Incursioni e ricatti a Bil'in

Friends of Freedom and Justice (FFJ)
13.04.2010

http://www.bilin-ffj.org/index.php?option=com_content&task=view&id=264&Itemid=1

 “Incursioni notturne a Bil’in! Ancora, di nuovo e un’altra volta ancora!”

 

Martedì, 13 aprile 2010, l’esercito israeliano ha fatto una volta ancora un’incursione a Bil’in. Approssimativamente all’una di notte, le forze armate israeliane sono entrate nel villaggio allo scopo di arrestare il 16-enne Khalil Ibrahim Yaseen che, in quel momento, non era dove avrebbe dovuto essere. Le forze armate israeliane si sono presentate alla sua famiglia con un ordine che intimava a Khalil di recarsi all’ufficio dello Shabak per essere interrogato. Essi dichiararono pure che Khalil sarebbe stato arrestato se non si fosse mostrato all’ufficio dello Shabak Solo due mesi prima, Khalil era stato rilasciato dalla prigione dopo aver scontato un mese per il suo impegno nella protesta non-violenta.

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Questa è la più recente incursione notturna avvenuta a Bil’in. Essa costituisce un tentativo di bloccare la protesta pacifica del villaggio contro l’occupazione e l’annessione delle sue terre. Nelle recenti settimane, le forze israeliane hanno arrestato pure bambini e dirigenti del comitato popolare del villaggio.
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 http://www.bilin-ffj.org/index.php?option=com_content&task=view&id=262&Itemid=1

 "Come lo Shabak usa i bambini palestinesi.”

 

Il mio nome è Yasser Awad Yasin. Ho 27 anni e provengo dal villaggio di Bil’in. Sono sposato ed ho due figli ed una figlia.

 Prima che l’esercito israeliano invadesse la mia casa, lo Shabak (Servizio di Sicurezza Israeliano) mi aveva chiamato al telefono per dirmi di recarmi al loro ufficio. Io non mi ci sono recato cosicché l’esercito ha raso al suolo la mia casa. Io stavo dormendo con mia moglie ed i bambini quando loro ci svegliarono del tutto. Chiesi loro che cosa stessero facendo perché io non avevo fatto nulla. Mi chiesero la mia carta di identità  e mi dissero di recarmi all’ufficio dello Shabak domani. Chiesi loro perché non mi arrestavano ora e allora i soldati mi dettero dei fogli con i quali mi si ordinava di andare per essere sottoposto ad interrogatorio. Quando mi ci recai, dapprima mi perquisirono e mi chiesero se avevo qualche arma con me. Dissi loro che avevo un pacco di cibo e loro me lo presero. Poi mi portarono dal capo dello Shabak che mi raccontò molte cose su di me e sulla mia famiglia per mettermi panico addosso e farmi credere che loro sapevano tutto. Mi raccontarono di sapere che io avevo un figlio che aveva dei problemi renali per cui “noi volevamo che tu venissi qui per aiutarti. Tu puoi mandarlo in un ospedale in Israele e ti assicuriamo che riceverà tutto l’aiuto di cui necessita. Capisco la tua situazione perché anch’io ho dei figli e voglio loro bene.” Quando sentii queste cose gli dissi di avere due figli ammalati, non uno. Allora lui mi domandò quali problemi avesse il secondo figlio e io gli dissi che aveva dei problemi al cuore. Così mi chiese in quale ospedale andava e io gli risposi a Ramallah. “Perché non lo mandi in un ospedale israeliano dove può ricevere un’assistenza migliore? Possiamo aiutarti a combinare la cosa.” Allora capii che lui avrebbe voluto qualcosa in cambio di questa proposta. Egli disse che noi possiamo fare qualcosa per te se tu ci aiuti e lavori con noi allo Shabak e io gli risposi che l’assistenza a Ramallah andava bene e non c’era bisogno che andasse in un ospedale israeliano. Allora replicò, per spaventarmi, che mio figlio potrebbe morire se non avesse ottenuto un trattamento migliore. Ma gli dissi, “Se egli muore sarà a causa delle vostre armi e del vostro gas di ogni venerdì. Io vivo vicino al muro e ogni venerdì dobbiamo lasciare la nostra casa per proteggere i bambini da queste cose, altrimenti potrebbero morire.” A questo punto cominciò in un modo diverso. Mi chiese se possedevo una casa e magari avevo bisogno di denaro. Gli risposi che avevo una casa ed un lavoro e non avevo bisogno di essere aiutato da nessuno. 

Dopo queste cose, egli ritornò ai problemi di mio figlio che aveva bisogno di assistenza in Israele perché lui sapeva che io là avevo un problema effettivo e questo era il miglior modo di fornire la mia cooperazione ed essere un informatore contro il mio stesso popolo. Mi chiese che cosa avrei fatto se essi si fossero rifiutati di fornirmi il permesso di attraversare il checkpoint per portare mio figlio in ospedale e io gli dissi che sua madre l’avrebbe accompagnato. “E che cosa faresti se noi ci rifiutassimo di darle un permesso?” .Gli replicai che ci sarebbe andata sua nonna. “Che cosa allora se lo rifiutassimo a sua nonna?” Gli dissi che l’avrei portato in Giordania. “E che cosa succederebbe se noi lo bloccassimo al confine?” Risposi allora “Lo porterò a Ramallah – e possa Dio aiutarci.” 

(tradotto da mariano mingarelli)