di Barbara Antonelli

 Ramallah, 30 luglio 2010 (foro www.arabcomedy.org) Nena News – Lo scorso 23 aprile si e’ esibito a Ramallah , in un Cultural Palace in delirio. Cosi Amer Zahr, palestinese americano del Michigan, ha inaugurato il suo tour nei Territori Palestinesi, che lo hanno visto esibirsi anche a Gerusalemme e che il 29 e il 30 luglio lo vedono ritornare a Ramallah, con un nuovo spettacolo.

                                                           

 

Nato ad Amman nel 1977, da genitori di origini palestinesi (di Akko e Nazareth) poi immigrati in Giordania e successivamente costretti a lasciare Amman per recarsi negli Stati Uniti, in Pennsylvania, alla fine degli anni Settanta, Ahmed Zahr e’ la stella del cabaret arabo-americano. E’ stato in tournée con “1001 Risate”, lo show che in giro per il mondo, mette insieme i migliori comici arabo– americani, portando alla ribalta un fenomeno quasi sconosciuto prima del 2001, ma che oggi può definirsi – usando le parole del co-fondatore del Festival annuale di comicità arabo-americana di New York, Dean Obeidallah – “una rivincita degli arabi in America”. Nel 2003 Dean creò il Festival, insieme a Maysoon Zayid, attrice comica di origine palestinese. Con l’intento di sconfiggere gli stereotipi negativi che dalle Torri Gemelle in poi, hanno fatto in America (e non solo) di tutti gli arabi, una comunità unica, stereotipata e appiattita. Il solo modo di sconfiggere la caricatura e’ prendersene gioco. E anche se il cabaret e la comicità da stand-up non sono fenomeni insiti alla tradizione araba, con gli anni Ahmed Zahr e altri comici sono arrivati sui palcoscenici del Cairo, Amman, Beirut, Dubai, Muscat, Gerusalemme e ora anche Ramallah.

I suoi sketch e le sue gag, nate da pensieri, riflessioni e esperienze di vita vissuta da arabo cresciuto negli Stati Uniti, lo hanno reso ormai celebre tra cabarettisti e comici.

Ma la sua voce era ancor prima conosciuta anche per l’attivismo e l’impegno politico nella difesa dei diritti dei palestinesi: decine di articoli pubblicati, apparizioni in TV come quelle del talk-show “Politically Incorrect” trasmesso dalla ABC, dove e’ stato ospite del conduttore Bill Maher, in due diverse occasioni, a dicembre del 2001 e ad aprile del 2002,  in dibattiti politici sul conflitto mediorientale. (Tra l’altro il talk-show fu sospeso a giugno del 2002 proprio per le dichiarazioni del conduttore Bill Maher, che aveva osato sollevare critiche nei confronti dell’amministrazione USA e della Casa Bianca). 

Dai tempi dell’università, Zhar ha sempre scritto di politica: cominciando dal Michigan Daily, stampato e edito dal campus universitario, a tiratura quotidiana durante l’anno universitario e quindicinale durante la pausa estiva, dove sono apparsi oltre suoi 50 articoli, dalle analisi politiche sul conflitto israeliano-palestinese, a storie di vita vissuta, a editoriali a sostegno delle politiche di disinvestimento delle università americane (e non solo) come mezzo non-violento per far pressione sul governo israeliano.

Militante nelle organizzazioni arabe e nei comitati universitari di solidarietà con il popolo palestinese, più volte Amer ha lanciato appelli accorati per la rinascita di un attivismo anche tra gli intellettuali. 

Un attivismo che dovrebbe “educare il pubblico americano sulle atrocità commesse dall’esercito israeliano in Cisgiordania e Gaza”, cosi scrive Ahmer in un editoriale del 2002 “The Honesty in the Question of Palestine”. 

Un attivismo che in Amer ha preso le forme di un umorismo  trascinante e dissacrante; incalzanti sketch e gag mettono a nudo divertenti episodi della vita quotidiana della comunità palestinese negli Stati Uniti. Giocando su stereotipi e luoghi comuni, come la ‘p’ che gli arabi, nonostante anni di vita statunitense, continuano in inglese a pronunciare ‘b’ (bizza…); ma anche scene di vita vissuta da adolescenti di famiglie arabe che ritrovandosi a merenda con i compagni yankee, sono costretti -imbarazzati – a tirare fuori pita e hummous a confronto con strabilianti e colorate merendine tutti-gusti.

Dietro le gag si nasconde la specificità palestinese, la gestualià, i toni di voci, le sfumature: elementi che Zahr riesce a ritrarre perfettamente, cogliendone aspetti trasversali, mescolati alla quotidianità americana, restituendoli nel comico.

Esiste qualcosa al di là del conflitto tra classi sociali, esiste qualcosa che accumuna comunità diverse divise da oceani (i palestinesi dei territori e quelli che vivono negli Stati Uniti come altrove): ed e’ la forza aggregante del riso a restituirci questo qualcosa. 

Dietro il riso emergono spazi immaginativi, topoi culturali,  ma anche luoghi fisici: il salon, il salone, quella misteriosa sala agghindata con ninnoli, soprammobili, fiori finti, tende damascate e l’immancabile porta salviette su una schiera di tavolini (di diverse misure) pronti a posizionarsi davanti all’ospite prima ancora che il the’ sia servito; il salon e’ lo spazio immaginativo che rimane chiuso al gioco di qualsiasi bambino palestinese. Preservato per un evento o un occasione più importante.  Il salone non e’ di uso quotidiano nelle famiglie palestinesi, lo riveste un’aurea di sacralità che non sfugge nemmeno all’occhio del visitatore straniero, per il quale però le porte del salon si spalancano magicamente. E’ più che altro un luogo segreto, tenuto immancabilmente lindo e pronto ad essere usato, quando arriva il momento giusto, che alcune volte sembra non arrivare mai. E diventa la metafora dell’attesa di uno Stato che non c’è. “Le porte del salon verranno aperte, forse, quando la Palestina avrà uno stato sovrano, tutto suo”, tuona Zahr tra le risate del pubblico ramallese. 

Evitando dilettanteschi giochi di parole, Zahr non ne ha certo bisogno, il comico si attiene alle immagini evocate, senza intaccare le caratterizzazioni della narrazione e dei suoi personaggi: l’immagine di suo padre che si aggira nella propria casa  alla quarta ora di conversazione con l’ospite tanto atteso, ripetendo l’ennesimo ‘Ahlan- wa – sahlan’ (benvenuto), anche quando la sesta tazzina di caffè pretenderebbe che l’ospite si appresti a togliere il disturbo, é l’immagine di qualsiasi capofamiglia palestinese. Un’ospitalità che non sa esplicitamente dire all’ospite che e’ tempo di andare, anche quando dentro di sé é quello che vorrebbe.

“I palestinesi non possono vivere senza parlare di politica.” dice Zahr in molti dei suoi sketch. Consumati dalla storia prima di nascere, scrive nella sezione “Essere palestinese”, sul suo sito, “scrivere letteratura, raccontare una storia, o vivere la propria vita, in una condizione di divorzio dalla realtà politica, per i palestinesi e’ impossibile.” “Perché ogni palestinese ha una storia. Ma attraverso la storia, abbiamo dovuto combattere per guadagnare una narrazione, un sentiero che esprima le nostre sofferenze, il nostro essere profughi, il nostro subire.”