di Elena Arantes e Frederich Keyes

Gerusalemme, 4 settembre 2010 (foto dal sito www.mideastshuffle.com), Nena News – Affermano di voler continuare i colloqui il  primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e nei giorni scorsi hanno fissato il prossimo appuntamento al 14 e 15 settembre, probabilmente a Sharm el-Sheikh, sulle sponde del Mar Rosso.




Sorrideva il Segretario di Stato americano Hillary Clinton, che a Washington ha presieduto i colloqui preliminari israelo-palestinesi e presiederà il prossimo incontro. Ma anche Clinton – che pure  piu’ di tutti ha spinto negli ultimi mesi per imporre ad Abu Mazen una ripresa del negoziato diretto “senza precondizioni” – non ha potuto negare che l’amministrazione Obama non si fa illusioni riguardo un rapido passo in avanti: “Ci siamo trovati in questa posizione altre volte e sappiamo quanto sia difficile il cammino che dobbiamo percorrere”, ha affermato. “Ci saranno sicuramente battute d’arresto. Quelli che si oppongono alla causa della pace cercheranno in tutti i modi di sabotare questo processo, come già abbiamo visto questa settimana”, ha concluso, riferendosi pero’ solo all’uccisione di un gruppo di quattro coloni israeliani, eseguita da uomini legati alle brigate Al-Qassam (il braccio armato di Hamas), e non anche alla politica di colonizzazione israeliana in Cisgiordania.

Sul piano politico la stessa affermazione del Segretario di stato dovrebbe applicarsi al lavoro dietro le quinte del Likud nei giorni che hanno preceduto i colloqui. Infatti proprio il partito di Netanyhu ha inviato martedì scorso a Washington uno dei suoi parlamentari, Danny Danon, che è anche il leader della lobby dei coloni israeliani, con il compito di convincere i politici americani e gli alti esponenti della comunità ebraica statunitense ad appoggiare l’espansione delle colonie israeliane nei territori palestinesi.

Al di là delle frasi di circostanza della Clinton, nel costruire le premesse per una autentica soluzione al conflitto, permane la mancanza di un qualsivoglia parametro concreto su questioni di importanza cruciale, questioni che non si possono eludere con vuoti discorsi. La definizione delle frontiere che sottintendono la nascita di un ipotetico stato Palestinese, il destino di Gerusalemme, per non parlare dei milioni di rifugiati ammassati nei campi profughi di tutto il Vicino Oriente, sono solo alcuni degli argomenti che non possono non essere affrontati se si vuole realmente costruire una pace che non sia illusoria come le mediatiche strette di mano.

Pur ammettendo che Netanyahu o Abu Mazen sarebbero disposti ad arretrare dalle loro posizioni, nei fatti inconciliabili, non possono nemmeno prescindere dai popoli che rappresentano.

Se il mandato politico di Abu Mazen non ha più legittimità elettorale nemmeno di fronte agli abitanti della Cisgiordania di cui è dipinto portavoce, a Gaza quest’investitura è svuotata perfino dal controllo sul territorio. Di fatto un milione e mezzo di palestinesi nella Striscia di Gaza sembrano esclusi da questi colloqui.

Quale validità avrebbero dunque ulteriori compromessi negoziati da una figura debole come Abu Mazen agli occhi di un popolo già prostrato da un’occupazione militare che dura da oltre 40 anni?

Dal lato israeliano, invece, se Netanyahu arriva al tavolo delle trattative da una posizione nettamente più forte, deve rispondere agli oltre 450.000 coloni israeliani in seno alla Cisgiordania che non sgombererebbero mai i loro insediamenti semplicemente per un suo ordine, ammesso che abbia intenzione di darlo.

Il teatro dei colloqui quindi restera’ aperto ma in circostanze per cui è difficile non concludere che questo accada solo perché è così che vuole la Casa Bianca.

L’amministrazione Obama infatti sembra intenta a raggiungere un “successo storico”, senza precedenti, nell’arco di un solo anno e in un contesto geopolitico mediorientale che fino ad ora Washington non ha fatto che destabilizzare.

A metà del suo mandato, di fronte ad un elettorato americano sempre più deluso, Obama non potrà permettersi prime pagine che annuncino un fiasco sebbene i colloqui sembrino inevitabilmente destinati all’insuccesso. Ancor più, dopo la dichiarazione fatta l’altro ieri dai governi francese e tedesco che sottolineava come un fallimento sarebbe “estremamente grave” per l’intero Medio Oriente.

Per Obama portare avanti una barzelletta mediatica vuota di significato potrebbe risultare molto problematico. D’altro canto se per Abu Mazen sarebbe devastante firmare un accordo che sancisca un ulteriore indebolimento della posizione palestinese sull’esempio di Oslo, non firmare invece sarebbe letale politicamente per il venir meno del sostegno USA: l’ANP, controparte debole nelle trattative, sul campo rappresenta uno pseudo-governo di un territorio non autonomo e sotto l’occupazione militare dal suo auto-proclamato “partner per la pace”.

Colui che trarrebbe maggior profitto da colloqui senza alcun risultato concreto, ma con un’alta copertura mediatica, sarebbe Netanyahu, per il quale semplicemente arrivare fino in fondo al vicolo cieco dei negoziati, procurerebbe il doppio vantaggio di riabilitare l’immagine di Israele di fronte ai media internazionali come “il paese che vuole la pace malgrado una controparte intransigente”, e al contempo di non dover cedere sul terreno una posizione che di fatto si delinea sempre più nettamente a proprio vantaggio. (Nena News).