di Chantal Meloni

Che ci fanno 7500 bambini ordinatamente suddivisi su altrettanti quadratini di asfalto davanti al distrutto aeroporto di Gaza, intenti a palleggiare all’unisono altrettanti palloni da basket per cinque minuti di fila?  Cercano di entrare nel Guinness dei primati!
                                                               
                                                              

L’estate di Gaza è lunga, calda e noiosa per queste centinaia di migliaia di bambini che non possono sognare di andare in vacanza. Così l’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, che organizza tra l’altro i summer games quando le scuole chiudono, si dà un gran da fare per rompere la monotonia e togliere i ragazzini dalle strade (o dalle scuole islamiche estive gestite da Hamas) con varie iniziative educative, artistiche e formative.

 


Giovedì pomeriggio lo spettacolo era entusiasmante: tutti questi bambini vestiti di rosa e azzurro con i loro palloni arancioni in mano sprizzavano gioia da tutti i pori. Si erano preparati per questi cinque minuti da settimane e avreste dovuto vedere con quale concentrazione si sono messi a palleggiare al fischio di via! Anche noi spettatori ci siamo emozionati alla vista delle migliaia di palloni che volavano in aria a celebrare la vittoria dopo il fischio finale.

Non è certo semplice mettere in piedi un evento del genere, specie in una Gaza tagliata  fuori dal mondo dal blocco totale impostole, e senza risorse. L’organizzazione è stata minuziosa, ha impegnato migliaia di persone per settimane, e tutto è andato alla perfezione. 10.000 palloni da basket di fattura cinese arrivati grazie ad un difficile coordinamento con Israele e sponsorizzati dagli Stati Uniti (come ignorare lo striscione che, a carattere cubitali e con tanto di bandierone a stelle e strisce, troneggiava sullo sfondo dell’aeroporto ad annunciare che l’evento era gentilmente finanziato dagli Stati Uniti d’America!). I bambini arrivati a scaglioni all’aeroporto, che si trova a meno di un chilometro dal confine sud della striscia di Gaza, trasportati su 46 pullman che hanno dovuto fare decine di viaggi da tutti gli angoli, campi profughi e villaggi della Striscia. Alla  fine non c’era un bambino o un pallone fuori posto, da non crederci, specie se si conosce un po’ la realtà di queste parti.

L’idea era semplice ma altamente simbolica allo stesso tempo, in particolare per il luogo scelto per l’evento. L’ex aeroporto “internazionale” di Gaza, costruito alla fine degli anni 90 e usato per un breve ma glorioso periodo prima dello scoppio della seconda Intifada e del suo bombardamento da parte dell’esercito israeliano nel 2001. Da allora l’aeroporto è completamente in disuso e numerosi altri bombardamenti sono seguiti, anche negli ultimi mesi, a distruggerlo irrimediabilmente.

Quelli che sanno che a Gaza in un tempo non remoto c’è stato un aeroporto (molti gazani lo ignorano o comunque non l’hanno mai visto) ancora si ricordano di quando Arafat usava servirsene. C’era persino una lounge a lui dedicata, costruita in bellissimo stile arabeggiante, con tanto di cupola dorata. Tutta l’architettura degli edifici del distrutto aeroporto era davvero molto bella, con mosaici, colonne, volte, sapienti geometrie di tagli, giochi di pieni e di vuoti. Non ne rimane che lo scheletro, con i soffitti sfondati e le travi pericolanti, i mosaici distrutti e i pavimenti coperti di macerie, ma per certi versi lo spettacolo è molto suggestivo. Qualcuno mi ha detto che persino Bill Clinton una volta sarebbe atterrato all’aeroporto di Gaza; di certo era presente alla sua inaugurazione nel novembre del 1998, a sottolineare il significato politico del momento.

Sebbene questo non fosse il fine principale dichiarato dagli organizzatori – attenti a sottolineare che  si trattava di un evento tutto per i bambini di Gaza e che la soddisfazione nel portare a casa il  Guinness, prima detenuto dagli americani, era il solo scopo – non poteva sfuggire il messaggio politico di fondo suggerito all’ambientazione della sfida. Messaggio che è stato efficacemente espresso da John Ging, il capo missione UNRWA a Gaza, a cui non a caso si deve la paternità della scelta del luogo: “Siamo qui oggi sulle rovine del vecchio aeroporto internazionale di Gaza. Abbiamo bisogno di riavere ciò che avevamo e tornare ad avere un aeroporto. Abbiamo bisogno di questo aeroporto non solo per  un record del mondo, ne abbiamo bisogno per gli aeroplani”.

                                                                

Certo le parole di Ging appaiono un’utopia irrealizzabile in una Gaza sottoposta al blocco totale e continuo da oltre tre anni, dove la gente ben lungi dal poter prendere un aereo non può neanche andare a piedi da nessuna parte. Ma ci piace ricordare che non solo un aeroporto qui c’era, c’era anche una compagnia aerea, la “Palestinian Airlines”,  di cui oggi non rimane che un’insegna sbiadita su un edificio abbandonato, di cui si è persa memoria.

Che i bambini di Gaza, con i loro sorrisi e i loro palloni colorati riescano almeno a ricordarci che una Gaza diversa è possibile, una Gaza dove vedere un aereo nel cielo non significhi solo che un attacco militare è in corso?

(foto a cura di C. Meloni)