di Ilaria De Bonis

 “Alienazione verso le istituzioni statali”, “minaccia nei confronti dei proprietari di case” e poi “violenza contro i funzionari pubblici, cultura dell’illegalità” e una “crescente collisione con il crimine”.
                                                           

Le accuse, contenute in un report pubblicato dal Ministero della Sicurezza Pubblica israeliano, di cui dà notizia il quotidiano Haaretz, non riguardano gruppi di teppisti urbani o pericolosi fuori legge: sono riferite ai beduini arabi del deserto. Il Ministro Aharonovitch alla vigilia di un suo recente ‘’tour’’ nel Negev ha divulgato dati che farebbero indignare chiunque conosca realmente le condizioni di vita delle tribù beduine nelle zone desertiche di Israele nel nord del Negev.




Come l’attivista israeliana Yeela Raanan che lavora per il Regional Council for the unrecognized Bedouin Village (RCUV).

“E’ una politica distruttiva da parte del governo di Israele – dice – e la cosa peggiore è che i mass media e la propaganda israeliana creano un’immagine difficile da smontare. Io sono cresciuta nel pregiudizio: sono nata ad Arad, una città circondata dal deserto tra le tribù di beduini. Sono venuta su con l’idea che i beduini non fossero esseri umani. Io vedevo gli arabi come animali, perché questo mi veniva trasmesso”, dice Yeela.

“Quando ho deciso di diventare un’attivista, a difesa dei diritti dei villaggi non riconosciuti, molti dei vecchi amici mi hanno emarginato, avevano paura degli arabi e del fatto che io li frequentassi”, aggiunge.

La propaganda in Israele ha una maniera perversa di manifestarsi: il ministro Aharonovitch, nel suo report afferma tra l’altro che i beduini hanno “una scarsa consapevolezza dell’igiene il che causa molte malattie” e il “senso di discriminazione e povertà porta con sè una potenziale carica sociale che in un momento di estrema crisi potrebbe esplodere”. A sostegno di questa tesi ecco i dati: 148 episodi di danno alle infrastrutture si sono verificati nei primi sei mesi del 2010, rispetto ai 79 del 2009. La colpa dei beduini, secondo il ministro, sarebbe insomma quella di “alimentare la cultura dell’illegalità e di avere una media di 6,1 figli a testa”.

Inoltre, accusa il report, dei circa 180.000 beduini del Negev 80.000 vivono in villaggi non riconosciuti. “I singoli dati non sono scorretti”, dice la Raanan, ma nessuno spiega che “senza permessi per costruire ogni casa viene considerata illegale e centinaia di case vengono demolite ogni anno”. O che la povertà e il mancato accesso all’istruzione sono una conseguenza della politica di segregazione. Il documento ministeriale si conclude con un auspicio: che le comunità di beduini decidano di collaborare con le forze dell’ordine. E aggiunge che il ministro  si darà da fare per aprire stazioni di polizia in diverse comunità arabe del Negev, oltre a quella di Rahat.

Come tutti gli altri cittadini palestinesi in Israele, i beduini del Negev hanno subito confische della terra dal 1948 al 1966. In questi due decenni l’amministrazione militare israeliana ha trasferito e ricollocato i beduini contro il loro volere, nelle zone settentrionali del Negev, che i beduini chiamano area sotto ‘assedio’. Da allora vivono sempre più minacciati in una sorta di ghetto. Per accaparrarsi la fetta più grossa di terra araba e costruire colonie nel Negev, Israele ha negato quasi tutti i preesistenti diritti di proprietà: considera il Negev come un vacuum domicilium o terra di nessuno: spazio vuoto per costruire insediamenti.

Questo territorio comprende il due per cento del Negev, prima del 1948 i beduini ne possedevano il 98%. Oggi circa 80.0000 abitanti del Negev vivono in decine di villaggi non‘riconosciuti e presi di mira dai tank. Qui non è possibile costruire case in muratura e i villaggi sono rasi al suolo periodicamente dall’Idf, l’esercito israeliano.