Aspetti contrastanti del sostegno alla salute dei palestinesi

The Lancet.com
02.07.2010
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“L’insano aiuto erogato per la salute dei palestinesi”
  di Angelo Stefanini e Enrico Pavignani

Il denaro dei donatori che si è riversato nei Territori Palestinesi Occupati fin dagli Accordi di Oslo ha avuto un effetto discutibile, alimentando la crescita di un complesso di assistenza sanitaria che si è affollato di una moltitudine di fornitori di servizi pubblici e privati connessi in reti vaghe e non trasparenti.(1) Il peculiare carattere geopolitica delle decisioni relative all’erogazione di aiuti, con la loro frequente incongruenza con le attività dell’assistenza sanitaria, ha contribuito alla creazione di una sovrabbondanza di servizi di modesta qualità e a costi crescenti(2), che continua ad espandersi in un clima di rilassatezza fiscale. Nel frattempo, la comunità dei donatori mantiene aperto il suo dialogo con autorità sanitarie riconosciute, ma prive di potere, mentre non prende in considerazione la vigorosa porzione del settore sanitario che si trova al di fuori delle vie della cooperazione convenzionale (ad esempio, il settore privato sia profit che non profit).

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Il sostegno ai palestinesi sembra uno strumento politico inadeguato, fornito per limitare i danni prodotti da un problema politico che i paesi donatori non osano affrontare (3). A causa del perpetuarsi delle debolezze strutturali del settore sanitario, l’aiuto è divenuto una condizione essenziale alla sua sopravvivenza. Nonostante ciò la realtà, e la tendenza non cambia, è esemplificata dall’ambiguo discorso di un’assistenza allo sviluppo (4), accanto a massicci fondi d’emergenza, da uno spostamento verso l’assistenza diretta rivolta all’Autorità Palestinese, e dalla mancanza di attenzione su ciò che riguarda Gaza. Mentre è evidente che un aiuto senza libertà di movimento è per lo più sprecato (5), i donatori sembrano portati ad astenersi dal far pressione su Israele per proteggere i processi di pace, sottostimando gli effetti dell’occupazione israeliana sull’efficacia degli aiuti. 

Non solo l’aiuto è privo di efficacia, ma potrebbe essere anche dannoso. La Corte Internazionale di Giustizia (6) ha sancito che gli stati hanno l’obbligo di non fornire alcun aiuto che possa portare alla conservazione della situazione determinata dalla potenza occupante, di assicurarsi che Israele rispetti il diritto internazionale umanitario, e di non sostituirsi alle responsabilità del potere occupante. Ad esempio, finanziando strutture sanitarie altamente circoscritte per attenuare i ritardi creati dai blocchi israeliani (7) di fatto si normalizza una situazione inaccettabile. 

In vista del fatto che il 45% degli aiuti va a Israele e il rimanente 55% viene suddiviso tra sprechi dovuti alle misure di occupazione ed effettivi benefici tratti dai progetti (8), l’aiuto sovvenziona l’espansione israeliana nei territori palestinesi occupati. La normalizzazione viene facilitata anche dall’uso di un linguaggio di buon senso (ad esempio, far cadere la parola occupazione per cui i territori palestinesi occupati  divengono territori palestinesi). l’assistenza incondizionata e generosa  nei confronti del settore sanitario ha portato la dipendenza dai donatori a livelli rilevanti: il 42% della spesa sanitaria viene finanziata dai donatori (9). 

I donatori percepiscono il loro ruolo in modi differenti, come semplici fornitori di denaro o come operatori attivi. La scelta dei loro interventi è spesso di natura opportunistica, incoraggiando perciò un ambiente competitivo nel quale c’è resistenza nei confronti delle associazioni in partecipazione  e dove vengono eluse le discussioni aperte. Il panorama dell’assistenza che ne risulta non è popolato ancora di pratiche del buon donatore incarnate nella Dichiarazione di Parigi (10). Viceversa, i beneficiari tendono a un aiuto di favore risultante da un accordo bilaterale, orientati verso donatori generosi che evitano domande scomode. Un ambiente di questo tipo non aiuta consultazioni significative, e potrebbe escludere meccanismi regolari di coordinamento. La conseguenza è che il sostegno generoso viene dato per scontato e provvede a uno sviluppo libero da impedimenti fiscali, con costi che superano le risorse interne dell’immediato futuro. Soprattutto, i donatori non riescono a parlare di una componente decisiva importante della sanità nei territori palestinesi occupati: la sicurezza della persona(11) e la violenza strutturale imposta dall’occupazione. 

Che cosa si deve fare? In vista di un ambiente politico più chiaro, è essenziale evitare mere soluzioni tecniche, che potrebbero equivalere a “perdere la foresta al posto degli alberi” (12). Si dovrebbero affrontare entrambi gli aspetti, quello tecnico e quello politico. Quindi devono essere scartate sia la politica sanitaria secondo gli standard internazionali che le strategie della pianificazione in quanto inappropriate. Soprattutto, dovrebbe essere affrontato il divario tra l’assistenza fornita dai donatori e i loro punti di vista in  geopolitica. Occorre un appoggio diretto sul piano dell’incoraggiamento alla reciproca comprensione dei lati diplomatici e tecnici. Uno spostamento verso un approccio basato sui diritti umani e sul diritto umanitario internazionale è molto in ritardo.

Angelo Stefanini, attualmente è in congedo per aspettativa dall’Università di Bologna e sta lavorando come Coordinatore del Programma Sanitario presso l’Ufficio per lo Sviluppo della Cooperazione Italiana a Gerusalemme Est, Territori Palestinesi Occupati. 

Enrico Pavignani, come Angelo Stefanini, lavora presso il Centro per la Sanità Internazionale, Dipartimento di Medicina e Salute pubblica, Università di Bologna. 

Note:

  1. Mataria A., Khatib A., Donaldson C.,et al. The health-care system: an assessment and reform agenda. Lcet 2009;373:1207-17.
  2. Giacaman R., Khatib R., Shabaneh L., et al. Health status and health services in the occupied Palestinian territory. Lancet 2009; 373:837-49.
  3. Le More A., International assistance to Palestinians after Oslo: political guilt, wasted money. London and New York: Routledge,2008.
  4. Le More A., Are realities on the ground compatible with the international state-building and development agenda? In: Keating M., Le More A., Lowe R., eds. Aid, diplomacy and facts on the ground: The case of Palestine. London: Chatman House, 2005.
  5. World Bank. Movement and access restrictions in the West Bank: uncertainty and inefficienty in the Palestinian economy. May 9,2007.
  6. International Court of Justice. Legal consequences of the construction of a wall in the Occupied Palestinian Territory: advisory opinion. July, 9, 2004.
  7. Stefanini A., Ziv H., Occupied Palestinian Territori: linking health to human rights. Health Human Rights 2004; 8:160-75.
  8. Hever S., Political economyof aid to Palestinians under occupation. Socialeconomic Bull 2008; 17-18: 1-55.
  9. World Bank. Reforming prudently under pressure: West Bank and Gaza health policy report. January, 2009.
  10. OEDC-DAC. The Paris declaration on aid effectiveness and the Accra agenda for action. 2005.
  11. Batniji R., RabaiaY., Nguyen-Gillham V.,et al. Health as human security in the occupied Palestinian territory. Lancet 2009; 373: 1133-43.
  12. Giacaman R., Abdul-Rahim HF., Wick L., Health sector reform in the occupied Palestinian territory (OPT): targeting the forest or the trees? Health Policy Plan 2003; 18:59-67.

    (tradotto da mariano mingarelli)