Le donne palestinesi chiedono un maggiore accesso al lavoro

Nena News
01.05.2010

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1 MAGGIO:LE DONNE PALESTINESI CHIEDONO PIU’ ACCESSO AL LAVORO
di Elena Hogan*

Gerusalemme, 01 maggio2010 (Nena-News) – Soltanto il 15% delle donne nei Territori occupati palestinesi fa parte della popolazione attiva. Benché questa percentuale sia aumentata dal 11% del 1994, data di costituzione dell’ANP, grazie alla creazione di un settore pubblico che ha garantito maggiori opportunità lavorative per le donne, Amna Rimawi, segretaria del dipartimento femminile e presidente del settore agricoltura e industria alimentare del PGFTU (Palestinian General Federation of Trade Unions) specifica che il tasso di disoccupazione all’interno di questo già esiguo 15% sia alto e continui a salire: “Registriamo un tasso di disoccupazione femminile intorno al 37% solo in Cisgiordania”.

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Accendendosi una sigaretta nel suo ufficio a Ramallah, Rimawi, storica sindacalista e membro del PGFTU sin dal 1978, descrive come prioritario ottenere migliori condizioni lavorative per le donne così come sancite dalla legislazione palestinese sul lavoro del dicembre 2001. “Gli uomini e le donne”, spiega, “dovrebbero essere pagati equamente secondo la legge. Ma in realtà in molti settori le donne guadagnano il 60% del salario percepito da un uomo. Per legge le donne hanno diritto alla maternità, ma spesso donne incinte non hanno di fatto alcuna protezione”.

Rimawi e il PGFTU si battono per rappresentare circa 27.000 lavoratrici (il 10% degli iscritti) tra Cisgiordania e Striscia di Gaza, confrontandosi con molteplici problematiche. Innanzitutto, le limitazioni imposte dall’occupazione israeliana: se dieci anni fa un quarto della forza lavoro palestinese lavorava in Israele, oggi il Muro che taglia la Cisgiordania e la chiusura ermetica di Gaza la soffocano dentro spazi sempre più ristretti. Il mercato del lavoro così ingabbiato, a sua volta favorisce gli uomini, che, secondo la legge islamica devono provvedere al sostentamento delle loro famiglie. “I più poveri tra i poveri hanno sempre una donna come capofamiglia”, afferma Rimawi, “e una donna che mantiene da sola i suoi figli accetterebbe qualunque condizione di lavoro, anche quando è consapevole dei propri diritti. Per questo è importante organizzare le donne in sindacati”.

Una struttura sociale conservatrice e patriarcale, legittimata su basi religiose o meno, limita sia l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro, sia il loro potere decisionale al suo interno. “Quasi mai si vede un direttore generale donna nel settore privato e raramente una donna ricopre un ruolo decisionale”, sottolinea Rimawi.

Mentre a Gaza Hamas comprime le attività dei sindacati e ne limita la partecipazione femminile, in Cisgiordania la politica liberista perseguita dal governo Fayyad, sponsorizzata dagli Stati Uniti, a sua volta indebolisce i sindacati (nonostante l’alleanza tra il PGFTU e al-Fatah). Ai sindacati, infatti, è stata recentemente negata la possibilità di partecipare ad importanti riunioni internazionali di investimento a Betlemme ed a Londra, dove accordi transnazionali che modelleranno il futuro economico della Cisgiordania vengono siglati senza la presenza di alcuna rappresentanza di lavoratori.

Ma sia in Cisgiordania che a Gaza, la grande maggioranza delle donne non è nemmeno riconosciuta come parte della popolazione attiva. Come ribadisce Sawsan Saleh, direttore di AOWA (Association of Women’s Action for Training and Rehabilitation): “Di fatto il 100% delle donne palestinesi lavora… ma in casa, non pagate né ufficialmente riconosciute. E nelle zone rurali lavorano anche la terra, oppure coltivano l’orto di famiglia e badano agli animali”. In questo contesto, AOWA lavora per rafforzare il ruolo delle donne nella società palestinese in senso lato—a livello familiare, culturale, lavorativo e decisionale—attraverso programmi mirati ad arricchire la loro cultura personale e a garantire i finanziamenti e la formazione necessaria per iniziare o sviluppare attività generatrici di reddito. Allo stesso modo, gran parte del lavoro del dipartimento delle donne del PGFTU si focalizza su programmi finalizzati ad aumentare il numero di donne lavoratrici.

A prescindere dal sentiero culturale o politico che una comunità scelga di percorrere, le donne rimangono il 50% della società, e, come afferma Rimawi, “quando si indebolisce la metà di una società, è l’intera società ad indebolirsi. Dobbiamo continuare a rafforzare il ruolo delle donne palestinesi per rafforzare l’intera società palestinese”. (La foto e’ tratta dal SDI Training for Palestinian Women).

* Elena Hogan e’ una giornalista stunitense. Di recente ha collaborato con alcune Ong italiane che operano nei Territori occupati palestinesi.