di Robert Fisk

Traduzione in italiano a cura di Elena Hogan

L’articolo originale  e’ apparso su The Independent il 22 luglio 2010

Amman – (foto da www.untitledproject.com) - Sul lato opposto della strada del ristorante Al-Quds, nel centro di Amman, si trova un edificio di  pietra grigia, crivellato da vecchi colpi di proiettili. Nel 1970, fu qui che il Fronte popolare per la liberazione della Palestina mise in atto uno dei suoi ultimi scontri contro le fidate truppe beduine del Re Hussein. Dal bagno di sangue che ne segui’, il “Settembre Nero” della storia palestinese, i “fedayeen” palestinesi furono cacciati da Amman, il loro “stato dentro lo stato” trasferito dalla Giordania al Libano.
                                                                campi-giodania-300x225campi profughi in Giordania

 


Eppure, nel ristorante dall’altra parte della strada, sotto alcune foto ugualmente invecchiate, che ritraggono una Gerusalemme pre-Israele, alcuni uomini dal volto serio si dicono allarmati perche’ la Giordania rischa di diventare la Palestina. Contestano il fatto che dal 2005, 86.000 Palestinesi hanno  ricevuto passaporti giordani in modo non costituzionale, che ad oggi troppi Palestinesi fanno parte del governo giordano, che la corruzione e un’aderenza rigida alle politiche dettate da USA e Israele stanno creando le fondamenta che permetteranno a Israele di espellere i palestinesi dalla Cisgiordania attraverso il fiume Giordano. Non c’e’ tempo per l’accordo di pace giordano-israeliano.

L’ex generale Ali Habshneh, l’ex colonnello Beni Sahar e l’ex generale maggiore Mohamed Jamal Majalli smettono di mangiare il loro “humous lahme” al manzo e pollo, con espressioni di paura e  rabbia per il futuro della Giordania. Habashneh gestisce il comitato dei pensionati dell’esercito giordano e ha 140.000 ex-militari dell’esercito e le loro famiglie nei suoi registri; la sua, non e’ una voce che il Re della Giordania Abdullah e il suo governo possano sottovalutare. Questi sono gli uomini del re. Ma sono anche dei nazionalisti agguerriti.

E sono talmente patriottici che hanno inviato al Re Abdullah una lettera aperta, esprimendo le loro preoccupazioni che il paese possa essere distrutto dai programmi di Israele per la Cisgiordania e da una “quinta colonna di collaboratori” all’interno della Giordania stessa, che appoggiano la politica USA nella regione—senza specificare la loro identità.

Il governo giordano, insediato dal re, ha mostrato “estrema debolezza”, si dice la lettera, verso Israele e Stati Uniti. “Recentemente, consigli dei ministri [giordani]…hanno già cominciato a implementare in modo segreto…un sistema di quote politiche, collocando dei palestinesi—inclusi alcuni che non hanno ancora completato tutte le procedure legali per la richiesta della cittadinanza—in ruoli chiave dell’apparato politico dello stato.”

Questo e’ il primo serio movimento di opposizione che emerge contro il Re Abdullah da quando è succeduto a suo padre, Hussein, scomparso nel 1999. Per Abdullah e’ stato difficile uguagliare il carattere e la fermezza dell’anima di  Hussein, morto di cancro ma che, duranti i suoi ultimi giorni, ha provato invano a dire a Benjamin Netanyahu, allora (come oggi) Primo Ministro israeliano, che la pace tra  israeliani e arabi  si stava deteriorando.

Forse il 57 percento dei giordani non sono palestinesi e molti di questa percentuale appartengono a tribù potenti non originarie di Amman. Ma i nazionalisti affermano che, fino al 1988, 1,95 milioni di palestinesi avevano la cittadinanza giordana. Altri 850.000 hanno una cittadinanza considerata illegale da questi ex- uomini dell’esercito. Altri 950.000 palestinesi della Cisgiordania vivono legalmente, ma senza cittadinanza, sulla sponda est, o, in altre parole, nella Giordania. Ancora altri 300.000 sono di Gaza. Gli ex ufficiali dell’esercito parlano di un “trasferimento silenzioso” dei palestinesi attraverso le rive del Giordano.

“Crediamo che le persone vicine al re non sollevino la questione”, dice uno degli uomini seduti al tavolo. “Dopo l’insediamento del governo Rifai, e’ stato un palestinese a diventare il capo del senato e sempre un palestinese e’ il capo del sistema giudiziario.Ci sono stati cambiamenti nei comandi dell’esercito. Il comandante palestinese capo della zona speciale economica di Aqaba non aveva la cittadinanza 10 anni fa. Nella nostra lettera affermiamo che gli incarichi al personale governativo devono essere assegnati attraverso il parlamento.”

Nella maggior parte dei paesi arabi, il nazionalismo ha lasciato il posto a politiche islamiche, dato che i vecchi movimenti secolari arabi hanno fallito di fronte alle pressioni israeliane ed americane. Ma in Giordania, questo trasferimento di influenza e’ rovesciato. Il re Abdullah, con grande soddisfazione della maggior parte dei giordani di origine sia tribale che palestinese, ha tenuto a freno i Fratelli musulmani, soffocando il loro potere parlamentare così da preservare il suo. Ma nella Giordania di adesso sono gli uomini dell’esercito della vecchia scuola ed i loro seguaci, inclusi  accademici, insegnanti e sindacalisti, a fare pressioni sulle frontiere della politica.

Al ristorante, intorno al tavolo ha inizio una conversazione allarmante, sulla fine del trattato di pace arabo fra Giordania e Israele, sulla creazione di un “esercito popolare” di ex-militari che potrebbero creare una forza territoriale tale da appoggiare i soldati normalmente arruolati nell’eventualità di un attacco israeliano; si parla anche della fondazione di un “nuovo esercito nazionale piuttosto che uno neo-coloniale”.

Il generale Habashneh è esplicito quanto gli altri uomini. “C’è la corruzione, aumentano le differenze tra ricchi e poveri”, dice. “Le politiche degli investimenti economici stanno distruggendo il paese. E’ di questo che si occupa il nostro movimento nazionale. Stiamo provando a mettere insieme tutte le nostre forze per tenere una conferenza nazionale entro l’inizio dell’anno prossimo, per decidere un’azione strategica che proteggerà questo paese e che rimuoverà l’influenza degli israeliani e degli americani”.

Un giovane insegnante è seduto a tavola, ansioso di mostrare la potenza non-militare del nuovo movimento nazionale giordano, come gia’ viene chiamato. “A marzo e alla fine di maggio, 110.000 insegnanti hanno scioperato per chiedere la creazione di sindacati e migliori condizioni lavorative”, afferma. “Anche se tutto questo e’cominciato sotto forma di richieste sociali, poi ne e’ scaturito un movimento più vasto, dettato dalla scontentezza. E’ sorprendente quanto questi punti di vista siano diffusi…autisti di autobus, venditori di cigarette, farmacisti, sono tutti parte di un movimento trans-giordano.”

Finora non c’e’ stata nessuna reazione da parte di Israele, anche se i nazionalisti hanno individuato un “articolo al veleno” scritto da un giornalista palestinese sul Jerusalem Post che parlava di uomini che vogliono creare “uno stato di apartheid razzista” in Giordania.

Uno degli esponenti nazionalisti, uno scrittore i cui libri sono proibiti in Giordania, affema che hanno tentato di spiegare a uomini diplomatici occidentali ad Amman che il re Abdullah sta fronteggiando crescenti proteste da parte di alti ex-comandati dell’esercito e da altri gruppi nazionalisti. Un altro uomo dice di aver tentato di spiegare a un funzionario inglese i loro obiettivi ma l’uomo “ si e’ semplicemente alzato ed e’ uscito dalla stanza”.

Nella lettera aperta si legge che “le radici della debolezza del governo risiedono nelle politiche di privatizzazione e smantellamento del settore pubblico… che hanno condotto a un crescente potere degli attori economici e di coloro che traggono benefivio dalla corruzione o trattano in affari finanziari poco chiari… Un ristretta e non rappresentativa cricca di clan politici ha monopolizzato la formazione dei gabinetti ministeriali e il processo decisionale, impedendo al popolo giordano di decidere del proprio destino e di difendere gli interessi nazionali del paese”.

Secondo gli ex ufficiali dell’esercito, il re avrebbe fatto loro alcune concessioni in un recente discorso pubblico, quando ha profondamente criticato Israele e gli Stati Uniti, benché abbia glissato sulla questione palestinese.

Questa settimana, il governo ha deciso di dividere il fronte degli ex-militari convincendo ex-ufficiali a denunciare i loro colleghi di “deviazionismo” e  di “minaccia alla sicurezza nazionale”, suscitando quindi “reazioni negative”. Non c’è dubbio da parte di chi vengano queste “reazioni negative”. (Nena News)