Diario di Paola in Palestina - 3 novembre

Diario di Paola in Palestina – 3 novembre

Alle sette del mattino, dalla finestra, le note dell'inno nazionale palestinese.

La Cooperazione italiana (settore Unità Tecnica Locale) vuole vedere il progetto. Arrivano in due, con un reporter della RAI, più (meno male) Mi.. Andiamo a tutte le quattro sedi degli ambulatori nella zona di Betlemme.


 

Ri., sull'auto: "E i problemi della registrazione delle ONG presso il ministero palestinese degli interni? Hanno usato la legge per le ONG locali, e l'hanno estesa alle ONG estere. Con il risultato che tutte vanno sottoposte alla security clearance, per controllare che non siano di Hamas.... Che poi, se si deve fare un discorso di efficienza, e di non-corruzione, le ONG efficienti e non corrotte sono proprio quelle di Hamas...

E poi ci sono i problemi con gli altri..." "Gli 'altri'? Chi sono gli 'altri'?" "Gli israeliani, no? Perché qui, siamo in Israele: non dobbiamo dimenticarcelo".

Prosegue Ri.: "Dobbiamo sempre più sostenere progetti ecocompatibili, sostenibili dalle comunità locali. Tanto, gli israeliani tutto quello che possono, distruggono..."

Oggi in ambulatorio c'è una medico russa. Sa bene l'arabo: ha sposato un palestinese, che l'università l'aveva frequentata, per l'appunto, in Russia.

Tira molto vento e fa freddo. Per fortuna ho una gonna abbastanza lunga e pesante, e mi avviluppo nella giacca. Mi. è di buon umore: "E poi ce l'hai con le ortodosse. Ti ci manca solo un fazzoletto in testa..."

Piuttosto impressionati, quelli della Cooperazione, a vedere le baracche di lamiera di cui è costituito un villaggio, i cubi con base di 3 metri x 3 costruiti dagli israeliani per i beduini a cui avevano distrutto la casa, la carenza d'acqua.

Commenta il capo progetto, al ritorno: "E non è che ai beduini nel Negev, in Israele, vada molto meglio. Stanno in villaggi che lo stato non riconosce: per cui senza elettricità, senza acqua.... In uno, quando poi l'allacciamento all'acqua l'hanno messo, hanno sistemato un solo contatore per tutto il villaggio. Così spendevano moltissimo: figurava che quella 'famiglia', l'unica proprietaria del rubinetto, consumava acqua in quantità, per cui pagava molto di più dei 'normali' consumatori israeliani..."

Più volte ho discusso con il capo progetto dell'opportunità di lavorare con l'Autorità Palestinese. Ma Mi., mentre torniamo a Beit Jalla, dà ragione a lui: "Il fatto è che, Abu Mazen o non Abu Mazen, un sistema sanitario 'nazionale' ci vuole. Una sanità basata sulle ONG aveva senso durante la prima intifada; adesso, non ne ha più.

Prima, quando c'era Arafat, voleva un sistema sanitario. Ma gli americani gli hanno detto: 'Ma cosa vuoi, un sistema sanitario? Apri qualche piccola struttura, però che il grosso sia privato'. E così chi può pagare paga, e gli altri stanno senza".

"E' proprio quello il problema", insiste il capo progetto. "E poi, qui ci sono ONG finte, a copertura di un privato vero". ""Questo, con tutto che il MoH funziona molto male".

"Anche perché, del budget della PA, gli israeliani richiedono che il 30% vada per la sicurezza. Per la sanità e la scuola resta molto poco".

Sta per piovere. Mi.: "Dovrebbe piovere bene un paio d'anni. Altrimenti, qui va male. Se razionano ancora di più l'acqua ai palestinesi..."

Nel pomeriggio, quasi che Allah avesse finalmente deciso di dar ascolto alle preghiere, a Beit Jalla diluvia.