La disumanità del Muro dell'Apartheid

Stop the Wall
25.08.2010

http://www.stopthewall.org/communityvoices/2354.shtml

 

Una volta che avrete finito il vostro muro, mi avrete ucciso.”

Mitri Ghounam

 La terra di Mitri Ghounam è accessibile solo passando attraverso un cancello metallico e una strada recintata. La casa è circondata su tre lati da un alto muro di cemento o da una barriera metallica. Al di là del recinto sembra di essere in un cantiere. Sebbene, oggi, il macchinario sia tranquillo in quanto il lavoro viene interrotto per il fine settimana, si può solo immaginare il chiasso che deve scaturire dallo stesso durante il resto della settimana.

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Mitri se ne sta seduto sotto il pergolato della vite, manifestando la sua ospitalità con limonata e acqua, un sollievo per una giornata molto calda. Dietro a lui si trova una statua della Vergine Maria che si affaccia su una fontana, San Giorgio che uccide un drago protegge la casa della sua famiglia. 

Mitri Ghounam, conosciuto affettuosamente come Abu Michael (padre di Michael), ha 64 anni ed è padre di due figli maschi e di due femmine. Uno dei figli con la sua famiglia vive qui insieme a Mitri e sua moglie all’interno di questo complesso recintato.

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Mitri è nato a Jaffa nel 1946. Due anni dopo, durante la guerra del 1948 la sua famiglia venne espulsa dalle forze israeliane e fuggì a Beit Jala, un villaggio nei dintorni di Bethlehem. Ed è stato là che Mitri è andato a scuola ed è cresciuto. Nella primavera del 1967, Mitri si è sposato a Beit Jala. Fu durante la sua luna di miele in Giordania che esplose la guerra del 1967 ed Israele occupò la West Bank. Durante questa guerra Israele chiuse la maggior parte dei confini impedendo a Mitri e a sua moglie di rientrare. Nonostante essi abbiano cercato di ottener l’aiuto della Croce Rossa, nei vari tentativi fatti per tornare a casa, fu solo nel 1979 che la municipalità di Beit Jala li aiutò nel rientro per motivi di riunificazione familiare. A questo punto Mitri era già divenuto padre. 

Mitri, attualmente disoccupato, svolgeva il lavoro di imbianchino e di tassista. Ha mantenuto la sua famiglia con il suo magro stipendio. Ciò che guadagnò andò a finire in risparmio, risparmio che venne investito nell’acquisto di un terreno e nella costruzione di questa casa nella periferia di Beit Jala. Mitri ha lavorato duramente per prendersi cura della terra, piantando alberi di olivo, mandorli e ha edificato un forno di argilla. Una volta c’era un cortile dove potevano giocare i suoi figli. Sebbene il suo reddito fosse misero, egli era determinato a fornire un paradiso alla sua famiglia. 

Dove una volta Mitri usciva di fronte alla porta di casa per rimirare gli alberi e il cortile, ora si viene a trovare faccia a faccia con una barriera di cemento che viene innalzata lentamente vicino a casa sua e sulla sua terra. Nel 1992, l’esercito israeliano ha cominciato a confiscargli il terreno per costruirvi un tunnel e una strada che da Gerusalemme conduce nelle colonie illegali nella West Bank (Route 60). Fin dal 1992, “per proteggerlo” è stato confiscato ulteriormente terreno per costruire un muro attorno al tunnel. Complessivamente sono stati confiscati e distrutti ben 2.200 dunam di questo terreno (un dunam equivale a 0,25 acri). Mitri ha guardato gli alberi che aveva piantato e il paradiso che aveva costruito, spianati dal bulldozer e distrutti. Alcuni di quegli alberi ancora in piedi se ne stavano accanto al muro tagliati e distrutti, un ricordo dei sogni che Mitri una volta aveva piantato.

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Quando alla fine il muro sarà completato, una struttura di 20 piedi di cemento stenderà la sua ombra sulla casa di Mitri. Il muro, che al momento ha un’altezza di circa 10 piedi, ha aste di metallo sporgenti a casaccio in cima e sui lati. Vicino al muro il terreno è intervallato da buche e avvallamenti che sono motivo di preoccupazione per le piccole nipoti di Mitri che giocano all’aperto. 

La sua casa tranquilla alla periferia di Beit Jala ora non è soffocata solo dal rumore della strada statale non molto lontana, ma anche dai muratori che stanno lavorando nella costruzione del muro che sta recingendo al suo interno al sua famiglia. La riservatezza che aveva amato nel passato, ora è andata perduta per i soldati israeliani e i muratori che vagabondano nel suo cortile e sul suo terreno, talvolta fino alle 6 di sera. Mitri è costantemente preoccupato dell’ambiente nel quale stanno venendo fatte crescere le sue quattro nipoti. 

Mitri ha lavorato sodo per provvedere alla sua famiglia, solo per vedere che il suo duro lavoro gli è stato rubato. Ciò ha determinato conseguenze non solo di tipo finanziario, ma anche psicologiche. La grave pressione in quanto deve provvedere alla sua famiglia, unita alla impotenza di vedere il suo terreno distrutto davanti a lui, ha portato come conseguenza che Mitri deve recarsi regolarmente da uno psichiatra. E’ stato perfino ricoverato. La distruzione della sua terra equivale alla sua distruzione. E’ stato a causa di ciò che Mitri ha detto a un soldato israeliano, “Una volta che avrete finito il muro, mi avrete ucciso”. 

Mitri si preoccupa ancora per il futuro della sua famiglia. E’ per questa ragione che ha fatto richiesta della residenza in Australia. Poiché l’occupazione tenta di rendere “ la terra senza un popolo, centinaia di migliaia di palestinesi sono costretti a vivere in condizioni insopportabili e vengono sospinti verso un “trasferimento volontario”. Frustrato e scoraggiato ci guarda, “Quale altra alternativa mi resta?” 

Nonostante la situazione senza speranza, sembra che Mitri non sia ancora pronto alla resa, ai progetti di pulizia etnica che l’occupazione israeliana vuole imporre a lui una seconda volta nella sua vita. Mitri sta ancora lavorando su piccole cose. Sta piantando alberi, nella speranza di ottenere che una strada asfaltata venga installata al suo interno, cercando ancora di trasformare la sua casa in un paradiso per la sua famiglia. 

(tradotto da mariano mingarelli)