Testimonianze dalla Palestina

pace Conflitti e Violenza

anno VI, n.9, lug-dic 2009

 

Testimonianze dalla Palestina


”Primi passi o cambiamento di rotta?”

  di Paola Andrei

 

A Ottobre 2009 sono rientrata dal mio ultimo viaggio in Palestina. È vero, sono stati tolti alcuni dei numerosi check point presenti in territorio palestinese, check point che hanno segnato e che continuano a segnare una generazione in Medio-Oriente, check point che non servono a controllare i documenti ma a rendere impossibile la vita dei Palestinesi, che non servono a cercare chissà cosa, ma sembrano semplicemente assomigliare a ciò che viene definito come “violenza psicologica”, che, a mio parere, in questo contesto, non è altro che una diramazione che porta ad un terrorismo più ampio.

 

 

 

Il terrorismo è definito tale perché persegue l’obiettivo di incutere terrore, timore, di spaventare. È un atto di violenza che genera, in colui che lo vive, paura, ansia, depressione, fino a tutta una serie di sintomi che possono portare al “blocco” anche totale della persona. 

Non sono anche i sintomi generati da una violenza psicologica? Che se si vuole è un tipo di violenza, rispetto a quella fisica, anche più sottile, ma di certo non meno dannosa. Forse vi chiederete che cosa c’entra la violenza psicologica con i check point. Non è forse una violenza psicologica porre la persona di fronte al fatto che a decidere non è essa stessa ma altre persone travestite da militari, con tanto di mitra in spalla, che ammettono, nel migliore dei casi, o negano, nel peggiore, i suoi movimenti? Come se quello che le accade non dipendesse da lei ma da altri. Non sono forse “bloccati” nella mente e nel fisico tutti quei palestinesi che, per vari motivi, si ritrovano in fila davanti ai check point? 

Blocco e indifferenza nel terrore. 

A proposito di terrorismo, mi viene in mente un episodio. L’anno scorso mi trovavo a casa di una signora che vive in West Bank, a Nablus. Stavamo aspettando che fosse pronta la cena e intanto ci intrattenevamo in chiacchiere nel salotto. Un salotto dove non mancano certo i divani, un salotto accogliente e confortevole, adatto a persone che ricercano solo la tranquillità della conversazione. Dietro ai divani una grande vetrata che si affaccia sulla città. Questa signora era seduta sulla poltrona davanti a me al telefono con una sua parente, mentre io parlavo con alcune delle persone presenti, quando ad un tratto si sente un boato immenso. Intenta nel cercare di tradurre in inglese quello che stavo pensando, smetto di parlare,

mi blocco, il sangue mi si gela nel corpo, il cuore comincia a battere all’impazzata. Ho il terrore di girarmi per vedere cosa può essere accaduto alla città e sulla città. Persa, confusa, in ansia, ritorno col corpo all’interno del salotto e con gli occhi cerco lo sguardo delle persone. Si fermano sulla padrona di casa, che con indifferenza continua a parlare al telefono e fa un gesto con la mano a dire: tranquilla, non c’è problema. Solo dopo sono venuta a conoscenza del fatto che il boato non era “altro” che una “bomba sonora” lanciata dall’IDF. 

Tutt’ora mi chiedo quale sia stato e continua ad essere l’obiettivo di questo lancio. Forse chi ha compiuto un simile gesto avrebbe potuto considerare che alcune delle reazioni possibili alla bomba sonora sarebbero potute essere lo sgomento, la confusione, la paura, il terrore. Qualcuno probabilmente definirebbe questo atto come un atto di terrorismo psicologico, forse più sottile del lancio di un razzo ma sicuramente non meno dannoso per l’animo e la mente delle persone coinvolte. 

È vero, la signora ha avuto una reazione di tutt’altro tipo, e probabilmente anch’io in futuro, a fronte della stessa esperienza, potrei ormai essere indifferente, ma i bambini? Possono provare indifferenza di fronte a questo?

Il giorno dopo ho saputo che la nipotina di un ragazzo che conosco, appena lui è entrato a casa, gli si è precipitata incontro abbracciandolo, chiedendogli se anche lui aveva sentito quello che era successo il giorno prima. Forse lei, a 12 anni, non è rimasta poi così indifferente. 

L’eliminazione dei check point 

L’eliminazione di questi check point è vero che rende più semplice il collegamento tra una città e l’altra della Cisgiordania; è vero che elimina le file lunghe ed estenuanti formate dai Palestinesi; è vero che permette di non avere più orari per percorrere il tragitto al contrario (non c’è il check point che chiude); ma è altrettanto vero che le colonie israeliane, definite illegali da alcuni, sono ancora lì, a fare da cornice a quello che rimane della Palestina, di una Palestina che libera e indipendente da 60 ad oggi non è mai stata. 

Non è difficile riconoscere le colonie israeliane, la verde e ricca vegetazione che le compone sono il segnale che non si tratta di una città palestinese, ma solo di una parte di essa, abitata però non da Palestinesi, bensì da Israeliani e, con una nota di sdegno associabile solo all’argomento che sto trattando, aggiungo: in territorio palestinese. Le colonie, i cui abitanti non solo vengono protetti dall’esercito armato israeliano, ma viaggiano anch’essi armati, quasi a sostituire quei soldati che prima si trovavano a quei check point che oggi sono stati eliminati. Mi chiedo che direzione possa prendere un cambiamento di questo tipo. Inoltre i ragazzi palestinesi che vivono in prossimità delle colonie e che, in segno di protesta lanciano pietre ai giovani coloni israeliani, sono soggetti al codice militare. Mentre i giovani coloni israeliani rispondono dei loro atti al codice civile e penale, che non si applica ai bambini di età inferiore ai dodici anni; atti che includono non solo insulti e aggressioni verbali ma anche fisiche nei confronti dei giovani Palestinesi. 

Qualcuno sosterrà che l’eliminazione di questi check point potrebbe essere comunque letta come un segnale positivo, come uno di quei passi indispensabili per poter avviare quel tanto desiderato “processo di pace” che ormai sembra solo fare da sfondo a questa lunga e tortuosa storia del conflitto israelo-palestinese. 

Ma positivo perché? Perché come dicevo prima i Palestinesi possono finalmente evitare le lunghe e stancanti file ai check point per recarsi nelle città o nei villaggi vicini? Ammesso che si trovino comunque dalla parte al di qua del muro di separazione. Perché possono recarsi con più facilità al lavoro, a scuola, alle università e magari anche negli ospedali? Forse, ma c’è da dire che comunque non è tutto rose e fiori. Non tutti i check point sono stati eliminati e l’occupazione militare è ancora lì, autoritaria e imponente, incapace di rispettare quei confini che permetterebbero la creazione di uno stato palestinese libero e indipendente, che è davvero parte della base da cui iniziare per dare avvio a quel “processo di pace” di cui tanto si parla. Possiamo togliere tutti i check point presenti in territorio palestinese, dopo di che, se i confini non vengono rispettati e se non si pone fine all’occupazione israeliana, che come tutte le occupazioni militari è un occupazione ingiusta, personalmente non ci vedo niente di positivo e di costruttivo. 

Le colonie israeliane. Un problema di immigrazione? 

Tornando alle colonie israeliane c’è chi ne chiede il congelamento, aspetto che “sembra tanto ossessionare il Governo israeliano che accusa la comunità internazionale di interesse eccessivo al caso degli insediamenti, rischiando di perdere di vista altre questioni attualmente più importanti, come la Corea del Nord o l’Iran”; ma ammesso che un interesse debba escluderne un altro, perché non è possibile considerarli entrambi o almeno, perché non ci si dovrebbe interessare anche a questo aspetto?

Capisco che per alcuni possa essere comprensibilmente scomodo farlo, ma se il vero obiettivo è quello di delineare dei confini, che peraltro già esistono, per far si che due stati possano “co-esistere”, allora anche l’argomento delle colonie dovrebbe essere preso in considerazione, e anche molto seriamente. 

Forse non si tratta di eliminare le colonie che già esistono, ma almeno di smettere di costruirne altre, quanto meno in territorio palestinese. Qualcuno ha paragonato i coloni Israeliani o Ebrei a degli immigrati, rimproverando” parte degli Italiani che vengono definiti di sinistra di non prestare la stessa attenzione e considerazione a questi immigrati al pari degli immigrati che sono in Italia. 

Non è una considerazione assurda o priva di significato, anzi, ma mi pone dei dubbi. Il primo è che non capisco perché questi immigrati (Ebrei) diventino automaticamente cittadini di Israele solo per il fatto di essere Ebrei e non possano avere un loro spazio, che peraltro spetta loro di diritto, all’ interno del loro stato di Israele, ma ci si debba prendere la briga di costruire loro appositamente delle abitazioni, che nel farlo non ci sarebbe nemmeno nulla di male, se non che queste abitazioni per gli immigrati Ebrei vengono costruite in territorio palestinese.

Cos’è? In Israele manca lo spazio per loro? E poi, le abitazioni, che sono in territorio palestinese, non potrebbero essere destinate ai profughi Palestinesi, che anch’essi a loro volta, sono divenuti immigrati in altri paesi? Una volta che ci sarebbe una soluzione al problema immigrazione ci si va a complicare la vita!

Trovo invece interessante il fatto che a Gerusalemme, che viene considerata a tutti gli effetti parte dello Stato d’Israele, a differenza della West Bank che si trova sotto regime militare e viene considerata Territorio Occupato, gli Ebrei che arrivano da tutte le parti del mondo, anche se non conoscono una parola di ebraico, diventano automaticamente cittadini israeliani di Gerusalemme, mentre ai Palestinesi spetta lo status di residenti e continuano ad essere tali perché non sono Ebrei. Allora il punto è, se vengono costruite in territorio palestinese occupato militarmente dal Governo israeliano delle abitazioni per gli Ebrei nel mondo, i quali sono automaticamente considerati cittadini di Israele, mi si presenta un altro elemento di dubbio: ma i Palestinesi non erano tutti pericolosi terroristi? Allora perché mettere a rischio la vita di queste persone che già è appesantita dal fatto di essere immigrati? Deve essere per questo che i coloni possono tranquillamente viaggiare armati per le strade pur essendo dei civili. Altro dubbio. Seguendo l’esempio sopra di Gerusalemme, perché i coloni che abitano negli insediamenti in territorio palestinese sono comunque cittadini di Israele e non Ebrei residenti in Palestina? Forse perché manca uno stato palestinese? O perché altro, mi chiedo. Perché esistono gli arabi-israeliani che vivono in Israele e non gli israeliani-arabi, in questo caso sarebbe più corretto dire: israeliani-palestinesi? Forse perché essere israeliani-palestinesi potrebbe in qualche modo corrispondere ad essere come gli arabi-israeliani, cioè senza diritti, o quanto meno a non godere degli stessi diritti di cui godono i cittadini ebrei israeliani di Israele? Forse allora è semplicemente una forma di tutela che il governo israeliano mette in atto nei confronti dei propri cittadini. Perché altro potrebbe essere altrimenti?  

Tra l’altro mi sento di sottolineare una differenza, gli arabi-israeliani non sono immigrati, loro non ci sono proprio “arrivati” in Israele, ma temo che ci siano sempre stati.  

Le legge dell’esercito 

A proposito di check point, mi viene in mente quello che si trova all’ingresso di Betlemme. Non è tra quelli eliminati e per le dimensioni che presenta sembra essere una città e per i “residenti” una caserma. Un signore di Betlemme mi racconta che sono anni che non può uscire da Betlemme, se non tentando di fare una lunga trafila per chiedere un permesso che nel maggiore dei casi non viene rilasciato, e senza una motivazione, se non quella che bisogna solo rispettare la legge. E la legge che gestisce l’ingresso e l’uscita è rappresentata dall’esercito israeliano. 

Detto questo mi chiedo se l’eliminazione di questi check point permetta una ripresa dell’economia palestinese, o se anche questo aspetto sia incluso in quelli non degni di interesse. Herbon, una città che si trova al sud della West Bank, una città di una bellezza che ti fa perdere il fiato, tra le più belle città che abbia mai visto, oggi sembra una città fantasma. Chiudendo gli occhi, all’ingresso della città vecchia, immaginavo come doveva essere stata questa città negli anni passati. Immaginavo il rumore nella città, dei commercianti che vendevano le loro merci, degli artigiani che le lavoravano nelle loro botteghe, botteghe che assomigliano a cave nella roccia, una roccia così solida e spessa che nonostante tutto continua a resistere negli anni, continua a resistere nonostante i numerosi bombardamenti, nonostante l’occupazione. 

Un’occupazione intenta giorno dopo giorno a cancellare la memoria di un passato. Immaginavo i bambini che si rincorrevano con la faccia di chi ha compiuto una marachella; immaginavo le donne fare la spesa nella città, di fretta, scambiandosi saluti e occhiate veloci; immaginavo vecchi carri trainati da asini, anch’essi vecchi, carichi di frutta e verdura, guidati da vecchi contadini imbacuccati con abiti che sembrano coperte di lana. Immaginavo anche qualche turista, curioso e incantato dalla cordialità degli abitanti. Immaginavo anche donne che con una cura attenta e quasi materna, mostravano le loro creazioni, formate per la maggior parte da ricami tipici del luogo, mostrarle nella speranza che quei turisti ne acquistassero un pezzo, quasi come un gesto che potesse premiare la fatica di quel lavoro fatto a mano. Immaginavo una città, la cui vita non dovrebbe essere troppo diversa dalla vita di ogni altra città. E poi, il triste ritorno alla dura realtà. Le vie della città sono vuote, i negozi tutti chiusi tranne alcuni gestiti dai più “resistenti”, e quelli aperti ormai vendono qualsiasi cosa, quasi a sottolineare l’assenza di quella ormai lontana possibilità di poter scegliere e di potersi auto-determinare. I negozi che occupano il piano inferiore della città sono ormai chiusi per legge da quando i coloni vivono nella zona. Improvvisamente sono stati chiusi dall’oggi al domani, con tutta la mercanzia dentro e senza la possibilità di recuperarla per motivi di sicurezza. Sulle saracinesche abbassate sono dipinte grandi stelle di David, che in modo quasi automatico richiamano alla mente immagini di un passato non troppo lontano, ma con un significato ribaltato. Questo simbolo, che come tutti sappiamo veniva utilizzato durante la seconda guerra mondiale per individuare e discriminare chi era di “razza” ebraica, oggi, ad Hebron come in altre città della Palestina, viene usato proprio da chi prima lo subiva.

Mi chiedo quale sia oggi il significato associato all’atto di disegnare tale simbolo, non certo quello di discriminare gli Ebrei nella stessa ottica di quel periodo, ma forse per ricordare la loro presenza, forse “vittoriosa”, con l’intento di segnalare che quella zona è stata da essi conquistata. Oggi ad Hebron i bambini non corrono più, tranne i più temerari, che sono anche quelli più piccoli di età, e per questo anche quelli da meno tempo esposti a quel trauma continuo che io chiamo occupazione; ma ti guardano impauriti, con l’aria di chi si aspetta che tu possa fare loro del male; qualche adolescente insistente che vuole per forza che gli si compri qualche gingillo di quelli che tiene in mano, e che alla fine, se non lo fai, come nel mio caso, ti rimprovera di essere menefreghista e di non fare niente per la “sua” Palestina. Sarebbe bello se per fare qualcosa per la Palestina bastasse davvero comprare uno di quei gingilli. 

Le donne invece continuano a passare in fretta, ma a testa bassa, come se stessero facendo qualcosa di proibito o di pericoloso. E infine le donne dei ricami sono ancora lì, come ogni anno, sempre più stanche e sfiduciate, quasi come se non facesse ormai più differenza se compri o no; l’artigianato locale palestinese sembra morto, come giorno dopo giorno muore la vita di questa donna che, molto coraggiosamente, porta in grembo un bambino che nascerà a dicembre, una donna per la quale non ha più senso creare qualcosa con le proprie mani. 

Che senso ha creare pezzi, metterci impegno, fatica, manodopera, materiale, se tanto poi questi pezzi non saranno acquistati? Ora è vero che a volte le cose si fanno solo per il piacere di farle senza prestare attenzione ai vari risvolti, ma forse questa donna deve anche vivere, deve campare, e non è proprio un risvolto che in questa città, dilaniata dall’occupazione, si possa non considerare. Forse anche questa donna dovrebbe avere la possibilità di investire le proprie risorse economiche, ma nel suo caso, farlo, sarebbe come investire su un cavallo dato come perdente. 

Proseguendo all’interno della città vecchia, non è difficile accorgersi che i soldati israeliani, oltre a presenziare sopra la città, si trovano anche tutto intorno ad essa, e dove non ci sono loro ci sono i coloni; ad Hebron infatti gli insediamenti non si trovano solo nel circondario, ma anche al suo interno, nel centro storico; le uscite della città vecchia di Hebron sono tutte sbarrate, chiuse, persino quella che porta alla Moschea di Ibrhaim, chiusa con una porta metallica girevole a cui segue una postazione con tre o quattro giovanissimi soldati. È possibile visitare ancora questa Moschea, nemmeno tra le più belle secondo me, ma il punto non è questo, il punto è che anche se è aperta è possibile accedervi solo a discrezione dei soldati di turno. L’anno scorso ho dovuto aspettare 3 giorni prima di poterla vedere, quest’anno fortunatamente solo un giorno, dopo tre tentativi. Non vorrei che il mio sembrasse un accanimento a visitare la Moschea, è solo che quest’anno la mia compagna di viaggio non l’aveva mai visitata e ci teneva a farlo. A proposito della mia compagna di viaggio, ricordo con piacere una nostra conversazione nella hall dell’albergo in cui alloggiavamo ad Hebron, o come la chiamano i Palestinesi. 

Al-Khalil, la città più antica della Palestina e luogo sacro sia per gli Ebrei che per i Musulmani. La mia compagna di viaggio mi esponeva i suoi dubbi rispetto ad una sua “difficoltà” a prendere con chiarezza e decisione “una parte” rispetto a questo “conflitto” tra Israeliani e Palestinesi, difficoltà che nella mia esperienza riscontro in numerose altre persone, difficoltà attraverso la quale anche io ci sono passata, considerando non solo la complessità di questo conflitto ma anche la storia del popolo ebraico. Sosteneva che per lei non è così semplice e scontato essere “a favore” dei Palestinesi, pur comprendendo la loro tragedia, poiché farlo implica “scontrarsi” con un passo successivo che è la considerazione e il ricordo di quello che è accaduto agli Ebrei, come se in un certo senso essere solidali con la causa palestinese fosse in qualche modo un togliere qualcosa alla memoria del popolo ebraico. La capisco perfettamente, è un ragionamento che trovo non solo logico ma anche sostenuto da umanità e rispetto per persone e fatti che non dovremmo mai dimenticare. Ma forse il punto non è prendere una parte, non è un aderire a quel luogo comune tale per cui se sei “pro o filo Palestinese” sei automaticamente “contro gli Ebrei”, o “contro l’esistenza dello stato di Israele”; forse una scelta di questo tipo non implica un movimento contro qualcuno  o qualcosa, ma semplicemente un movimento a favore di qualcun altro o qualcos’altro, forse non è una “lotta contro” ma una “lotta per…”. 

Riferimenti bibliografici: 

Shahak, I. Storia ebraica e giudaismo: il peso di tre millenni, Centro Librario Sodalitium, Torino 1997. 

Paola Andrei è psicologa ed è membro dell’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, di Firenze. All’interno dell’associazione cura e organizza eventi ed iniziative sociali e culturali, al fine di promuovere la cultura del popolo palestinese e la storia della Palestina, in particolare attraverso le storie e le narrazioni dei palestinesi.

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