Presentazione del Rapporto "Thursting for Justice" a Ramallah

 Daniel:
 Presentazione del Rapporto “Thursting for Justice”-
 Palestinian access to water restricted 
 
Ramallah, 28 Ottobre 2009. 

 Presentazione di

 Donatella Rovera (Amnesty International) e Fuad Bateh (Palestinian Water Authority) 

La conferenza e stata intensa, partecipata e densa, cerco di riassumere i punti principali, rimando al testo del rapporto per i dati approfonditi e ben argomentati che è disponibile in PDF:

 

Punti principali della presentazione di Fuad Bateh: 

Dal 1964, con la costruzione del North Water Carrier e la divisione e sottrazione unilaterale da parte israeliana delle risorse idriche transfrontaliere condivise con la Giordania prima ed i Territori Occupati poi, passando per il 1967 e l’assoluta proibizione imposta sugli abitanti dei Territori di scavare nuovi pozzi nel territorio occupato (mentre si costruivano e si continuano a costruire gli acquedotti che collegano i nuovi pozzi scavati dalle colonie), fino alla fase di Oslo e l’ostruzionismo rispetto all’applicazione dei principi Equità e Ragionevolezza che soggiacciono al Diritto Internazionale vigente[1], l’unilateralismo ha caratterizzato e continua ad essere la politica israeliana rispetto alla gestione delle risorse idriche che condivide con i Territori Occupati.

La smisurata sproporzione ed il divario in quanto a disponibilità, produzione e consumo di acqua, tra la popolazione Israeliana e palestinese continuano a crescere. Considerando (per aiutarci con alcuni parametri, che ci permettano di trasformare i milioni di metri cubi d’acqua ed i litri pro capite al giorno in dimensioni comprensibili ed almeno relative) che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ci dice che la quantità d’acqua sufficiente e necessaria per garantire dignità di vita e salute e di 100 litri/giorno/persona, ci ha mostrato Fuad Bateh, come la disponibilità media di acqua sia di più di 5 volte inferiore per la popolazione palestinese rispetto a quella israeliana (70 contro 320 litri pro capite al giorno).

Questo divario, nonostante il teorico mantenimento dello status quo, non diminuisce, bensì aumenta in modo allarmante (la disponibilità d’acqua per il palestinesi era di 113 l/Pq/g nel 2007). Questi calcoli, è bene considerare, come non includano la potabilità dell’acqua e come appiattiscano le importantissime disuguaglianze geografiche, non solo tra popolazione occupata e coloni, bensì anche tra diverse aree di amministrazione civile palestinese (“A” secondo la nomenclatura di Oslo).

Un paio di dati valgano per tutti: la potabilità dell’acqua disponibile nella Striscia di Gaza, che non supera il 10% delle risorse idriche disponibili per il consumo; o le 200.000 persone residenti nei Territori vivono con meno di 15 l/Pq/g, una soglia considerata allarmante dal punto di vista sanitario in termini assoluti.
Dei 335 Milioni di m³ d’acqua disponibili per il consumo palestinese all’anno, il 15,67% (tra i 50 ed i 55 Mm) sono acquistati dalla quota di risorse israeliane (2.300 Mm, poco meno di sette volte la quota accessibile alla popolazione palestinese).

Meno del 20% del terreno irrigabile nei territori occupati è irrigato.Il fatto che la crisi idrica denunciata dalle stesse autorità israeliane come un problema di sostenibilità ambientale gravissimo sia di natura umana e politica non è solo parte degli argomenti della difesa dei diritti della popolazione palestinese, è stato denunciato da una commissione indipendente richiesta dalla Knesset nel 2002, che ha detto chiaramente come la responsabilità della crisi di idrica sia da attribuirsi fondamentalmente al modello di sviluppo agricolo assolutamente insostenibile dal punto di vista ambientale, antieconomico e antisociale per la stessa popolazione israeliana.[2]

 
Punti principali della presentazione di Donatella Rovera 

Il rapporto di Amnesty si è mosso dall’ottica del “Diritto all’acqua” a quella dell’”Accesso all’acqua”, ampliando in questo modo lo spettro dell’analisi, e spostandosi da un’ottica di ciò a cui si ha diritto per sopravvivere a quella secondo cui gli esseri umani sono titolari di diritti più ampi (Politici, Sociali, Culturali).


Le proposte di “Pace Economica” della dottrina Netanyahu non lasciano nessuno spazio per l’esercizio di questi diritti da parte palestinese, e l’acqua ne è solo un ottimo esempio. Per citare alcuni elementi di analisi del rapporto, ci siamo soffermarti sulla necessità di ricorrere all’acquisto di acqua venduta o distribuita mediante cisterne mobili: questo sistema non garantisce le quantità necessarie, costituisce un carico ulteriore per la comunità, non risponde alla realtà del pompaggio da parte delle colonie delle risorse palestinesi nè agli attacchi a persone ed infrastrutture da parte di esercito e coloni.

Rispetto ai piani di sviluppo previsti dalle autorità palestinesi e dalle principali agenzie di sviluppo e donatrici, Donatella ha messo in evidenza come non sia presa seriamente in considerazione la necessità di trasferire acqua dalla Cisgiordania a Gaza; come non si stia ottenendo una risposta adeguata dal punto di vista infrastrutturale alla necessità imperante di produzione d’acqua mediante desalinizzazione in Gaza; come non si stiano considerando le necessità energetiche (produzione di elettricità) che le opere più urgenti di desalinizzazione e di trattamento delle acque residuali richiedono, soprattutto a Gaza.

Dal punto di vista del lavoro fatto dalla ANP, la relatrice di Amnesty ha ricordato come sia ancora scarso il lavoro fatto per rendere più efficienti le infrastrutture di distribuzione disponibili e per la raccolta, depurazione e riuso delle acque gregge e nere. In particolare, rispetto agli scarsi investimenti diretti alla manutenzione delle reti esistenti, e con un occhio critico alle agenzie internazionali che spendono milioni in questo settore, si è ricordato il paradosso umanitario del “photo factor” secondo il quale pozzi, cisterne ed altre infrastrutture visibili ricevano facilmente finanziamenti, mentre spesso altri elementi delle reti, altrettanto necessari ma spesso interrati, come i tubi, siano meno facilmente mantenuti e/o sostituiti, per via della loro scarsa visibilità.

Nonostante si ricordi la necessità di ottenere maggiori gradi di efficienza nella gestione delle risorse esistenti, tanto i relatori, come i vari esperti del settore che sono intervenuti nel dibattito, hanno messo in evidenza la necessità di esigere, da parte della comunità internazionale e verso l’occupante, l’accesso a una maggiore produzione d’acqua da parte palestinese (prima di tutto nuovi pozzi in Cisgiordania, desalinizzazione e depurazione a Gaza).

Senza l’accesso alle risorse idriche necessarie non c’è nessuno spazio per la viabilità di un soggetto statale autonomo e sovrano.
Tutti concordano sulla necessità di mettere in cantiere opere che permettano di trasferire acqua dalla Cisgiordania a Gaza ma senza flessibilità ed interesse per il negoziato da parte israeliana questo non è chiaramente possibile.In generale le organizzazioni non governative e le agenzie delle nazioni unite si dimostrano timide e restie a pubblicare i dati sugli ostacoli che si trovano a dover affrontare (impossibilità di ottenere permessi da parte israeliana, impossibilità di realizzare le opere una volta che i permessi sono stati emessi, demolizioni etc.) e preferiscono raccontare cosa succede solo a microfoni spenti e a patto che le fonti non si citino.In un ambito, quello dell’acqua, in cui i numeri sono un elemento più che mai chiave, alcuni degli  stratagemmi di pubbliche relazioni che le autorità israeliane usano per confondere i dati sono: parlare di “Acqua fresca e naturale” quando citano dati sulla disponibilità d’acqua.

In questo modo chi scrive si libera implicitamente dell’obbligo di includere le quantità d’acqua riusata e desalinizzata, falsando le immagini proposte rispetto ai bilancio di disponibilità relativa di risorse idriche tra popolazione israeliana e palestinese.
 

[1] La risoluzione della Assemblea Generale dell’ONU sulla gestione delle risorse idriche transfrontaliere del 15 di Gennaio del 2009, pendente di ratifica da parte degli stati membri, è (credo) la fonte di diritto più rilevante rispetto al tema oggetto dell’incontro:  http://www.internationalwaterlaw.org/documents/intldocs/UNGA_Resolution_on_Law_of_Transboundary_Aquifers.pdf si è detto come questa, pur non essendo ancora stata ratificata da un numero sufficiente di stati, è parte del Diritto Internazionale Consuetudinario, perché raccoglie gli elementi di uso e giurisprudenza internazionale anteriori e come tale e da considerarsi vincolante.
[2] Far “fiorire il deserto” coltivando banane e avocado in terreni aridi ha un costo che nel 2002 si stimava corrispondesse al 14% del bilancio pubblico israeliano, fronte a una partecipazione del settore agricolo all’economia di non piu del 3%.