sono ammessi.

Il gruppo di cornamuse si è esibito in buona parte dell’Europa, compresa la Norvegia ed una tournée in 17 città italiane. Guirab è stato l’unico gruppo di musica araba invitato a partecipare in Francia al Festival Interceltico di Laurient, una celebrazione della tradizione Celtica che ogni anno attira più di 650.000 visitatori.

La missione di Guirab è semplice: attraverso la musica, infrangere gli stereotipi e creare quel legame che le parole spesso non riescono a costruire. “Se fai un discorso,  forse alla gente non importa chi sta parlando, ma la musica è un linguaggio internazionale”, dice Mamoud Aljoma, che dirige il centro di addestramento professionale e assistenza sociale che ospita il gruppo  di cornamuse.

“Là fuori, nei media ci sono brutte cose”, dice Mr. Aljoma. “ A volte, pensano che, se sei Palestinese e vivi nei campi, sei un terrorista. Pensano questo, ma non è vero”,

Guirab suona melodie britanniche per cornamuse, ma spesso si lancia anche in ritmi arabi, unendo il tradizionale tamburo arabo fatto a mano a forma di calice, chiamato dorbaki,  ai tamburi militari. Non ci sono kilts qui: le donne di Guirab si esibiscono in hijab dai colori brillanti, gli uomini indossano kaffiyehs e vesti ricamate.  Oggi alle prove indossano tutti abiti da marinaio rivisitati con intricate cuciture sui risvolti.

Aljoma, che vive a Bourji al Shamali dal 1960, dirige  il centro dal 1986. E’ aiutato dalla Beit Atfal Assumoud,  una organizzazione non governativa che gestisce analoghi centri per ragazzi, molti dei quali orfani, in 10 dei 12 campi profughi palestinesi ufficiali del Libano.

“Dinanzi a loro la vita è chiusa, così ho cominciato a pensare a come sviluppare dei programmi per far sentire ai ragazzi che sono esseri umani”, dice Alijoma dei profughi. “Sebbene ai Palestinesi non sia permesso di possedere delle proprietà in Libano, siano esclusi da almeno 70 professioni e non hanno i requisiti per nessuno dei servizi sociali del Paese, è possibile dare loro speranza”, dice.

Istituito nel 1956, dopo  il transfer dei Palestinesi in seguito alla creazione nel 1948 dello stato di Israele, Bourji al Shemali si trova nei sobborghi di Tiro, la quarta città del Libano, situata a meno di 25 miglia dal confine israeliano. Lussureggianti piantagioni di banane e limoni, come anche ben preservate rovine romane si annidano sullo sfondo del Mediterraneo nella città che un tempo fu conquistata da Alessandro il Grande. Gli originari 7.000 profughi del campo sono diventati oggi 20.000, all’incirca nello stesso spazio di quando fu aperto.  

Con i finanziamenti che provengono essenzialmente da donazioni private e organizzazioni internazionali non governative (NGOs), i quattro piani del Centro Bourji al Shemali sono un’oasi – disegni colorati di Winnie the Pooh e Papa Smurf illuminano le pareti delle classi dell’asilo – in mezzo ad una precaria città di edifici di cemento in rovina.

Spuntoni di metallo sporgono da lastre di intonaco che si sgretolano per la mancanza di materiali da costruzione  in quello che la Beit Atfal Assumoud considera il campo profughi più povero.  Molti appartamenti, alcuni dei quali ospitano anche 11 persone in 650 “piedi” quadrati (ndr 1 piede è uguale a 0,3048 metri), hanno tetti di lamiera ondulata che imbarcano acqua e finestre rotte. Fili dell’elettricità e panni stesi penzolano pericolosamente lungo gli stretti passaggi fra gli edifici.

Uno dei leader di Guirab, il ventinovenne Ahmad Mouhad al- Joumah, cominciò a venire al Centro da profugo in condizioni disperate. “Scoprii che questo posto era una protezione per me”, dice.  “Protezione dalla violenza, da molte cose della nostra società”.

Anche in un rifugio, ogni passo può essere una lotta. Guirab comprò le sue prime cornamuse da famiglie libanesi.  Erano vecchie e malridotte. Le canne erano rotte e i bocchini così sformati che le bocche dei musicisti spesso sanguinavano durante gli esercizi.  Mr. Joumah ride mentre ricorda i vecchi tempi. “All’inizio, è stato molto difficile. C’era bisogno di aria per spingere e di energia”.

Dopo anni di buone intenzioni, spesso mal indirizzate, un musicista esperto insegnò agli studenti il corretto modo di suonare. Poi, dopo l’esibizione a Laurient del 2006, venne un dono più tangibile. Il sindaco di Brittany in Francia promise 10 nuove cornamuse al costo di 2.000 euro ciascuna.

Viaggiare per l’Europa e confrontarsi con un modo di vita molto al di là della portata dei Palestinesi può essere doloroso. “Piango quando vedo posti molto belli e tranquilli, dove i bambini possono giocare, e belle strade e belle case”, dice Joumah. “Mi sento triste perché penso alla gente nel campo, a come viviamo e a come divento io in queste pessime condizioni da profugo. Per noi è come la guerra”.

Ma anche le ricompense sono grandi. La musica fornisce “un linguaggio pacifico fra  me e la gente”, dice Joumah.  “Siamo andati in Francia. Non conoscevo la gente francese, ma io gli piacevo  e mi applaudivano e mi sorridevano”.     

I viaggi sono stati pagati innanzitutto dalle NGOs, che hanno assicurato anche i visti. Inoltre, ognuno dei 250 ragazzi, chiamati scout , che frequentano il centro, paga  1.000 sterline libanesi (70 centesimi) ogni mese. Questo insegna loro  “a rispettare la disciplina, a formare il carattere dei giovani”, dice Alijoma. “Una regola importante per i ragazzi è: fai una cosa buona ogni giorno … questo ti aiuta ad affrontare i problemi e a formare il carattere”.

Quando un suonatore di cornamuse raggiunge i 20 anni, diventa un istruttore per i ragazzi più giovani del programma; è un modo non solo di restituire, ma di sostenere il gruppo. I vecchi membri “si stanno sposando e stanno cominciando a lavorare”, dice Alijoma . “Penso sempre che se non sono capaci di suonare la cornamusa è perché hanno un’altra vita”. 

Guirab evita di schierarsi sia con i miliziani Islamici di Hamas sia con il rivale di sempre Fatah. “Non apparteniamo ad alcun partito; apparteniamo alla nostra gente”, dice Alihoma, sebbene accenni ad alcuni problemi con la fazione più conservatrice,  di Hamas. “Ci hanno odiato perché facciamo musica e i due generi sessuali siedono l’uno accanto all’altro”, dice.

“E’ il motivo per cui amo i gruppi di cornamuse – perché siamo uguali”, dice la venticinquenne Katia Abo Karoub, che suona la cornamusa da oltre dieci anni.

E’ la stessa ragione che fa tornare ogni volta Joumah. Per lui, però, è il senso di uguaglianza che sente con il resto del mondo quando suona la musica.

Se chiedi a Joumah cosa riceve dal suonare in un gruppo, la sua risposta è semplice: “Noi, anche se  in condizioni diastrose, vogliamo mostrare alla gente e dare loro un messaggio positivo dei Palestinesi: che siamo come voi, che possiamo fare musica come voi, che siamo capaci di sorridere e che siamo capaci di essere come l’altra gente”.

(Traduzione dall’inglese di Giuseppina Medaglini)