Notizie da Gerusalemme: Semi resistenti

Bernardavishai.blogspot
14.07.2010

http://bernardavishai.blogspot.com/2010/07/sheikh-jarrah-strong-seeds.html

 

Sheikh Jarrah:’Semi resistenti’

di Bernard Avishai

 

Sono nel New Hampshire, ma il mio amico David Shulman, che ha scritto di recente questa analisi http://www.nybooks.com/blogs/nyrblog/2010/jun/13/after-flotilla-debacle/ sulle conseguenze della flottiglia di Gaza nel New York Review, venerdì scorso compila questo rapporto:

 

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Sheikh Jarrah, 9 luglio 2010


Ho riflettuto sulla verità. Di ciò che la parola significa, e di come sappiamo quel che significa Questo sulla scia della manifestazione di ieri, con i rituali ormai consueti che si svolgono in ordine spietato e amaro - l'inizio promettente, i tamburi e gli slogan, i palestinesi spossessati in piedi accanto a noi mentre cantiamo, il rapido, volatile crescendo; alla fine l’attacco della polizia e gli arresti. Sarah, una giovane donna di coraggio e di chiarezza stupefacente, è stata tra i primi ad essere arrestata.

Da un lato, Sheikh Jarrah è una pietra di paragone. Come ha detto mio figlio Misha sulla via del ritorno: Alcune cose sono incredibilmente semplici. In Sheikh Jarrah si può vedere il furto puro e semplice in tutta la sua crudezza. La Bibbia dice: "Non rubare", e si – Dio, cioè - riferiva a Sheikh Jarrah. Chiunque può vederlo. La cosa scioccante, naturalmente, è che l'intero apparato dello Stato moderno - il comune, con i comitati, i piani generali ed i burocrati grigi, il sindaco, il governo, il Primo Ministro, il gabinetto, i tribunali, la polizia, i servizi segreti - tutti questi hanno colluso nel perpetrare attivamente il furto. Non c'è davvero molto spazio per discutere. O si sta a guardare e lasci che buttino persone innocenti fuori di casa, o vieni ogni settimana a dimostrare e resistere. E' particolarmente terribile perché l'ondata di espulsioni continua, nei fatti si intensifica. Due settimane fa abbiamo spostato la manifestazione alla nuova serie di case prese di mira. Come tante altre volte, abbiamo sentito un’anziana e rugosa nonna palestinese chiedere: «Perché ci fanno questo? Preferisco morire piuttosto che lasciare casa mia ".

E' chiaro che il governo vuole distruggere l'intera Sheikh Jarrah palestinese, per liberare il quartiere delle  diverse decine di famiglie allargate, e sostituirle con coloni ebrei. E' possibile che in pochi anni, se il processo continua ad accelerare, non resti nulla di Sheikh Jarrah. La moschea sarà sostituita da una yeshiva - già esistono piani per la sua localizzazione - le case dei profughi palestinesi del 1948 saranno occupate da coloni fanatici, sorgeranno nuovi (brutti) condomini, le indicazioni stradali in arabo scompariranno; insomma, un pezzo intero di realtà, con la sua lingua, i suoi ricordi, i suoi sogni, i suoi drammi umani, grandi e piccoli, sarà liquidato. Questo è il piano. Questo è quello che vogliono. Perché dovrebbero volerlo? Esiste l’odio. La verità può essere semplice.

D'altra parte, credo che questa semplice verità sia avvolta da un’altra, più profonda, più grezza e solitaria, che forse si oppone ad essere formulata. Cercherò di dirne qualcosa, e anche del modo in cui si mostra.

La prima parte della manifestazione è in qualche modo soddisfacente. Non appena arriviamo, Ezra Nawi mi adocchia e mi recluta nelle sue squadre di infiltrazione: "Vieni con me". Vorrei descrivere la situazione. Le case rubate, ora abitate da coloni israeliani, sono circa 100 metri sotto, lungo una delle strade principali che portano al quartiere. Negli ultimi mesi, ai manifestanti è stato rigorosamente impedito di avvicinarsi alle case, o anche di mettere piede nella parte alta della strada. I coloni e gli attivisti di destra sono liberi di muoversi in tutto il vicinato, come fanno gli ebrei ultra-ortodossi che vengono a pregare sulla vicina tomba di Simeone il Giusto. La nostra contesa non è con questi ultimi. Le stesse case sono ormai avvolte in bandiere di Israele, e sul tetto della casa di al-Ghawi c'è anche un grande candelabro grezzo, probabilmente lì da Chanukah.

Qualcosa è cambiato un poco nel corso della settimana scorsa. Alcuni dei nostri hanno preparato un appello al consigliere giuridico del governo, Yehuda Weinstein; la lettera spiega, in linguaggio preciso e tutt'altro che enfatico, la storia tortuosa della violenza poliziesca e delle azioni illegali a Sheikh Jarrah nel corso degli ultimi mesi, chiarendo anche ciò che è abbastanza ovvio, che alti ufficiali della polizia di Gerusalemme sono guidati da un evidente condizionamento dalla destra. La lettera, firmata da molte figure pubbliche ben note in Israele, ha ricevuto molta attenzione dai media. Così oggi, cavalcando la cresta di un'onda, per quanto piccola, non stiamo più giocando secondo le loro regole. Le barricate della polizia sono montate, e ci sono sia la polizia grigio-blu di Gerusalemme sia la sinistra polizia antisommossa, vestita di nero, ma un buon 200-300 attivisti, forse più, si aggirano già nella parte alta della strada. Seguo Ezra e pochi altri per vie traverse, oltre muri e recinzioni e attraverso un uliveto, per finire davanti alle stesse case rubate. Suonano i tamburi e si odono grida: "Sheikh Jarrah libera! "Tutti insieme, su – il fascismo non marcerà più!". E così via. Abbraccio Nasir, uno degli sfrattati. Circa cinquanta di noi sono riusciti a passare, e vi è un flusso costante di volti nuovi, tra cui, con mia grande gioia, mio figlio Misha ed Erika, la sua futura sposa (ci hanno annunciato il fidanzamento appena mezz'ora prima).

E' bello essere qui, vicino alle famiglie (veramente un buon posto per festeggiare un fidanzamento). Sul muro esterno della casa di al-Kurd, qualcuno ha inciso una bandiera palestinese con la didascalia: "La storia è con noi". Un piccolo contingente di forze di polizia è lì a tenerci indietro, e in un primo momento sono rilassati, quasi noncuranti. Di tanto in tanto, si sentono urla e grida dalla strada superiore, poi scopriamo che la polizia là si è già mossa per reprimere la protesta con la violenza e che stanno compiendo i primi arresti. Alla fine arrivano anche da noi. Arrivano dei rinforzi, e presto attaccano, con spintoni e pugni, piegando braccia, tirando qualche calcio, malmenandoci, di tanto in tanto prendendo qualcuno e portandolo (o portandola) nei furgoni di detenzione. Ho visto di molto peggio, ma non è piacevole, ed è, inutile dirlo, sia illegale che gratuito. Una manifestazione non-violenta di questo tipo è stata ripetutamente dichiarata legale da parte di giudici che, settimana dopo settimana, rilasciano gli attivisti arrestati (dopo un fine settimana in carcere) e soprattutto rimproverano le forze di polizia per aver effettuato gli arresti.

Ammassati in alto, tra le urla e i tafferugli, stiamo cantando la famosa canzone chassidica di Rabbi Nachman di Bratzlav: "Il mondo intero non è che un ponte molto stretto, e la cosa principale è non aver paura”. Parlando di verità, suona vero su questa strada triste, come un ricordo di ciò che una volta significava essere ebreo. Mi chiedo cosa Rabbi Nachman, una delle menti più profonde nella storia ebraica, avrebbe detto su quanto accade a Sheikh Jarrah. In realtà, credo di saperlo. Un poliziotto colpisce Erika, e Misha si muove istintivamente a proteggerla, lo spinge indietro. Un amico mi chiede perché ci rifiutiamo di obbedire ai comandi della polizia, perché ci stiamo muovendo così lentamente, non cedendo  terreno, in modo che debbano spingere e trascinarci fisicamente, su per la collina, che a qualcuno fanno del male e che alcuni sono arrestati. Gli spiego. E 'importante resistere. E' fondamentale per chi siamo e per ciò che rappresentiamo. Anche se nessuno ci sta guardando, anche se nessuno lo sa, se vogliamo restare umani, dobbiamo continuare a testimoniare e resistere.

Anche se sono io a pronunciare le parole, mi rendo conto che non sono dei veri argomenti. Cosa cambia se noi resistiamo? Guarda le forze schierate contro di noi, guarda la nostra incapacità a far sì che le cose  cambino. Dove sono le centinaia di migliaia di persone che dovrebbero essere qui con noi? A che serve la verità quando i bugiardi ed i ladri ed i politici dementi hanno le armi, e quando un israeliano comune, chiunque sia, che semplicemente vive la sua vita, non vuol rompere il guscio della sua indifferenza letale? Ma non annaspo verso la verità di un filosofo, e l'equazione morale non è, dopo tutto, in dubbio. Abbiamo già definito la situazione. "Non rubare". Che cosa ha questo a che fare con l'essere presi a pugni e spinti in cima alla collina?

Penso che il punto è che non esiste la persona comune. Per tutti c'è lo stesso equilibrio precario, e la stessa lotta. Il modo più semplice è sempre quello di procedere con crudeltà; la maggior parte fa così. Alcuni no. Potete vederlo qui sulla strada. Qualcosa ha galvanizzato la gente intorno a me, e compiono quel che è giusto. Non credo che abbiano dovuto pensarci.  E’ qualcosa che si sa, come sappiamo che un giorno moriremo, anche se per la maggior parte istintivamente lo neghiamo; o come sappiamo innamorarci, restare innamorati, tenere un neonato, riposare quando siamo stanchi e così via. Sapere questo non è semplice nel modo in cui potrebbe esserlo l'altro tipo di verità.

E' qualcosa che ci portiamo nel corpo, ed è spesso un affare piuttosto delicato e complicato, dove è facile compiere la scelta sbagliata per paura, pigrizia o confusione. Di qui la lotta. Quando la scelta è quella giusta, non c'è possibilità di sbagliare. Non sono necessari sillogismi o citazioni dimostrative. La pelle e lo dice, o i muscoli e le ossa, prima ancora che la mente cerchi le parole. Ci si sente intero - un essere umano integro, capace di agire. Guardo intorno a me i sostenitori delle proteste di Sheikh Jarrah. Il calcolo morale dell'azione, facilmente espresso in parole, non è l'unico motivo per cui sono qui. In realtà, nulla di strumentale lo può pienamente chiarire, non più di quanto lo strumentale o il ragionevole può spiegare perché siamo vivi. Lascia che mi colpiscano e mi spingano e mi arrestino e mi maledicano, non mi interessa. Mi interessa che hanno spinto fuori di casa Nasir e la sua famiglia. In questo senso, sono qui per la verità, una verità greca, forse, il levare un velo. Difenderò la mia posizione.

C’è stato un altro buon esempio di questo la scorsa settimana. Yonatan Shapira, un capitano dell'aeronautica che si è rifiutato di prestar servizio, e che ha contribuito a organizzare la lettera dei piloti che si rifiutavano di eseguire missioni nei territori palestinesi, ha scritto due graffiti con la bomboletta spray sull'ultimo residuo del muro che circonda il ghetto di Varsavia: "Liberate tutti ghetti" (in ebraico) e "Liberate Gaza e la Palestina" (in inglese). Lo ha scritto apertamente, in piena luce del giorno, e anche lui ha spiegato:
"Sono anni, ormai, che dello sterminio si sono appropriati il governo e il sistema scolastico di Israele. L'establishment israeliano preferirebbe avere gli ebrei e gli israeliani in uno stato di paura con il culto del militarismo. Nel nostro agire abbiamo cercato di separare tra le azioni del governo israeliano e quelle degli ebrei. La lezione da imparare dallo sterminio è resistere ad ogni forma di razzismo. Resistere alla pulizia etnica e all'espulsione forzata. Resistere alla fame di esseri umani e al confinarli nei ghetti. Queste sono questioni che i responsabili politici israeliani vorrebbero farci ignorare e dimenticare."

In cima alla collina trovo Tamar, mia collega. "Come sta andando la rivoluzione qui in alto?" le chiedo, un po’ triste. "Basta guardare costoro", dice lei. "Hanno piantato alcuni semi che resistono. Un giorno daranno frutto".

 

 

( tradotto da Giorgio Canarutto )