A un passo dalla Striscia di Gaza

TerraNews.it
07.01.2010

http://www.terranews.it/sos-territorio/2010/01/edicola-arrivati-un-passo-dalla-striscia

“A un passo dal confine”

Annalena Di Giovanni  

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Si va a passo d'uomo, e per poco l'ambulanza non tampona il veicolo davanti, un minivan donato dall'associazione per i diritti umani turca. “Dev'essersi addormentato anche il guidatore, là davanti. Siamo un po' stanchi, infondo”, spiega Rashid, di turno al volante. “tenetevi forte e state attenti là dietro, dovesse volarvi addosso qualche scatola”. E in effetti l'interno dell'ambulanza, una delle 15 che il Convoglio Viva Palestina porta in dono alla gente di Gaza, è zeppo di oggetti che cadono da ogni direzione – scatole di medicinali donate dalla Siria, pacchi di maglioni arrivati dal Qatar, pentole e pentoloni per cucinare durante il viaggio, confezioni di biscotti, un paio di barelle, carica batterie di ogni marca, bottiglie d'acqua, e cellulari che i quattro volontari a bordo si passano l'un l'altro per chiamare tutti i numeri che conoscono a Gaza e avvertire: “Stiamo arrivando”.

Fra le scatole, Ahmad ribalza ad ogni buca, schiva le derrate che gli arrivano addosso, e si riaddormenta. Viene da una nottata particolarmente lunga, lui. Cominciata martedì sera, quando il convoglio Viva Palestina, composto 198 veicoli di aiuti partiti un mese fa dal Regno Unito e da 580 volontari venuti da tutto il mondo, condotti dal parlamentare britannico George Galloway e protetti dall'interessamento diretto del governo turco, dopo aver attraccato nel porto egiziano di El Arish, si è ritrovato aggredito dai soldati egiziani dopo aver chiesto di poter finalmente entrare a Gaza.

Ahmad, affetto da sindrome spastica, non era riuscito a correre abbastanza in fretta e si era ritrovato sotto i manganelli della polizia, per poi venir portato in centrale insieme ad altri sei e malmenato per quindici ore senza accesso a cibo o servizi igienici.

Ora però è passata anche questa brutta storia. Ahmad se la lascia alle spalle, lungo la scia che lascia la fila chilometrica di camion e minivan decorati con i colori della bandiera palestinese.
 

Terra lascia il convoglio Viva Palestina a un metro dalla Striscia di Gaza. Ancora una volta dopo una settimana di tentativi di raggiungere il convoglio, le ferree restrizioni egiziane ci vietano di proseguire oltre.

Dall'altro lato la gente scende dai veicoli sbandierando la kefiyya, subito portata in spalla dai palestinesi in attesa, mentre Galloway improvvisa un discorso in mezzo ai canti e alla festa. Viva Palestina ce l'ha fatta. Fino all'ultimo, sembrava impossibile. Il prossimo convoglio, dicono già i volontari, sarà più grande, e romperà l'assedio per portare a Gaza il cemento – proibito dall'Egitto - necessario a ricostruire le case di chi vive ancora in tenda dopo i bombardamenti israeliani dell'anno scorso.

Domani, finita la festa, consegnate le derrate, i volontari del convoglio andranno a porgere le loro condoglianze alle famiglie dei due palestinesi uccisi durante gli scontri di Rafah, al confine, contro l'esercito egiziano.

Si erano uniti alla protesta contro l'aggressione al convoglio Viva Palestina, per chiedere che – dopo dieci giorni di rinvii – le autorità egiziane lasciassero passare gli aiuti. Invece non sono riusciti ad assistere al momento dell'ingresso dei duecento camion della solidarietà, e sono morti senza un nome e senza menzione da parte delle agenzie di stampa; l'ennesimo simbolo, se ce ne fosse ancora bisogno, del muro di silenzio sull'assedio contro la gente di Gaza.

Intorno al piazzale del confine, migliaia di palestinesi sperano ancora nel proprio turno per riuscire a uscire dalla Striscia qualche giorno – quanto basta per ricordarsi che cosa significa una vita normale, senza embarghi o proibizioni. Aspettano ammassati a centinaia, chi legge, chi dorme per terra, le donne soprattutto, accovacciate contro il muro contro i bambini in collo, nel salone della dogana egiziana. Presto i cancelli chiuderanno, e per loro se ne riparlerà fra settimane se non fra mesi, mentre la stampa egiziana già annuncia di aver permesso il passaggio a “ben” 2600 nominativi in questi 3 giorni.

Qweva alza la testa dal cuscino, per salutare, subito trattenuta da un cameraman che le chiede una dichiarazione. “credo che questo convoglio, e quello che abbiamo passato, sia un simbolo di che cosa significhi l'assedio contro i civili che vivono nella Striscia.

Un crimine di guerra di cui anche l'Egitto, finché manterrà chiusi i confini, si rende complice. Ma adesso dobbiamo andare, è il nostro turno. Scusate, ma la gente di Gaza non deve più attendere il nostro convoglio.
La gente di Gaza ci merita”.
    

“La polizia egiziana va all’assalto del convoglio umanitario.” 
 
di Annalena Di Giovanni

Un assedio è un assedio è un assedio. Non ha tempo e non ha voce. E non è soltanto morire senza medicine al buio di una tenda, che un tempo era la tua casa, sperando che questa settimana aprano il confine per farti avere il tuo sacco di farina. Che poi è la misura della dignità a cui hanno ridotto la tua vita, le tue aspirazioni e i tuoi affetti.

Un assedio vuol dire anche 55 feriti e sette arresti. È stata questa l’accoglienza egiziana per il convoglio “Viva Palestina”: 198 veicoli e 580 volontari che con le migliori intenzioni erano partiti dall’Inghilterra oltre un mese fa, carichi di medicine, sedie a rotelle, libri scolastici, giocattoli e vestiti. Forse perché non basta ridurre un uomo a una vittima in attesa di aiuti: bisogna anche negarglieli, poi, gli aiuti. E così il convoglio arrivato in Egitto grazie solo all’intercessione turca, è stato attaccato ieri mentre aspettava il permesso di poter uscire dal porto.

Da El Arish doveva coprire gli ultimi 40 km verso Gaza. I volontari si sono ritrovati in trappola tra le sassaiole dei locali e le cariche della polizia. Chiedevano solo di andare a Gaza. I feriti non hanno avuto neanche diritto ad andare in ospedale. In sette si sono ritrovati al posto di polizia, malmenati tutta la notte. Tutto questo mentre alla stampa straniera, anche a Terra, veniva impedito di raggiungerli per poter testimoniare quello che stava accadendo.

Un assedio è restare a guardare, impotenti, mentre i fratelli arabi ti innalzano un muro di ferro davanti. Tanto per eliminare il problema, una volta per tutte. Un muro che spacca la terra e scende giù a decine di metri di profondità per tappare, uno dopo l’altro, tutti i tunnel clandestini dai quali passavano armi, ma anche libri, vestiti, medicine, sigarette, bestiame e tutto ciò che l’assedio ti toglie. Perché l’assedio ti riduce a una talpa, quando, per citare le parole di un ministro egiziano, Israele ti spinge a scappare sottoterra via da Gaza. E se contro blocco di Viva Palestina tiri sassi, come è successo ieri, allora l’assedio ti spara contro. Come hanno fatto i soldati egiziani contro i palestinesi, uccidendone due, con un tale impegno che persino una delle loro reclute è finita uccisa dal fuoco amico.

È passata una settimana dalla marcia dei 1.400 pacifisti arrivati da tutto il mondo in Egitto per entrare a Gaza e chiedere la fine dell’assedio. Una marcia che il Cairo ha proibito all’ultimo minuto e che si è ridotta a una manifestazione, il 31 dicembre, di fronte al museo egiziano. L’intenzione era di fare eco alle altre due manifestazioni che si tenevano, contemporaneamente, una a Gaza e l’altra in Israele. Ma la manifestazione al Cairo è stata subito caricata dalla polizia. Negli stessi giorni Benjamin Netanyahu, in fuga dall’ennesima crisi della sua coalizione, è corso ad abbracciare il presidente Hosni Mubarak. Il primo capo di governo israeliano arrivato fino al Cairo dai tempi del fallimento del processo di pace di Oslo. Una conferma che il sodalizio israelo-egiziano è più forte che mai, e che l’assedio su Gaza andrà avanti.

Sul fronte interno palestinese le cose non vanno meglio: Al Fatah e Hamas, la prima in controllo della Cisgiordania, la seconda in controllo della Striscia, non riescono neanche a mettersi d’accordo sul luogo in cui incontrarsi. Un giorno è Sharm el Sheik, il giorno dopo è Damasco. E non muovono un passo neanche le trattative tra Israele e Hamas per il rilascio del soldato Gilad Shalit rapito nel 2006.

Un assedio è difficile da raccontare, quando segui un convoglio che è disposto a farsi sparare contro, al confine con Rafah, cercando di raggiungere Gaza. Un assedio non indigna come una guerra. Non fa notizia quanto una catastrofe naturale. Ma è peggio. Ci abitua all’idea che l’uomo può valere meno di un nemico, meno di una vittima, meno di un sacco di farina. E anche meno di una talpa.
E anche per oggi l’assedio di Gaza ci fa tutti meno umani.

Qweva appoggia il cuscino sul cruscotto e si addormenta a dieci chilometri dalla meta, mentre l'ambulanza prosegue illuminando coi fari l'autostrada lungo il deserto, e nel buio si intravedono gruppi di uomini con la kufyya al collo – i palestinesi del lato egiziano – che salutano a braccia spiegate.