Invidiamo i morti

Haaretz.com

18.10.2009

 http://www.haaretz.com/hasen/spages/1121720.html  

“Una famiglia che ha perso 29 suoi membri

  nella guerra di Gaza: invidiamo i morti.”

  di Amira Hass. 

Richard Goldstone si è recato in giugno nell'area di Zaytoun nei dintorni di Gaza City per visitare il complesso della famiglia allargata Samouni, argomento già trattato in questa sede nelle ultime settimane (“L’ho nutrito come fosse un uccellino”, 17 settembre; “Morte nel complesso Samouni”, 25 settembre). 29 membri della famiglia, tutti civili, sono stati uccisi nell'assalto invernale delle Forze di Difesa Israeliane- di cui 21 durante il bombardamento di una casa dove l'esercito aveva riunito circa 100 membri della famiglia il giorno precedente.

Salah Samouni e il proprietario della casa che è stata bombardata – Wael Samouni - hanno condotto Goldstone nell’area  agricola circostante, mostrandogli le  case devastate e i frutteti sradicati. In una conversazione telefonica questa settimana, Salah ha descritto come ha mostrato a Goldstone una foto di suo padre, Talal, una delle 21 persone rimaste uccise nella casa. Ha riferito al giudice ebreo sudafricano e capo del team di inchiesta sull'operazione Piombo Fuso, che suo padre “è stato impiegato da un ebreo” per circa 40 anni e che sebbene egli fosse malato “il datore di lavoro era solito chiamarlo, preoccupandosi della sua salute e vietandogli di andare a lavorare prima che si fosse rimesso”. 

I Samouni erano fiduciosi del fatto che, nel caso di ogni invasione militare a Gaza, sarebbero sempre riusciti a cavarsela con l'esercito israeliano. Fino al 2005, prima del disimpegno israeliano dalla striscia, l'insediamento ebraico di Netzarim si trovava proprio accanto alla porta e molti membri della famiglia vi lavoravano di tanto in tanto. Quando le pattuglie congiunte israeliane e palestinesi erano in servizio, i soldati israeliani e gli ufficiali delle forze di sicurezza palestinesi a volte chiedevano ai Samouni di “prestargli” un trattore per spianare un pezzo di terra o riparare la strada Salah al-Din ( ad esempio, quando un convoglio diplomatico necessitava di transitarvi). Mentre i membri della famiglia Samouni lavoravano sui loro trattori raccogliendo della sabbia, i soldati sarebbero rimasti a guardarli. 

“Nel momento in cui i soldati volevano che noi ce ne andassimo, ce lo avrebbero mostrato sparando sopra le nostre teste. Questo è ciò che mi ha insegnato l'esperienza”, ripete Salah Samouni, che ha perso una bambina di due anni in un attacco delle forze dell'esercito israeliano, insieme a suo zio e a entrambi i suoi genitori. Gli uomini più anziani della famiglia, tra loro suo padre e due zii che furono uccisi dalle forze di sicurezza israeliane il 4 e 5 gennaio, avevano lavorato in Israele fino agli anni 90 in diverse località, incluso Bat Yam, Moshav Asseret (vicino a Gedera) e "Glicksman Plant”. Tutti loro credevano che l'ebraico che avevano imparato li avrebbe aiutati e se necessario li avrebbe salvati durante gli incontri con i soldati. 

Come è stato riportato qui lo scorso mese - il 4 gennaio – a seguito degli ordini dell'esercito, Salah Samouni e il resto della sua famiglia lasciarono la loro casa, che era stata trasformata in una postazione militare e si spostarono in un'altra, la casa di Wael, che si trovava nel lato sud della strada. Il fatto che fossero stati i soldati che li avevano fatti spostare, che avevano visto le facce dei bambini e della donna più anziana e il fatto che i soldati fossero posizionati attorno alla casa, distanti giusto decine di metri, aveva inculcato nella famiglia una certa forma di fiducia - nonostante il fuoco delle forze di difesa israeliane che proveniva dall'alto, dal mare e dalla terra, nonostante la fame e la sete. 

Nella mattinata di lunedi 5 gennaio, Salah Samouni camminò fuori dalla casa e urlò in direzione di un'altra casa nell'area in cui credeva fossero ancora presenti alcuni membri di altre famiglie. Lui voleva che lo raggiungessero, per essere in un luogo più sicuro, vicino ai soldati. Niente gli faceva presagire le tre bombe e i missili che l'esercito avrebbe sparato poco tempo dopo. 

“Mia figlia Azza, la mia unica figlia, di due anni e mezzo, rimase ferita la prima volta che venne colpita la casa” disse Salah ad Haaretz. “Riuscì solo a dire “Papà, mi fa male” e poi al secondo colpo morì. E io stavo pregando. Tutto era polvere e non riuscivo a vedere niente. Ho pensato di essere morto. Mi ritrovai che stavo cercando di alzarmi, tutto sanguinante e trovai mia madre seduta vicino all'ingresso con la testa piegata verso il basso. Mossi la sua faccia un po' e mi accorsi che la metà destra della faccia era andata. Guardai mio padre, il cui occhio era perso. Stava respirando ancora un po' e poi smise.”

Quando uscirono dalla casa - feriti, confusi, storditi, con il terrore che sarebbe presto caduta la quarta bomba o missile - determinati a raggiungere Gaza nonostante le vicine urla dei soldati intimassero di tornare indietro, avevano tutti i motivi per credere che nella casa fossero rimasti solo cadaveri. Non sapevano che sotto la polvere e le macerie in una larga stanza, nove membri della famiglia erano rimasti vivi: la più anziana matriarca e cinque dei suoi nipoti e pro-nipoti - il più giovane dei quali aveva tre anni, il più grande 16 - insieme ad un altro congiunto e suo figlio. Erano svenuti, alcuni di loro sotto ai cadaveri.
 

Non appena ripresero coscienza, Ahmad Ibrahim di 16 anni e suo fratello Yakub, di 10 anni, videro i cadaveri della loro madre, di 4 dei fratelli e dei nipoti. Mahmoud Tallal, 16 anni aveva perso le dita del piede; sanguinante, vide che i suoi genitori - Tallal e Rahma - erano stati uccisi. Omar, di tre anni, il figlio di Salah, era seppellito in stato di incoscienza, sotto il corpo senza vita della ventiquattrenne Saffa, e ciò spiega perché non lo avevano trovato nei terribili momenti di panico in cui avevano lasciato la casa. Ahmad Nafez, 15 anni, ha rievocato come, al momento in cui il piccolo Omar si era svegliato e si era trascinato fuori da sotto il cadavere, avesse riconosciuto suo nonno Tallal e avesse cominciato a scuoterlo piangendo: “nonno, nonno, svegliati”. 

Il giorno precedente Amal, una bambina di 9 anni era stata testimone dell'irruzione dei soldati nella sua casa e dell'uccisione di suo padre, Atiyeh. Si era rifugiata nella casa del suo zio Tallal e insieme con gli altri membri della famiglia si era trasferita nella casa di Wael. Non sapeva che suo fratello Ahmad stava sanguinando a morte tra le braccia di sua madre, in un'altra casa del quartiere. 

I bambini trovarono degli avanzi di cibo in cucina e mangiarono. Più tardi, Ahmad Nafez disse ai suoi parenti come Ahmad Ibrahim era passato di cadavere in cadavere – quello di sua madre, dei suoi quattro fratelli e di suo nipote tra di loro - scuotendoli, dando loro dei colpi e dicendo loro di alzarsi. Forse grazie ai colpi,  Amal riprese coscienza, con la testa sanguinante e i suoi occhi che roteavano nelle orbite. Continuò a piangere gridando “acqua, acqua”, e chiamando sua madre e suo padre, picchiando la testa sul pavimento, roteando i suoi occhi per tutto il tempo. 

È troppo pericoloso rimuovere le schegge di granata incastrate nella tua testa - è ciò che sostiene persino il dottore dell'ospedale di Tel Aviv . Ora tutto le fa male e continuerà a farle male: quando ha freddo, quando ha caldo, quando è al sole. Non sarà in grado di concentrarsi sui suoi studi. 

Nessuno è in grado di ricostruire come passarono le ore nella casa bombardata di Wael; alcuni rimasero esausti ed in uno stato di apatia. La prima a riprendersi fu in realtà Shiffa, la nonna settantunenne. La mattina di martedì 6 gennaio, capì che nessuno sarebbe andato a salvarli molto presto. Non i soldati posizionati solo a pochi metri di distanza, non la Croce Rossa né la Mezzaluna Rossa, né altri parenti. Forse non sapevano neanche che loro erano vivi - concluse. La stampella che l'aiutava a camminare era rimasta seppellita nella casa, ma riuscì ad andarsene con due dei suoi nipoti – Mahmoud (con la gamba sanguinante) e il piccolo Omar. 

Zoppicando, cominciarono a camminare - lungo la strada silenziosa, tra le case vuote, ben sapendo che alcune erano occupate da soldati. “Gli ebrei ci videro dall'alto e ci urlarono di entrare nella casa”, affermò Shiffa. Questo avvenne quando stavano camminando lungo la strada e passarono vicino alla casa di sua sorella. Entrarono ma non trovarono anima viva. I soldati - sparando in alto - entrarono dopo di loro. “Li implorammo di lasciarci andare a casa. ‘Dov'è la tua casa?’” ci chiesero. Lei gli disse ‘Laggiù’ e indicò ad est, verso la casa di uno dei suoi figli, Arafat, che era più vicina alla strada Salah Al-Din. I soldati li lasciarono proseguire. “Vedemmo persone che uscivano dalla casa di Arafat e dalla casa di Hijjeh. Tutti erano un po' feriti e i soldati stavano sparando ad altezza uomo”. 

Nella casa di Hijjeh trovò tutti che piangevano, ognuno con la propria storia di quelli morti o di quelli feriti “Dissi loro cosa ci era successo, come ognuno era caduto sull'altro, in mucchi, il morto e il ferito”. Rimase lì con gli altri feriti per un'altra notte. Omar ricorda questa casa con piacere: perché gli era stato dato del cioccolato. 

Solo il martedi 7 gennaio, le forze di difesa israeliane permisero all'equipe della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa di entrare nel quartiere. Esse affermarono che era dal 4 gennaio che avevano chiesto di entrare, ma l'esercito israeliano non glielo aveva permesso - sia sparando in direzione delle ambulanze che provarono ad avvicinarsi, che rifiutando di accettare ogni sorta di organizzazione. I team medici, ai quali era stato permesso di entrare a piedi, dovettero lasciare le ambulanze a un chilometro o a un chilometro e mezzo di distanza, sebbene essi stessero soccorrendo i feriti della casa di Hijjeh. Poi la nonna disse loro dei bambini feriti che erano rimasti indietro, tra i morti, nella casa di Wael. Il team medico si preparò per il loro soccorso, totalmente impreparato a ciò che si sarebbe trovato davanti.

Il 18 gennaio, dopo che l'esercito di difesa israeliano lasciò la striscia di Gaza, l'equipe di salvataggio tornò nel quartiere. La casa di Wael venne trovata distrutta: l'esercito l'aveva demolita del tutto - con i cadaveri all'interno.
 

In una risposta generica alle domande poste da Haaretz e riguardanti il comportamento delle forze militari nel quartiere della famiglia di Samouni, il portavoce delle forze di difesa israeliane dichiarò che tutte le richieste sarebbero state esaminate. “Al completamento dell'indagine, le conclusioni sarebbero state consegnate all'avvocato militare generale che avrebbe deciso sulla necessità di fare passi ulteriori”, affermò il portavoce.  

Salah Samouni, durante la conversazione telefonica disse: “ ho chiesto a [Richard] Goldstone di scoprire solo una cosa: perché l'esercito ci ha fatto questo? Perché ci hanno portato fuori dalla casa uno ad uno e l'ufficiale che parlava in ebraico con mio padre è stato in grado di verificare che eravamo tutti civili - [dunque] perché ci hanno bombardato e  ucciso? Questo è ciò che vogliamo sapere.” 

Egli ritiene che Goldstone, nel suo rapporto, abbia dato voce alle vittime. Non ha mostrato la sua frustrazione nel sapere che la discussione sul rapporto era stata posticipata, ma ha cercato un modo per descrivere come si sente nove mesi dopo il fatto. “ci sentiamo [e siamo] in esilio, sebbene siamo nella nostra patria, sulla nostra terra. Ci sediamo e invidiamo i morti. Loro sono quelli che riposano in pace.” 

(traduzione di Irene Miracca)