Manifestazioni di lotta popolare e..di repressione

International Indymedia

 

“Rapporti sulle manifestazioni settimanali di lotta popolare”

  dal 5 all’ 11 aprile 2010

 

 Bil’in – ffj.org
 
 09.04.2010

  http://www.youtube.com/watch?v=HQObsY21xHA

  Bil’in

 “Giornalista palestinese arrestato a Bil’in mentre riprende la manifestazione”

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 Oggi, quando attivisti palestinesi, israeliani ed internazionali hanno marciato verso il muro nel villaggio di Bil’in, si sono incontrati con un numero spropositato di forze dell’esercito israeliano. Non appena i dimostranti hanno raggiunto la barriera, i soldati hanno cominciato a lanciare sulla folla del gas lacrimogeno. Ad un certo punto, per disperdere la gente, i soldati hanno utilizzato un cannone che spara 30 barattoli di gas lacrimogeno alla volta. Oggi, i soldati hanno usato anche munizioni cariche e pallottole ricoperte di gomma contro i manifestanti non-violenti. Dei soldati sono entrati nel villaggio passando per un cancello nella barriera ed hanno cercato di arrestare molti dei dimostranti. 

 


Il giornalista e video-reporter palestinese Haitham al Khatib, di Bil’in, è stato arrestato mentre riprendeva la manifestazione e l’irruzione dell’esercito. Haitham lavora sia per il Centro israeliano di Informazione sui Diritti Umani, B’Tselem, come pure per il Comitato Popolare locale Contro il Muro e la Colonie. Haitham era ritornato ieri al villaggio dopo un tour di tre settimane in Europa dove aveva fatto vedere il suo ultimo film “Vita su rotelle”. Il film osserva l’occupazione a Bil’in attraverso l’esperienza di Jody McIntire, un attivista e giornalista europeo. Haitham è stato rilasciato venerdì notte sul tardi dopo essere stato trattenuto per circa 7 ore. Dopo la sua liberazione, egli ha riferito di essere stato colpito in faccia mentre era imprigionato nella base militare ed ha sofferto per un interruzione della circolazione del sangue nelle sue mani dovuta alle fascette per legare le mani eccessivamente strette. 

Secondo gli avvocati: 

Haitham era stato arrestato in quanto indiziato di aver violato il nuovo ordine militare che dichiara essere l’area del muro a Bil’in, di venerdì, una “zona militare chiusa”. L’ordine era stato emesso in febbraio e resterà in vigore fino ad agosto. Un ordine dello stesso tipo era stato emesso per la zona del muro a Ni’ilin. Dopo molte ore di detenzione, Haitham era stato rilasciato senza cauzione. Ciò lo si deve attribuire alle nostre affermazioni – supportate da un documento emesso dall’avvocato militare – secondo le quali la dichiarazione di “area militare chiusa” non è applicabile ai residenti di quel territorio. L’ufficiale di polizia non sapeva come respingere le nostre affermazioni, ma ha detto che, domenica, avrebbe richiesto chiarimenti all’avvocato militare.

 

Palsolidarity.org
09.04.2010

http://youtube.com/watch?v=yUa1R80IL1M

 Ni’lin

 “Proiettili veri sparati, a Ni’lin, a dimostranti non-violenti”

 Oggi, circa 60 palestinesi si sono radunati fuori di Ni’lin affrontando gas lacrimogeno, pallottole di acciaio rivestite di gomma e munizioni cariche. Insieme a 15 attivisti israeliani ed internazionali, i dimostranti hanno contestato l’occupazione israeliana che ha preteso oltre il 40 % delle terre del villaggio. 
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Dopo essersi radunati in prossimità di un uliveto per la preghiera di mezzogiorno, i dimostranti si sono mossi alla volta il muro illegale dell’annessione con bandiere e canti preceduti dai giovani del villaggio. Non appena raggiunto il muro, i dimostranti si sono scontrati con una risposta violenta da parte dei militari. Con  il pretendere all’incirca il 30 % dei terreni agricoli rimanenti del villaggio, il muro annette i campi di Ni’lin perché vengano utilizzati dalla vicina colonia illegale di Modi’in Ilit. I soldati hanno sparato oltre il muro gas lacrimogeno e granate assordanti sui dimostranti non-violenti, che non si sono spaventati e sono andati avanti facendo una vivace protesta. 

I soldati allora hanno invaso gli uliveti del villaggio, sparando munizioni cariche, pallottole di acciaio rivestite di gomma e gas lacrimogeno. Dal maggio del 2008, l’uso di munizioni cariche ha comportato la perdita della vita da parte di cinque abitanti del villaggio. Oggi non è stato riferito che ci siano stati dei feriti.
 

AgainstWall
09.04.2010


Al Ma’asara

 Martedì notte, decine di soldati hanno invaso il villaggio di Ma’asara, minacciando di arrestare due membri del Comitato Popolare locale se ci fossero stati “dei problemi” durante la manifestazione settimanale. I soldati hanno reso noto che essi non si sarebbero preoccupati se i due, Hassan e Muhamad Baria, fossero stati essi stessi in un qualche modo responsabili dei presunti “problemi”. 

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Nonostante le minacce, venerdì sul mezzogiorno, circa 50 dimostranti hanno sfilato in corteo attraverso il villaggio in direzione delle terre che saranno presto rubate. Sulla strada principale del villaggio un equivalente numero di soldati era in attesa del corteo con del filo spinato ed ha impedito alla sfilata di proseguire. Coloro che manifestavano hanno lanciato slogan in arabo, inglese, ebraico e francese, contro l’occupazione e in commemorazione del 62° anniversario del massacro di Deir Yasin. 

Ad un certo punti i dimostranti hanno cercato di rimuovere il filo spinato, ma sono stati spinti indietro dai soldati. Come risposta, i dimostranti si sono seduti per terra, percotendo tamburi e cantando canzoni. Dopo circa un’ora di protesta, i manifestanti se ne sono tornati al villaggio, promettendo che sarebbero ritornati in un numero superiore la prossima settimana, in occasione della Giornata del Prigioniero. 

International Indymedia
08.04.2010

 

An Nabi Saleh

 Secondo uno degli organizzatori della manifestazione di Nabi Saleh, a mezzanotte di giovedì 8 aprile, dei soldati dell’IDF hanno fatto un’incursione nelle case di sei persone di Beit Reema perché avevano partecipato alla manifestazione di Nabi Saleh, le hanno portate in prigione e non le hanno ancora rilasciate fino ad ora.

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AgainstWall
09.04.2010

http://www.youtube.com/watch?v=W06IfCetT5E


An Nabi Saleh 

 Questa settimana, circa 80 abitanti di Nabi Saleh, insieme ad altri sostenitori palestinesi, internazionali ed israeliani, hanno partecipato alla manifestazione contro l’occupazione paralizzante, l’annessione della colonia di Halamish e la devastazione di una crescente quantità di terra e di risorse del villaggio. 
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Questo venerdì, si è visto ancora un ulteriore aumento della strategia criminale della punizione collettiva eseguita dall’esercito israeliano contro l’intero villaggio. La dimostrazione ha avuto inizio, come sempre, con un’invasione israeliana senza che ci fosse stata alcuna provocazione e con l’aggressione di un corteo pacifista, mentre i dimostranti avevano cominciato a sedersi per terra, per far capire la loro volontà di protestare in modo non-violento. Questa volta, l’esercito israeliano ha scelto di usare anche il suo cannone spargi liquido ammorbante “puzzola” direttamente e deliberatamente sulle case del villaggio, nei cortili e sulla via principale. Il mezzo che spruzzava il liquido è perfino ritornato indietro per fare rifornimento e proseguire poi con la sua tremenda sopraffazione. Come ha dichiarato uno degli abitanti del villaggio. “Loro non hanno preso di mira la resistenza, bensì la nostra vita.” Ci si aspetta che il liquido ammorbante resti e che diffonda  fetore nell’area per molti giorni a seguire. 

L’esercito israeliano ha utilizzato qualche volta un cannone installato su una jeep per sparare raffiche di barattoli di gas lacrimogeno, come pure per lanciare sull’intero villaggio dei canister singoli ad alta velocità e canister normali, e continuare a respingere i dimostranti all’interno dell’area edificata del villaggio. 

Ad un certo punto alcuni dimostranti si sono arrampicati sulla collina che sovrasta una delle sorgenti del villaggio, frequentata da coloni fomentatori, e come risultato l’esercito ha inviato una parte delle sue forze per allontanare i coloni dall’area. 

Per alcune ore i dimostranti si sono rifiutati di disperdersi e si sono raccolti  una volta ancora per protestare, con alcuni di loro che lanciavano pietre per respingere l’assalto dell’esercito, mentre altri che si contrapponevano pacificamente a soldati armati fino in cima alla testa, che si procuravano documentazioni o che si prendevano cura dei feriti causati dall’aggressione dell’esercito. 

 

International Indymedia

09.04.2010

http://www.youtube.com/watch?v=hRVbKnzSmhA

 

Sheikh Jarrah

                                           israelstopab

 Venerdì, un gruppo di persone che comprendeva artisti di rispetto, persone autorevoli ed ex-membri del Parlamento, si sono recati per manifestare la loro solidarietà alle famiglie palestinesi della comunità di Sheikh Jarrah. Sono entrati nel quartiere prima della manifestazione settimanale per evitare di essere bloccati al checkpoint di polizia che è stato realizzato proprio per le manifestazioni del venerdì. Essi hanno svolto una manifestazione all’interno del quartiere, ma non appena si sono avvicinati alla barricata della polizia, è stato richiesto loro di disperdersi. A questo punto, quattro dei loro organizzatori sono stati arrestati.

Dimostranti provenienti da zone esterne al quartiere hanno cercato di aggregarsi ai dimostranti che si trovavano nel quartiere recandosi, per tentare di entrare, fino alle barricate, a coppie. I dimostranti arrestati sono stati rilasciati poche ore dopo. 

 

PalestineSolidarityProject.org
10.04.2010

 

Beit Ummar (Khirbat Saffa)

 Nella protesta di Saffa, 11 persone arrestate, compresi due palestinesi del PSP (Palestinian Solidarity Project).

Questo pomeriggio un gruppo di all’incirca 50 agricoltori ed abitanti di Saffa hanno cercato di rimuovere una pietra e una struttura di cemento innalzata sulla loro terra dai coloni di Bat Ayn. I contadini erano accompagnati da membri del PSP, del Comitato Nazionale di Beit Ommar, da attivisti israeliani e da membri della stampa internazionale. 
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Una volta arrivati alla struttura, che era protetta da 3 jeep di soldati dell’esercito israeliano, i palestinesi avevano dato inizio alla demolizione delle struttura. I soldati avevano imposto ai contadini di allontanarsi dal luogo e di spostarsi entro un boschetto di alberi dove un certo numero di persone del gruppo si era seduto per terra e si era rifiutato di andarsene dai propri campi. Un gruppo di 6 soldati ha arrestato Mousa Abu Maria, coordinatore e cofondatore del PSP e membro del Comitato Nazionale di Beit Ummar, lo ha trascinato per 40 metri verso una jeep e poi l’ha buttato dentro. Younes  Arrar, un altro membro del Comitato Nazionale di Beit Ummar , e stato il successivo palestinese ad essere arrestato dai soldati israeliani. Vennero fatti ulteriori arresti di attivisti israeliani e di contadini del posto. Mohammad Awwad, il portavoce del Palestine Solidarity Project che stava riprendendo il comportamento aggressivo dei soldati, era stato trascinato a terra per il collo dove era rimasto sdraiato immobile e poi trascinato a forza in un’altra jeep. Complessivamente, durante l’intervento non-violento, erano stati arrestati 5 palestinesi e 6 israeliani – l’unica violenza che ha potuto essere evidenziata è quella che le forze israeliane  hanno praticato in modo sproporzionato contro i contadini. 

I soldati hanno sgombrato i giornalisti e la stampa dalla scena, cacciandoli con la forza ed impedendo loro di riprendere gli arresti. Granate assordanti sono state lanciate direttamente alla stampa e diverse dozzine di granate al gas lacrimogeno sono state sparate ai contadini e alla stampa mentre erano in ritirata verso Saffa. 

Aggiornamento: 

A partire da domenica notte tutti i dimostranti palestinesi sono stati rilasciati. Gli attivisti israeliani che erano stati arrestati sabato sono stati liberati lo stesso giorno.

 

Ta’ayush
10.04.2010

 Colline a sud di Hebron

 Rapporto dalle colline a sud di Hebron

 Come in ogni settimana dell’anno, il sabato mattina ci svegliamo alle 7:00 per opporci all’ingiustizia. Siamo un gruppo di circa 15 attivisti, prevalentemente israeliani ed alcuni internazionali, diretti da Ta’ayush, un’organizzazione arabo-ebraica che si oppone all’occupazione e che cerca di promuovere l’uguaglianza. 

Le colline a sud di Hebron sono una tra le regioni più difficili della West Bank. La maggioranza della popolazione nativa di quest’area è beduina, una minoranza nella società palestinese, per cominciare, e generalmente invisibile per le autorità di occupazione israeliane. 

Siamo arrivati, per prima cosa, in un luogo che è divenuto un centro di attenzione nelle ultime settimane – le terre di Umm Zaytouna, vicino al villaggio di Tuba (non è che le abbiate potuto conoscere, in quanto la strada indica solo il nome della colonia ebraica presente in questa zona – potremmo allora ritenerle invisibili?). La sfortuna di Tuba è data dai suoi vicini. A circa 1 chilometro a est e a nord sono situate due colonie israeliane – Ma’on e Carmel. Parleremo di Carmel più avanti. 
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In questo caso il racconto è abbastanza semplice. Tutto il territorio attorno a Ma’on è dato o da terre private palestinesi, o da “terreni dello stato”. Ciò sta ad indicare che i coloni non hanno alcun diritto di proprietà su di esse. Ma, naturalmente ciò non riguarda coloro la cui proprietà sulla terra è un dono divino. Costoro non vogliono che i palestinesi rovinino la vista. Ma gli abitanti di Tuba hanno bisogno di guadagnarsi da vivere e i loro pastori hanno bisogno di nutrire i loro greggi nei terreni. Quando lo fanno, vengono espulsi dall’esercito – di solito con grida, minacce e talvolta  prendendo perfino una capra in ostaggio (sì, è vero). Se i pastori chiedono il rispetto dei loro diritti  sulle loro proprietà, potrebbero venir incarcerati e maltrattati, nel migliore dei casi, o trattati male fisicamente, nel peggiore dei casi. Inutile dire che tutto ciò è illegale sia secondo il diritto internazionale ( la semplice esistenza di Ma’on), sia secondo le leggi dello stato di occupazione (che vietano la pastorizia). La corte suprema israeliana e il consulente legale hanno comunicato un’ordinanza all’esercito secondo la quale un’area può essere chiusa per i palestinesi solo se si può applicare una delle due condizioni: un’immediata minaccia nei confronti della sicurezza o un’immediata interazione negativa con i coloni. Ma nessuno di questi presupposti sussiste in questo caso. 

Questo è il caso in cui gli attivisti entrano in scena. Accompagniamo i pastori, richiediamo che i loro diritti vengano rispettati e ci confrontiamo con l’esercito o con la polizia nel caso in cui non lo siano. Lo scopo consiste nel permettere alle greggi di nutrirsi. 

Oggi, come al solito, per prima cosa abbiamo tenuto a bada l’esercito per quanto è stato possibile, per circa 10 minuti. Non appena hanno avuto inizio i rapporti verbali, alcuni di noi hanno cercato di spiegare ai soldati o alla polizia la situazione legale e morale ed hanno chiesto loro di dare sicurezza ai pastori o solo di andarsene. Tutto ciò aveva incontrato un rifiuto fermo ed indifferente. Subito dopo di ciò l’ufficiale ha letto “Questa è una zona militare chiusa, avete 10 minuti per andarvene o potrete essere arrestati”. Uno dei soldati ha puntato la sua arma contro l’attivista con maggiore esperienza, il meglio informato e capace di esprimersi, presente sul luogo. 10 minuti dopo nessuno di noi se ne era andato. La loro gerarchia tendente a riflettere ha chiesto di portare un nostro dirigente – quello che era indicato – e solo lui. Ciò, inoltre, comporterà per loro un lavoro d’ufficio alla stazione di polizia. Non c’è nulla che loro odino di più di un lavoro d’ufficio. 

Naturalmente, noi non abbiamo dei dirigenti ufficiali, ma per loro non ha la minima importanza. Tre soldati di 20 anni hanno cominciato con l’arrestare persone dell’età dei loro genitori. Tra di noi, in diversi, ci si teneva stretti fortemente l’uno all’altro per impedire l’arresto con l’opporre una resistenza passiva e si continuava a dire: “Se tu prendi lui, devi prendere tutti noi”. Altri documentavano quanto avveniva con videocamere. Alla fine 5 sono stati arrestati in solidarietà (“detenuti”) e sono stati portati alla stazione di polizia a Hebron. Là sono stati trattenuti per tre ore e più tardi hanno ricevuto ordini di costrizione. 

Gli altri hanno proseguito. Abbiamo interrotto la pausa di riposo per incontrare i beduini di Umm al-Kher. Questa gente viveva in quello che oggi è Israele, nei pressi di Arad. Nel 1948, si spostarono nella West Bank e, agli inizi degli anni ’70, si insediarono a Umma al-Kher. Nel 1981, Israele scelse le terre vicino ad Umm al-Kher come luogo ideale per costruire la colonia di Carmel. La recinzione della colonia è adiacente alle ultime baracche, abitazioni dei beduini di Umm al-Kher. Abbiamo già detto che i beduini palestinesi sono invisibili. dato che sono beduini, essi non possono dimostrare sempre la proprietà dei terreni. Ma, d’altro canto, essi non possono più essere dei nomadi, da quando hanno perduto la terra ed i tempi sono mutati. Ma se loro volessero modernizzarsi e costruire delle abitazioni permanenti nei loro villaggi, avrebbero bisogno di permessi edilizi rilasciati dalle autorità di occupazione. Tali permessi sono sempre stati negati loro. Ciò è dovuto ad una politica il cui obiettivo consiste nell’incoraggiarli ad andarsene nelle aree urbane. Alla fine, quelli che non hanno potuto o non hanno voluto partire, costruiscono illegalmente. Così quasi ogni singola tenda o baracca del villaggio ha pendente un ordine di demolizione, che potrebbe diventare esecutivo in un qualsiasi giorno. In precedenza, molte baracche e tende sono state distrutte in questo luogo. 

Più tardi abbiamo fatto visita a Otniel. Questa è un’altra colonia a 13 chilometri verso occidente. Abbiamo camminato tranquillamente dal villaggio vicino di Khirbat Karme, per scattare fotografie delle terre private palestinesi nei confronti delle quali è vietato l’accesso. Avevamo una piccola mappa, sulla quale è indicato se la terra è privata ed a chi appartiene. Le mappe mostrano chiaramente che tutte le terre attorno sono palestinesi, così come quelle delle aree sulle quali attualmente sono state costruite le palazzine della colonia. 

Dopo aver percorso circa metà della strada, abbiamo trovato compagnia. I coloni hanno armi e personale per la sicurezza. Ci hanno seguito mentre 15 dei loro amici coloni sono scesi a piedi con le loro armi automatiche M-16 cariche. Erano la squadra di emergenza – in quanto si occupavano di minacce relative alla sicurezza, nel caso in cui l’esercito fosse occupato o lontano. Questa autorità viene spesso usata in modo arbitrario e utilizzata per maltrattare o cacciare i palestinesi, piuttosto che per proteggere gli israeliani. Nel frattempo siamo passati oltre una torretta di osservazione solitaria dalla quale una donna soldato ci ha sorriso e chiesto “che cosa state facendo qua?” ed alla quale abbiamo risposto gentilmente con un “che cosa stai facendo TU qui?”. 

I coloni armati se ne stavano sulla nostra strada e ci hanno chiesto di identificarci. Perché dovremmo fornire le nostre identità? Non rappresentiamo alcuna minaccia per nessuno. Siamo tutti dei civili come lo sono anche loro. Solo che loro sono armati. Ci siamo rifiutati di fornire le identità per cui ci è stato negato l’accesso alla colonia. Così abbiamo deciso di sederci per riposare all’ombra di un oliveto, proprietà privata palestinese, nei pressi delle ultime villette della colonia. E’ stata una cosa imbarazzante starsene seduti con tutte quelle spina che stavano crescendo attorno a noi.

In questo posto, ai palestinesi viene negata la possibilità di estirpare le erbacce e di arare i loro campi, oltre a quella di poterli andare a vedere, ed è facile vedere/sentire la differenza. Nel frattempo l’esercito e la polizia si sono associate, tanto che 8 jeep sono arrivate da qui e da là, per salvare la giornata dalla nostra piccola visita di cortesia. Una volta ancora ci venne dichiarato che quella era una zona militare chiusa e che noi dovevamo andarcene. Sulla strada per uscire, i soldati hanno camminato con noi per essere sicuri che non si facesse qualcosa di strano. Per ricuperare gran parte del nostro tempo, io ed un amico abbiamo camminato lentamente e abbiamo raccontato ai soldati perché abbiamo fatto tutta la strada per venire fin qui. Abbiamo precisato loro la situazione legale dei territori e l’ingiustizia del posto. Abbiamo chiesto loro di cercare nei loro libri o su internet, quando fossero tornati a casa, ciò che riguarda la storia del conflitto. Abbiamo chiesto loro, inoltre, di domandare al loro comandante di grado più elevato, nella sua conferenza periodica,  gli interessi di chi loro stanno sostenendo con le loro operazioni. Alcuni sono stati in ascolto. Un giovale ed aggressivo ufficiale ha tentato di discutere, ma lentamente gli sono venuti a mancare gli argomenti quando sono stati confrontati con i fatti. Non sono un ingenuo. Ma voglio accertarmi che loro siano del tutto consci di ciò che stanno facendo. Molte volte loro non lo sono, o per lo meno dicono che, ed evitano di affrontare le conseguenze morali e legali dell’occupazione. 

Queste azioni possono sembrare eccessivamente laboriose, ma, al di là del tempo richiesto, sono efficaci. In altre situazioni, come avvenuto nei paraggi del villaggio di Mufakara, l’ostinazione si è dimostrata vittoriosa. Dove una volta era completamente impossibile radunarsi, dopo diversi interventi dello stesso tipo, oggi è possibile farlo senz’alcun disturbo. Le nostre speranze sono che, a Tuba, la perseveranza sortisca uguali risultati.

 

AgainstWall
11.04.2010

 Beit Jalla

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 Circa 50 – palestinesi, internazionali e una dozzina di israeliani – hanno sfilato cantando con bandiere e striscioni lungo la strada che porta al luogo ove viene costruito il muro dell’Apartheid a Beit Jalla. Dopo aver percorso un breve tratto di strada, siamo stati fermati da circa 20 soldati dell’IOF (Israeli Occupation Forces) e da un rotolo di filo spinato che bloccava il percorso. Si è cantato e si sono tenuti discorsi in arabo, in inglese ed in ebraico, a rammentare il massacro di Deir Yasin e l’erosione dei diritti dei palestinesi al movimento e alla libertà di accesso alle loro terre. Circa 20 operatori di vari mezzi di informazione hanno ripreso la scena. Dopo i discorsi ci siamo seduti sulla strada di fronte ai rotoli di filo spinato ed ai militari dello stato israeliano. Dopo un po’, la manifestazione si è conclusa pacificamente e i dimostranti si sono allontanati rapidamente dai soldati. 

(tradotto da mariano mingarelli)