Gerusalemme, 25 ottobre 2010, Nena News – Novanta shekel (18 euro) per otto ore di lavoro a contatto con il bromuro di metile. E’ questa la retribuzione da fame accordata sino ad oggi ai 70 operai palestinesi della Sol-Or, una fabbrica israeliana situata nella zona industriale di Shalom Nitzanei, sulla «Linea Verde», tra Oz Nitzanei e la città palestinese di Tulkarem. I lavoratori hanno detto basta allo sfruttamento che subiscono da anni e chiedono l’applicazione di una sentenza del 2008 con la quale l’Alta Corte di Giustizia ha affermato che anche le aziende israeliane situate sulla «Linea Verde» o all’interno della Cisgiordania devono corrispondere ai propri dipendenti palestinesi il salario minimo previsto per i cittadini israeliani.

 

La vertenza si trascina dal 2007, quando i lavoratori presentarono le stesse richieste alla proprietà senza ottenere alcun risultato . «Ho lavorato in quella fabbrica per 10 anni ricevendo solo 90 shekel al giorno», ha detto un operaio, Fahri, al quotidiano Jerusalem Post,«ho sempre avuto buoni rapporti con gli amministratori ma non rinuncio al salario minimo». Fahri ha aggiunto che la direzione ha offerto di raggiungere compromessi con i lavoratori, ma solo su base individuale.

La protesta ha origine anche nel tipo di attività della Sol-Or che presenta seri rischi per la salute. I lavoratori devono verificare che i contenitori di bromuro di metile siano puliti, esponendosi al gas altamente tossico. Molti di loro lamentano danni alla vista e all’apparato respiratorio. Prima di essere bandito dal Protocollo di Montreal, il bromuro di metile è stato largamente impiegato come fumigante per la geodisinfestazione, soprattutto nelle colture protette, nel vivaismo e nella produzione di sementi.

L’avvocato del lavoro Ahmad Najib ha riferito che molti degli operai hanno lavorato in fabbrica 15 anni, in condizioni rischiose, senza avere percepito almeno il salario minimo. La proprietà da parte sua non affronta il problema e si limita ad accusare un gruppo di dipendenti che, a suo dire, avrebbe esercitato forti pressioni sugli altri lavoratori per bloccare le attività produttive.

Le zone industriali sorte lungo la «Linea Verde» sono oggetto da lungo tempo di critiche poiché a non pochi proprietari di aziende e fabbriche israeliane appare lecito non rispettare i diritti dei lavoratori previsti dalla legge nei riguardi di operai e manovali palestinesi. Diversi imprenditori giustificano i salari più bassi con il costo della vita meno elevato in Cisgiordania rispetto a Israele e arrivano al punto da non garantire neppure il salario minino ai lavoratori palestinesi. Nena News