Vita quotidiana in libertà limitata

Tutti a Raccolta 2010
11.10.2010

Vita quotidiana in libertà limitata
di Marta Capovilla

Nonostante l’occupazione e la crescente pressione economica che creano povertà, disoccupazione e sofferenza, i palestinesi continuano ad avere la loro quotidianità come qualunque uomo, donna o bambino italiano. Ossessionati dai segni dell’oppressione e del disagio, troppo spesso sottovalutiamo questi aspetti considerandoli a torto di secondaria importanza.

Università di Hebron: la troviamo inaspettatamente frequentata per l’80% da donne, perché, al contrario dei ragazzi, non possono frequentare atenei lontani dagli occhi delle proprie famiglie.

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Pur girando con il velo le studentesse non si rivelano timide nel parlare dei loro sogni, della loro vita, o nel mostrare curiosità sulla nostra. Gli edifici brulicano di studenti in moto perpetuo sulle scale e nei corridoi. A 27 anni Mohammed è ancora studente, ha passato 7 anni nelle prigioni di Israele perché durante la seconda intifada si è opposto alla demolizione della sua casa. Dal suo inglese stentato capiamo che sono in molti ad aver condiviso la stessa sorte.

Bet Jala: Famiglia Kassan; Suad e Sharmi sono genitori di 5 figli. Suad ha partorito il quinto lottando contro il coprifuoco e il checkpoint prima di giungere all’ospedale. Ora i suoi occhi, illuminati da uno sguardo vitale, ci raccontano il suo lavoro di insegnante, la vita di casa, la gita a Gerusalemme con i figli grazie a un permesso speciale. Lui, di poche parole, sorride calmo mentre gioca a scacchi con il figlio minore. Guarda sport in TV: è una passione! Della squadra di basket del circolo dei greco-ortodossi è il capitano.

At Twani: villaggio di pastori a sud di Hebron, esempio di lotta nonviolenta; Kifah è diventata leader di una cooperativa di donne.

Sia chiaro, non vuole sottrarsi ai compiti della donna in un villaggio beduino, come fare i lavori di casa, badare ai bambini, roba da nulla secondo i mariti! Ma si afferma, insieme alle altre donne del villaggio, con il lavoro cooperativo. Questo vento di cambiamento le ha sospinte fino a Tel Aviv, con l’aiuto di alcune volontarie. Impensabile per loro, che il mare non l’avevano mai visto prima! Nei loro vestiti lunghi hanno fatto il bagno per ore.

Seppur piccole, significative lotte quotidiane, dato che i mariti più rigidi hanno preteso addirittura di scortarle. Gli altri, a casa, hanno capito che il mestiere di donna non è così semplice.

Ecco come in un villaggio beduino, costantemente minacciato dai coloni, si fa strada coraggioso un segno di libertà.

Ramallah: qui la vita è più frenetica: ristoranti, locali notturni e cinema. La gente veste curata e tutto sembra diverso rispetto a Betlemme, Hebron o Nablus. Dietro a questa vetrina, Saed, 26 anni. Durante la seconda Intifada, nel 2002, è stato usato come scudo umano dai soldati israeliani, ha visto la casa requisita dagli stessi, un amico polverizzato da un missile mentre andava a soccorrere un ferito. Ringrazia la sorte di essere sopravvissuto e ora vuole vivere senza pensieri: si alza alle 6, va al lavoro, la sera esce fino alle due del mattino. Come un giovane di Tel Aviv, come un giovane qualsiasi.

Villaggio beduino vicino a Gerusalemme: “artisti” italiani hanno costruito una scuola fatta di pneumatici, per eludere gli ordini di distruzione da parte del governo israeliano che impedisce di importare il cemento. I bambini vanno lì ogni giorno e fa tenerezza vederli entrare in classe dopo la ricreazione. Invitati ad un matrimonio, partecipiamo alla festa sotto una tenda. Davanti a un té scopriamo che sono profughi provenienti dal deserto del Neghev. Welcome: dicono che gli italiani sono amici… a volte, diremmo noi.

Ramallah: il mensile This week in Palestine; è una rivista nata da pochi anni che a ogni numero monografico pubblica articoli di gente comune e libera di esprimersi. Vorremmo tradurre alcuni articoli in italiano sulla nostra newsletter Bocchescucite (qualcuno è disponibile?). 

La vita, come le piante che spuntano dai pertugi dell’asfalto, non può essere soppressa totalmente. Nelle piccole cose di ogni giorno i palestinesi tengono accesa la speranza. Segni di resistenza politica e culturale. I palestinesi non si arrendono facilmente.

Ci sono però anche segnali allarmanti: il rischio è che anni di speranze tradite portino le persone a vivere alla giornata, senza preoccuparsi di un futuro che non sarà semplice. Il peso dell’occupazione israeliana infatti significa mancanza di libertà di movimento e di autonomia economica. Si tende così a godere delle cose quotidiane, che Israele permette a volte in alcune zone, senza più impegnarsi nella lotta per il cambiamento dello status quo. Questo è il rischio reale: lasciare che Israele continui a erodere terra e spirito fino all’ultima briciola.