La legislazione marittima

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           Considerazioni giuridiche sulla legislazione marittima prima

        dell’aggressione militare israeliana alla Freedom Flotilla avvenuta

        nella notte del 31 maggio 2010.

La soluzione della vicenda appare univoca e stringente sotto il profilo prettamente giuridico, giacchè la rotta seguita dalle imbarcazioni della Freedom Flotilla, in viaggio verso le coste di Gaza carica di tonnellate di aiuti umanitari, secondo le intenzioni degli organizzatori, le
tradurrà direttamente dalle acque internazionali alle acque territoriali palestinesi.

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La materia del *Diritto Internazionale Marittimo* ha formato oggetto di due successive, importanti conferenze di codificazione, la Conferenza di Ginevra del 1958 e la Terza Conferenza delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare tenutasi tra il 1974 e il 1982.

La Conferenza di Ginevra del 1958 produsse 4 convenzioni, tra le quali la Convenzione sul Mare Territoriale e la Zona Contigua, e la Convenzione sull'Alto Mare. Nel 1982 è stata firmata a Montego Bay una nuova Convenzione per la ricodificazione del Diritto Internazionale Marittimo, costituita da 320 articoli, entrata in vigore nel novembre del 1994, integrata da un Accordo applicativo che modifica la sua parte XI e che, secondo il
disposto dell'art 311, sostituisce le 4 precedenti Convenzioni di Ginevra.

Il principio generale che informa l'intero Diritto Internazionale Marittimo è che ogni nave è sottoposta esclusivamente alla sovranità dello Stato di cui ha nazionalità, ovvero il cosiddetto Stato di bandiera o Stato nazionale, al quale è riservato il diritto all'esercizio esclusivo del potere di governo sulla comunità navale, potere esercitato attraverso il comandante, che viene considerato quale organo dello Stato.

Al fine di effettuare un'analisi compiuta dei possibili accadimenti e dei risvolti giuridici degli stessi, si rende necessaria una breve disamina di alcuni concetti basilari del DIM, ed in particolare della definizione di mare territoriale, acque internazionali, alto mare, blocco navale, diritto di inseguimento, pirateria e terrorismo marittimo.

Il *mare territoriale* è, per diritto consuetudinario, sottoposto alla sovranità dello Stato sovrano sulla terraferma confinante con lo specchio di mare stesso. L'acquisto della sovranità è automatico: la sovranità esercitata sulla costa implica la sovranità sul mare
territoriale. L'art 2. della Convenzione di Montego Bay stabilisce che: "La sovranità dello Stato si estende, al di là del suo territorio e delle sue acque interne, a una zona di mare adiacente alle coste denominata mare territoriale".
Esso, ai sensi dell'art. 3 della stessa Convenzione, può estendersi fino ad un massimo di 12 miglia marine dalla costa. Tutti i Paesi rivieraschi del Mediterraneo hanno adottato il limite delle 12 miglia delle acque territoriali. Pertanto, Israele è padrone sovrano delle acque
prospicienti la propria costa entro il limite delle proprie acque territoriali. Allo stesso modo la Palestina, qualora venisse di fatto riconosciuta quale Stato sovrano, avrebbe il controllo assoluto sulle dodici miglia di mare che costituiscono virtualmente l'estensione della
propria costa.

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Tuttavia, nell'ambito dell'Accordo del 4 maggio 1994 sulla Striscia di Gaza tra Israele e l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), con cui è stato attuato un primo riconoscimento dell’OLP come entità giuridica rappresentante il popolo palestinese, è stato prevista (Annesso I, art. IX) la creazione di una Maritime Activity Zone (zona di
attività marittima) lungo la costa della Striscia di Gaza, estesa 20 miglia verso il largo, divisa in tre zone di cui:

- le zona K e M contigue alle acque territoriali di Israele ed Egitto, della larghezza rispettiva di 1,5 ed 1 miglio, che costituiscono "closed areas" in cui la navigazione è riservata alle attività della Marina israeliana;

- la zona L, compresa tra le due zone precedenti, aperta alle attività di pesca e ricreative riservate ai battelli autorizzati dall’Autorità della Palestina.

Di fatto con la suddetta suddivisione si sono create le premesse per l'attribuzione di una fascia di acque territoriali al futuro Stato della Palestina. Gaza avrebbe dunque, a seguito del succitato accordo, piena potestà non già su 12, ma su 20 miglia marine.

Oltre le acque territoriali di ogni Paese che si affacci sul mare, si estendono le cosiddette *acque internazionali*, categoria generale che comprende la zona contigua e la zona economica esclusiva, e che si estende fino alle 200 miglia marine della costa. Uno Stato non può fermare o abbordare navi battenti bandiera straniera in acque internazionali.

Il termine *alto mare* indica gli spazi marini al di là della zona economica esclusiva e quindi non sottoposti alla sovranità di alcuno Stato. Negli spazi marini situati oltre la zona economica esclusiva cessa ogni tutela degli interessi degli Stati costieri.

L'alto mare è aperto a tutti gli Stati, sia costieri che interni, che possono esercitarvi, con l'unico limite di non intaccare le libertà degli altri Stati, tra le altre, le attività di navigazione.

Ogni Stato, sia costiero che interno, ha diritto di navigare in alto mare con navi battenti la sua bandiera le quali sono soggette alla sua giurisdizione esclusiva.

L'alto mare deve essere riservato a scopi pacifici e nessuno Stato può pretendere di assoggettarne alcuna parte alla sua sovranità

L'alto mare è l'unica zona in cui trova ancora applicazione il classico principio della libertà dei mari, che ha dominato per secoli il DIM, il quale indica che il singolo Stato non può impedire e neanche soltanto intralciare l'utilizzazione degli spazi marini da parte degli altri
Stati né delle comunità che da altri Stati dipendono. L’utilizzazione degli spazi marini incontra l'unico limite della pari libertà altrui.
Sulle navi che vi transitano vige la legge di bandiera, cioè quella del Paese di appartenenza. Anche nei confronti di navi sospettate di attività terroristiche, sono stati confermati i tradizionali principi della libertà dei mari secondo cui nessuno Stato può interferire in alto
mare con la navigazione di un mercantile a meno di espressa autorizzazione del Paese di bandiera, ed è pertanto da escludersi l'esercizio di poteri di enforcement.

Tutto quanto sopra esposto considerato, lo stato sovrano di Israele non ha alcuna autorità per interferire con la navigazione della Freedom Flotilla in mare aperto, ovvero oltre le 200 miglia marine dalla costa di Gaza. Non ha, altresì, alcuna autorità per interferire con la
navigazione della Freedom Flotilla in acque internazionali, ovvero nel tratto di mare compreso tra le 12  o 20 - e le 200 miglia marine dalla costa di Gaza.

I problemi si pongono in riferimento alle acque territoriali e all’eventuale spostamento unilaterale del confine della zona navale militare.

Distinguiamo due ipotesi.

La prima è che le dichiarazioni di Israele corrispondano al vero e che pertanto Israele non stia occupando Gaza, essendosi ufficialmente ritirato nel 2005.

Giacché il tratto di mare compreso tra le acque territoriali e il mare aperto appartiene alle acque internazionali come sopra definite, Israele non ha alcuna autorità per decretare unilateralmente lo spostamento del limite della closed zone dalle 20 alle 68 miglia marine. Fino a 20 miglia marine dalla costa, la flotta si trova in acque internazionali.

E' pleonastico sottolineare come lo stato sovrano di Israele non abbia, evidentemente, alcuna autorità per interferire con la navigazione della Freedom Flotilla una volta che questa dovesse entrare nelle 20 miglia marine dalla costa. Difatti, è vero che in quel momento le barche entrerebbero in acque territoriali, ma si tratterebbe di acque territoriali non israeliane. Israele potrebbe osservare che non si tratta di acque territoriali palestinesi, ma questa affermazione violerebbe sia il diritto consuetudinario, universalmente riconosciuto e accettato come, che, eventualmente, l'art 2. della Convenzione di Montego Bay. Violerebbe, inoltre, il succitato accordo del '94. Ad ogni modo, se anche Israele disconoscesse il diritto consuetudinario, il disposto della Convenzione e il contenuto dell'Accordo, e pertanto
negasse la sovranità palestinese su quel tratto di mare, pur tuttavia non potrebbe interferire con la navigazione. Perché, ammesso e non concesso che su quelle acque non vi è sovranità palestinese, su quelle acque non è possibile riconoscere, allo stesso modo, neppure una qualsivoglia sovranità israeliana. Questa è la conclusione logico giuridica alla
quale si giunge sul presupposto della veridicità di quanto Israele afferma, ovvero che questi non occupi militarmente Gaza dal 2005.    

In caso contrario, ovvero nell'ipotesi in cui Israele continui ad occupare militarmente Gaza, le considerazioni da svolgere sono parzialmente differenti. Ferme restando quelle innanzi svolte sul mare aperto e sulle acque internazionali, rimangono da analizzare le acque
territoriali e la conseguente possibilità di spostare il confine della zona navale militare. Se risultasse confermato che Israele ha dichiarato lo spostamento del confine marittimo, significherebbe che questi sta agendo da stato occupante. Come conseguenza, avrebbe piena potestà sulle acque territoriali, e pertanto ben potrebbe a buon diritto intercettare la flotta non appena questa varcasse le 12 o 20 miglia marine dalla costa. Tuttavia, non avrebbe comunque la facoltà di spostare il limite della zona navale militare dalle 20 alle 68 miglia. Difatti, affinché una ulteriore fetta di mare possa essere interdetta alla navigazione di
una o più imbarcazioni, queste devono rappresentare un concreto pericolo per la sovranità di quello Stato. A titolo esemplificativo, si può affermare che se la flotta stesse trasportando armi  e se Israele stesse occupando Gaza -, Israele avrebbe senz'altro il diritto di interdire a quella flotta uno spazio marittimo superiore alle 20 miglia marine. Pertanto, qualora Israele intercettasse la flotta in acque territoriali, questo significherebbe pubblica ammissione di
un'occupazione militare della Striscia di Gaza. Sarebbe, pertanto, una notizia sensazionale, contraria a quanto Israele afferma dal 2005.

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Israele potrebbe inoltre verosimilmente effettuare un naval blockade, ovvero un *blocco navale*, *misura di guerra* volta a impedire l'entrata o l'uscita di qualsiasi nave dai porti di uno Stato belligerante. Si tratta di una misura di interferenza con la navigazione neutrale e,
ovviamente, con quella nemica, volta a impedire tutte le comunicazioni marittime, in ingresso ed in uscita dalle coste nemiche nel corso di un conflitto armato e, di regola, dovrebbe svolgersi in prossimità delle acque territoriali nemiche. La prassi del blocco è disciplinata , se si esclude la Dichiarazione di Parigi del 16 aprile 1856 sui Principi della
Guerra Marittima , da norme di natura consuetudinaria, non essendo mai entrata in vigore la Dichiarazione di Londra del 26 febbraio 1909 sul Diritto della Guerra Marittima destinata a regolamentarla. Tuttavia, con l'entrata in vigore della Carta delle Nazioni Unite del 1945, il blocco *non può ritenersi consentito al di fuori dei casi di legittima difesa* di cui all’art. 51 della stessa Carta: esso contrasta infatti con l' art.2, nn. 3 e 4 che vieta il ricorso all'uso della forza nelle relazioni tra gli Stati, come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Per questo motivo *il blocco dei porti o delle coste di uno Stato da parte delle forze armate di un altro Stato compreso tra gli atti di aggressione (ci sia stata o no dichiarazione di guerra*)
dall’art. 3, lettera c della Risoluzione dell'Assemblea Generale delle NU 3314 (XXXIX) del 14 dicembre 1974. Dal momento che non esistono i presupposti che integrino un'ipotesi di legittima difesa, qualora Israele effettuasse un blocco navale, commetterebbe un atto di
aggressione nei confronti della Striscia di Gaza.

Resta da fare un breve cenno al *diritto di inseguimento*.

Le navi da guerra o comunque destinate a servizi pubblici possono inseguire una nave straniera che abbia violato le loro leggi purché l'inseguimento sia continuo e abbia avuto inizio almeno nelle acque contigue al mare territoriale dello Stato al quale appartengono le navi da guerra. Inoltre, se la nave inseguita entra nelle acque territoriali di un altro Stato  l’inseguimento deve cessare.

Il diritto di inseguimento si sostanzia nel potere attribuito alle navi da guerra, alle navi in servizio governativo e agli aeromobili militari di inseguire una nave straniera quando si hanno fondati sospetti che questa abbia violato leggi o regolamenti nazionali (Ginevra, II, 23;
UNCLOS 111).

L inseguimento deve essere iniziato quando la nave o una delle sue imbarcazioni si trovi nelle acque interne, nelle acque arcipelaghe, o nel mare territoriale dello Stato che effettua l'inseguimento o nelle acque contigue al proprio mare territoriale e può continuare in alto
mare, al di fuori delle aree di giurisdizione nazionale, soltanto se non sia stato interrotto. Per potersi configurare un legittimo esercizio del diritto d'inseguimento è necessario che si siano realizzate cumulativamente tutte le condizioni previste dall’art. 111 della Convenzione del Diritto del Mare del Mare del 1982. In particolare l'imbarcazione dovrebbe trovarsi, originariamente, in acque a sovranità israeliana o in acque ad esse contigue e dovrebbe aver violato la legge israeliana.

E' appena il caso di osservare che, qualora una nave sia stata fermata o catturata al di fuori delle acque territoriali in circostanze che non giustificavano l'esercizio del diritto d’inseguimento, essa deve essere risarcita per i danni e le perdite subite (Ginevra, II, 23, 7; UNCLOS, 111, 8).

E' ovviamente legittimo l'intervento in alto mare di una nave da guerra della stessa bandiera del mercantile inseguito per proteggerlo dall'azione coercitiva della nave inseguitrice, a condizione che la nave inseguitrice:
- pretenda di esercitare illegittimamente l'inseguimento in assenza delle condizioni e dei requisiti previsti;
- faccia un uso della forza contro il mercantile non conforme ai canoni della necessità e proporzionalità causando serio pericolo alla vita dei marittimi imbarcati.

Pertanto, se Israele bloccasse le navi in un tratto di mare sul quale sostiene di avere giurisdizione, e la flotta si desse alla fuga verso acque internazionali, e illegittimamente Israele facesse forza sulle imbarcazioni, ben potrebbe intervenire la marina militare dello stato di bandiera della nave, poiché l'esercizio del diritto di inseguimento sarebbe illegittimo.

E' comunque da escludersi, a dispetto dei /rumors /odierni, che l'eventuale intervento israeliano sia configurabile come un atto di *pirateria*. Difatti, secondo nozione consolidata, costituiscono pirateria gli atti di depredazione o di violenza compiuti in alto mare o n zone non soggette alla giurisdizione di alcuno Stato *per fini privati* *dall'equipaggio di una nave o aereo privato* ai danni di altra nave o aereo privato (Ginevra II,15; UNCLOS, 1O1 e 102).

Il fine privato può anche essere diverso dallo scopo di depredazione (/animus furandi/), ma la nave che esercita l'atto di violenza deve essere comunque privata e non statale. Allo stesso modo non rientrano nella relativa nozione gli atti di violenza o depredazione posti in
essere da una nave ai danni di un'altra nave per ragioni politiche.

La pirateria è considerata un crimine internazionale che rientra tra le ipotesi dei c.d. /crimina juris gentium/, giacché il pirata viene considerato nemico di ogni Stato, e pertanto può essere giudicato dai tribunali di ogni Paese anche se questi non hanno un particolare titolo
di giurisdizione, e ciò costituisce un'eccezione non convenzionale al principio della competenza esclusiva dello Stato in alto mare su navi che battono la sua bandiera. Tuttavia, come detto, non sono classificabili quali atti di pirateria quelli posti in essere per fini politici.

Si potrebbe, al contrario, ravvisare un atto di *terrorismo marittimo*.
La materia costituisce oggetto della Convenzione di Roma del 10.3.1988 per la repressione dei reati diretti contro la sicurezza della navigazione marittima la quale è stata conclusa sotto gli auspici della Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) per porre rimedio alle
lacune della normativa internazionale messe in evidenza nel caso della Achille Lauro. Rientrano nella nozione di terrorismo marittimo tutti i casi di violenza commessi per finalità politiche o terroristiche a bordo di una nave privata che non possono essere considerati come pirateria.

Le ipotesi criminose previste sono:
1. atti di violenza e minaccia per impadronirsi di una nave o causare danno a una persona imbarcata;
2. distruzione di una nave o danni al carico o installazioni di bordo;
3. comunicazione dolosa di informazioni marittime erronee.

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La Convenzione si applica nel caso in cui le azioni suindicate, che debbono essere commesse per mettere in pericolo la sicurezza della navigazione (intesa come /safety/) , vengano compiute quando la nave è in acque site al di là dei limiti esterni del mare territoriale di un solo Stato o, in base alla sua rotta, stia per navigare in tali acque o
provenga dalle stesse.

Il comandante di una nave di uno Stato parte, a bordo della quale siano avvenuti fatti di terrorismo marittimo ha altresì la facoltà di consegnare il colpevole alle Autorità di ogni altro Stato parte.

In conclusione e riassumendo.

Fino a che la flotta si trova fuori dalle 20 miglia marine dalla costa, Israele non ha alcuna giurisdizione.

All'interno delle 20 miglia, potrebbe averla solo ammettendo pubblicamente che in realtà è in corso un occupazione militare della striscia di Gaza. Se Israele non fa questa ammissione, non ha alcuna autorità.

Se Israele effettuasse addirittura un vero e proprio blocco navale, potrebbe essere integrato un atto dichiarato di aggressione nei confronti di Gaza.

Appare verosimile che Israele, nel tentativo di dare una veste giuridica al proprio agire, non effettuerà alcun abbordaggio fino a che la flotta si troverà in acque internazionali, ovvero al di fuori delle 20 miglia marine dalla cosa di Gaza o delle 68 miglia marine come voci di
corridoio sembrano suggerire.

Qualora, una volta giunti all’interno delle 20 miglia, la flotta venisse avvicinata e si desse alla fuga verso acque internazionali e qui venisse fermata, i Paesi di appartenenza delle singole imbarcazioni potrebbero intervenire a buon diritto.

Gli atti illegali compiuti dalla Marina Militare Israeliana potrebbero integrare non già un atto di mera pirateria ma di vero e proprio terrorismo marittimo ai danni dei Paesi la cui bandiera è battuta dalle navi, con tutte le conseguenze del caso.

GG.DD.