Come sarà la prossima rivolta palestinese?

Haaretz.com

07.03.2010

http://www.haaretz.com/hasen/spages/1153557.html

 “Come sarà la prossima rivolta palestinese?”

  di Amira Hass

 A giudicare dagli articoli scritti da israeliani e da palestinesi, il sentore di una prossima intifada si sente già nell’aria. Ne prevedono l’arrivo e i più precisi sanno che sarà “popolare”. Bil’in e Na’alin sono percepiti come relativi modelli.

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Alcuni palestinesi suppongono che possa irrompere a Gerusalemme. Lì, lo scontro costante tra un primo mondo che vive di espropriazione e un mondo afflitto dalla povertà è palpabile, e la presenza di un regime discriminatorio è particolarmente violenta a causa della quotidiana interazione di questi due mondi. A Gerusalemme, contrariamente a quanto avviene nell’enclave di Ramallah, è impossibile dare una parvenza di normalità. 

Gerusalemme o Bil’in quale che sia, la sfida suprema che dovranno affrontare gli iniziatori della prossima rivolta, se per l’appunto eromperà, sarà quella di prevenire una sua discesa nella così detta lotta armata, la quale inevitabilmente escluderebbe l’opinione pubblica dalle piazze e dall’impegno nella lotta. La militarizzazione della seconda intifada aveva portato a gravi disastri - personali, collettivi e geo-politici. Lontano dalla portata dei microfoni molti sono disposti ad ammetterlo ma diversi fattori impediscono tuttora che ci sia un dibattito aperto a proposito. Per anni la teoria dell’utilizzo della lotta armata, fino alla liberazione e la conquista dell’indipendenza, fu considerata sacra. Tante persone si sentono a disagio a dover criticare pubblicamente la militarizzazione, come se potessero in qualche modo disonorare i morti, i feriti, i prigionieri e le loro famiglie. 

Il movimento di Hamas non solo ha rivendicato la parola “resistenza” - muqawama - ma è anche riuscito ad imporre il convincimento che la sua lotta armata sia stata efficace. Secondo questa visione degli eventi, la resistenza è riuscita ad impedire che l’Autorità palestinese e l’OLP si arrendessero alle imposizioni israeliane nel corso degli anni ’90. Inoltre, sempre secondo questa visione, la stessa resistenza ha costretto l’occupazione israeliana ad uscire dalla Striscia di Gaza (e che presto verrà il turno di Gerusalemme e Ashkelon), e ha impedito la rioccupazione della Striscia di Gaza nel 2009. 

La verità è che gli attacchi suicidi sui civili ha dato ad Israele un’occasione d’oro per mettere in atto piani, che erano sempre esistiti, di confiscare sempre più terra palestinese, utilizzando la scusa della “sicurezza”. L’impiego delle armi non ha fermato l’espansione coloniale degli insediamenti ebraici. Piuttosto è vero il contrario. L’uso delle armi ha solo accelerato il processo che Israele iniziò nel 1991: scollegare la Striscia di Gaza dalla West Bank. 

Ad una conferenza accademica, svoltasi a Ramallah due settimane fa, concernente l’agenda politica di Hamas, un membro senior del movimento espresse l’orgoglio circa quello che egli chiamò il successo della resistenza nel destabilizzare il corso normale di vita in Israele. Seguendo simili filoni di propaganda, Hamas riuscì nel passato a “vendere” al suo pubblico la “efficacia” dei suoi attacchi suicidi e del lancio dei razzi Qassam. 

Ma Israele ha dimostrato che sa molto bene come sfruttare gli armamenti primitivi dei palestinesi allo scopo di sviluppare e ammodernare la sua sofisticata industria della sicurezza, un’importante settore specialistico d’esportazione e una risorsa nella politica internazionale. Questo collegamento è assente da ciò che è permesso dire nel discorso pubblico sulla “lotta armata”. 

Un libero confronto aprirebbe una scatola di Pandora nel movimento di Fatah, in quanto provocherebbe la domanda sul perché i suoi capi incoraggiarono l’uso delle armi (“è come sparare al cielo”, così l’ha descritto un esponente dissenziente di Fatah con alle spalle un’esperienza militare). Una spiegazione - ma non è l’unica - è che nelle prime dimostrazioni popolari del settembre ed ottobre 2000, Yasser Arafat e i suoi uomini sentirono la chiara critica rivolta al governo ANP e a Fatah. Per mettere a tacere questa critica e sviarla hanno permesso per così dire ai giovani uomini di giocare di fronte a loro - come re Davide e il suo popolo nel secondo libro di Samuele (2:14). E molti di questi giovani uomini hanno giocato con le armi per ottenere un status sociale ed economico nel movimento e nell’ANP. Quando gli uomini di Fatah oggi osano rinunciare alla sacralità della lotta armata, la percezione collettiva della loro reputazione come corrotta va a minare la fede delle persone nei loro argomenti, anche se quei argomenti sono logici. 

Un’altra sfida che si offre agli iniziatori della rivolta popolare, se si scatenerà, è per l’appunto una sfida che la stessa società israeliana dovrà affrontare. Essa seguirà ancora una volta la strada del racconto dell’IDF (esercito israeliano) e dei politici (“sono i palestinesi ad attaccarci”, “terrore”) e così permettendogli, come nelle due intifada precedenti, di sopprimere la rivolta usando mezzi sproporzionati e letali? Questi sono i mezzi letali che negli occhi dei palestinesi hanno permesso di raffigurare il potere israeliano come una serie di atti sanguinari dal 1948 sino ai giorni nostri. 

Israele ancora una volta creerà dei mezzi di repressione logistici e burocratici anziché ascoltare il messaggio politico: La normalità non sarà possibile per Israele fin quando continua a perpetrare la catena di spoliazione iniziatasi nel 1948?