di Stefano Mauro*


Roma 11 maggio 2010 (foto dal sito vosje.files.wordpress.com) Nena News -Spesso le cose in Medio Oriente hanno la memoria corta e le vicende e gli intrecci politici cambiano rapidamente in una maniera totalmente opposta e imprevedibile. Questo è ciò che sta avvenendo in Libano in questi ultimi mesi, dopo i recenti viaggi in Siria di due leader politici appartenenti alla coalizione antisiriana del 14 Marzo. Sia il leader druso Walid Jumblatt, ex acerrimo nemico di Damasco contrario all’ingerenza siriana nel paese dei cedri, sia l’attuale primo ministro libanese Saad Hariri sono volati a Damasco per omaggiare Bashar al Asad e «per aprire una nuova fase nei rapporti bilaterali tra i due paesi e per dare maggiore stabilità e sicurezza al Libano».
Sono trascorsi cinque anni dall’attentato del 14 febbraio 2005 a Beirut dove trovò la morte il padre di Saad, Rafik Hariri con altre 21 persone, che diede vita alla cosiddetta «rivoluzione dei cedri», ma un’evidente amnesia sembra scesa sulle presunte responsabilità siriane (Damasco ha sempre negato con determinazione un suo coinvolgimento e si è detta vittima di un complotto).

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A cinque anni di distanza, infatti, diverse cose sono cambiate sia nello scenario politico interno che negli equilibri internazionali della regione e si può dire che l’unico effetto concreto che ottenne quella rivoluzione fu la partenza del contingente siriano dal Libano nell’aprile 2005.

Per quanto riguarda lo scenario medio orientale e internazionale, due sono stati i cambiamenti fondamentali per gli equilibri della regione. Il primo è stato la progressiva riconciliazione tra l’Arabia Saudita, principale alleato americano della regione, e la Siria, alleato strategico dell’Iran, che ha portato ad una ripresa dei colloqui e delle relazioni tra queste due nazioni. Il secondo cambiamento è dato da un clima di maggiore dialogo tra l’amministrazione americana di Obama e quella francese di Sarkozy riguardo al ruolo della Siria nel Vicino Oriente in confronto alle precedenti amministrazioni di Bush e Chirac che avevano isolato il paese di Bashar Al Asad ottenendo sterili risultati.

Questo clima di distensione nella regione ha, però, portato ad un inasprimento dei toni da parte del governo israeliano di Netanyahu nei confronti del paese dei cedri. Da giorni, infatti, Israele non perde occasione di estendere i suoi proclami bellicosi nei confronti del movimento sciita Hizbollah e del governo di unità nazionale libanese, visto che il «Partito di Dio» ne fa parte a pieno titolo. Sono abbastanza esplicite le dichiarazioni del ministro della difesa israeliano Barak che ha evocato «una guerra totale» a Hezbollah e alla Siria. Altrettanto minacciose sono state le dichiarazioni dell’ultranazionalista Avigdor Lieberman, ministro degli esteri, che ha minacciato, in caso di conflitto con Hizbollah, il presidente Bashar «di fargli perdere il potere» in Siria.

Era diverso tempo, dal conflitto di luglio 2006 e dal dispiegamento in Libano del sud della seconda missione Unifil, che l’eventualità di un nuovo conflitto alla frontiera settentrionale di Israele non veniva evocato in maniera così diretta. Questa serie di minacce appaiono frutto di una strategia precisa, poiché Hizbollah è in grado di tenere sotto pressione il Nord di Israele. Questa prova di forza di Tel Aviv rientra anche in un contesto regionale più ampliato visto che Hizbollah viene accusato di essere il «braccio armato» dell’Iran nel Vicino Oriente e che Damasco era e resta un alleato strategico di Teheran. Nell’attuale impossibilità di un attacco preventivo alla nazione iraniana al fine di ridimensionare le proprie ambizioni nucleari, Israele punta ad alzare i toni proprio per far comprende all’alleato americano l’«urgenza» di intervenire (militarmente) per arginare la minaccia iraniana. Il messaggio, quindi, è destinato sia all’amministrazione americana sia ai governi di Beirut e di Damasco.

Anche la situazione politica interna è totalmente cambiata. Dalla condizione di impasse e scontro istituzionale tra i due schieramenti, che ha portato ai combattimenti armati del maggio 2008, si è giunti agli accordi di Doha, con l’elezione del presidente della repubblica Michel Suleiman, figura di garanzia per entrambe le fazioni.

Le elezioni del 2009 hanno visto vincitore, di stretta misura, lo schieramento del 14 Marzo e la nomina a primo ministro di Saad Hariri, figlio del celebre Rafiq amico di sauditi e francesi. Proprio l’atteggiamento del delfino Hariri è totalmente cambiato. Dopo un primo tentativo di creare una milizia formata da gruppuscoli legati al network di Al Qaeda (si vedano i fatti di Fatah al Islam ndr), che, dal 2006, Saad Hariri stava armando e foraggiando con l’intento di contrastare il predominio militare del Partito di Dio e che hanno portato agli scontri del maggio 2008, si è giunti ad una visione più conciliante e ad un’apertura politica nei confronti di tutte le confessioni e partiti politici dello scenario libanese.

Questa visione più diplomatica ha portato, infatti, alla creazione di un governo di unità nazionale che si fonda su due punti cardine. Il primo è stato un’apertura del governo libanese nei confronti di quello di Damasco e l’instaurazione di relazioni diplomatiche tra i due paesi, cosa mai avvenuta prima, sancito dalla visita ufficiale di Saad Hariri in Siria. C’è, infatti, da ricordare che proprio il governo di Bashar era stato inizialmente accusato dell’assassinio del padre di Saad, Rafiq Hariri ucciso il 14 febbraio 2005, e che, nonostante il tribunale speciale per il Libano (TSL) non sia ancora giunto a delle prove sui reali mandanti dell’attentato, la maggior parte degli imputati del deuxieme bureau siriano sono stati scagionati. Questa visione più conciliante nei confronti di Damasco è, di sicuro, una conseguenza del riavvicinamento tra il governo siriano e quello saudita.

Il secondo punto cardine della politica di riconciliazione nazionale libanese è il ribadire il «diritto alla resistenza» da parte del governo del paese dei cedri e di voler preservare la milizia dello Hizbollah come una vera e propria risorsa difensiva nazionale. Emblematiche sono le parole dello stesso Saad Hariri al riguardo «la contraddizione principale non è il Libano, con i suoi limiti e le sue particolarità, ma Israele che afferma di volere la pace ed invece occupa il nostro territorio e vuole la guerra…Il vero problema della regione viene da Israele che persiste a non fare niente per la pace con i palestinesi, i siriani e continua a violare quotidianamente la sovranità libanese».

Stefano Mauro, laureato in lingue e letteratura araba , ha pubblicato ”Il radicalismo islamico. Hizbollah da movimento rivoluzionario a partito politico” (Ed Clandestine. Massa Carrara)” e attualmente sta lavorando ad uno studio sul’evoluzione politica del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Ho collaborato in passato con Rinascita per articoli che analizzavano la situazione libanese e medio orientale.