di DOUD AL AHMAR

Gaza, 19 ottobre 2010, Nena News – I potenti bassi degli amplificatori simulavano bombe e distruzione, vibrante sottofondo agli scritti recitati qualche sera fa da un gruppo di adolescenti gazawi (di Gaza).

Parole le loro, scagliate contro la guerra, contro l’idea stessa di guerra, che a Gaza non necessita di essere denudata, perché qui si mostra per quello che è, non nasconde niente né si vergogna: è una medaglia con una sola faccia.

 

Umane e profonde testimonianze di spettatori e vittime, giovani vittime di uno spettacolo indecente quell’attacco di due anni fa. Sono storie di bombe che cadono su delle esistenze piuttosto che su un luogo, travolgendole, cambiandole definitivamente: la guerra come spartiacque per ognuno di loro, storie di spaventosi incubi che ricorrono ma anche argute coscienze che si vanno formando. Ci sono le corse dalla scuola a casa dopo i primi bombardamenti, la perdita di un amico o di un parente, il buio delle stanze senza elettricità, i barattoli di conserve per nutrirsi, il primo sorprendente contatto con le lacrime dei padri.

C’è l’analisi lucida della società, delle sue divisioni e conflitti interni (la politica, la scuola, la famiglia), la forte volontà di cambiamento ma anche il desiderio di fuga. Disincantati e teneri “mostri di realismo”, nonostante lascino solo labili tracce di illusione nei testi, è proprio nel prorompente gesticolare della recita che i ragazzi tradiscono una tenacia più forte di loro, una speranza ostinata e un testardo desiderio di andare avanti. Forse figli della stessa  esuberanza del sangue nelle vene, che descriveva Genet nei fedayin, anche loro sono esuberanti, spietati nel giudizio, dirompenti.

Le loro parole ci hanno travolto, le abbiamo seguite con una partecipazione fatta degli stessi gesti, grida, sorrisi e denti digrignati, tra il fumo delle sigarette e i pianti dei neonati.

E infatti durante lo spettacolo i monologhi funzionano perché si svincolano dal loro etimo, non sono più mono-loghi, ma sono la voce di tutto il pubblico, trascendono l’individualità assorbiti da una platea che li conosce a memoria senza saperli.

Gli scritti dei ragazzi hanno portato la guerra a teatro, a Gaza, teatro di guerra. Un teatro nel teatro dunque in cui l’ascolto di quelle giovani voci accompagnate dal sottofondo di finti proiettili, bombe e sirene, ha provocato uno strano sentimento poiché quel sottofondo è Gaza tutti i giorni, ed è un sottofondo reale, che riempie gli ospedali. Così come strana è stata la sensazione di essere usciti dal teatro sapendo che il sipario resta aperto.

I pochi stranieri presenti avevano a disposizione una traduzione in inglese, gentilmente distribuita all’entrata della sala, ma quando la recita è iniziata nessuno aveva avuto il tempo di leggerli.

Abbandonati quindi al fascino arcano della lingua araba unita al veemente  gesticolare (anche quello messo in scena ogni giorno per le strade) carpendo solo qualche significato qua è là, una è stata la parola che ha legato ogni lettura come un vigoroso filo rosso per orecchie inesperte,  una parola forte, che pronunciata in arabo suona come un ringhio, Ghhhaazza, amatissima terra che continua a resistere. Nena News