Diario di Paola in Palestina - 2 novembre

Diario di Paola in Palestina – 2 novembre

 

In auto, con Mo., il capo progetto e Mae., la giovane statunitense che lavora all'Alternative, a verificare la Mobile Clinic dalle parti di Hebron.

Posto di blocco israeliano. Mo. sorride: "Tanto sono coperto, perché sono con internazionali". "Ma l'altra volta ci hanno fermato, e i documenti li hanno chiesti solo a te". "Sì, ma un minuto... fossi stato da solo, prima di mezz'ora non mi avrebbero lasciato andare. A chiedermi cosa faccio, dove vado..."

 

Vicino all'ambulatorio di Ar-Ramadin, le tende beduine. "Qui", spiega Mo., i beduini seguono le loro norme. Per esempio, non puoi avvicinarti alle tende. A 200 - 100 metri, ti devi fermare e far rumore. Poi non puoi guardare le donne. Se devi parlare con una donna, tocca volgerle la schiena". Mi ricorda qualcosa, questa normativa.

Nell'ambulatorio, un'infermiera sistema i farmaci. Il MoH ha consegnato la scorta, che ha da bastare per i prossimi due mesi. "Per due settimane, sono stata a chiederne", spiega la medico. "Ma è perché non hanno i soldi per comprarli?" indago. "Ma no; i soldi li hanno. Dicono che hanno da fare, di tornare un'altra volta..."

Il generatore è rotto. Insisto ciononostante per provare l'elettrocardiografo. E' ancora incartato, nella scatola in cui è stato acquistato; non è mai stato aperto. Qui, è la dimostrazione dell'acquisto di uno strumento che non serve. La bombola per l'ossigeno è usata come appoggia-cose.

Rifletto che noi occidentali siamo arrivati qui portando quel che per noi è il minimo dello strumentario per un Pronto Soccorso. Ma stiamo attrezzando micro-ambulatori, non un servizio di emergenza. E abbiamo portato qui materiale senza chiedere ai locali cosa ritenevano fosse di interesse prioritario.

Fortunatamente, apprezzano che provvediamo ad un minimo di assistenza per le gravide ed i bambini.
"E gli otoscopi, ce n'hai uno per ambulatorio, come aveva dichiarato il MoH?" "No, ce n'è uno solo qui. Mi porto il mio strumentario da casa".

Ma il problema della medico riporta è un altro. "Ho troppi supervisori. Uno dice che devo fare una cosa, un altro un'altra. Non vogliono che faccia passare le pazienti senza farle pagare, se non hanno l'assicurazione sanitaria; e qui l'assicurazione sanitaria non ce l'ha quasi nessuno. Poi, accettano che io faccia le ecografie ostetriche gratis; ma vogliono che io chieda un pagamento per quelle ginecologiche.

Cosa devo fare?" "Ma il dott. R. l'ha detto, di far passare tutte le pazienti come casi di emergenza, o di problema per la salute pubblica, in modo che passino, se non gratuitamente, quasi...". Allarga le braccia. I sottoposti di R. fanno finta di non aver sentito.

"Quanti pazienti hai visto, oggi?" "Quattordici. Prima erano di più; anche più di 40. Poi, visto che non avevamo i farmaci, se ne andavano e non tornavano più. Ora è fine mese, la gente non ha soldi e non viene. In più, c'è la raccolta delle olive".

Al Consiglio di villaggio di Arab Al-Ramadin. "Fino a due anni fa funzionava qui un progetto con il Medical Relief, per la Primary Health Care. Sono stati qui 4 anni. Andava bene, era gratis". "E poi?" "E poi basta, non sono venuti più. Occhio e croce, i donatori avevano finanziato il progetto per quei 4 anni; poi stop.
Ora cominciamo noi. A naso, passati i due anni di intervento del Di-Svi, succederà la stessa cosa. Interventi brevi e spezzettati.

Il bagno è bellissimo; c'è persino la doccia, con le piastrelle colorate. Ma dal rubinetto non esce acqua.

Anche qui, il problema n. 1 è l'assicurazione sanitaria. "Ce l'avrà sì e no il 10% delle famiglie", ci spiegano. "Quella normale costa 1.000 shekel all'anno, per gruppo famigliare. L'assicurazione Al-Aqsa invece costa poco, ma pongono un mucchio di difficoltà a concederla; per cui non si riesce ad ottenerla.

Ad Al Nab al Kabira la bombola per l'ossigeno c'è, ma è nascosta in un angolo. Ed è vuota.

Qui il capo del consiglio di villaggio ha seguito un corso di guida comunitaria all'università di Bir Zeit. "Si riunisce il villaggio - qui ci sono 56 famiglie, di cui 12 di profughi del '48 - e si chiede qual è il progetto per il villaggio che per ciascuno è più importante. In realtà organizzo sempre due riunioni: una per gli uomini, un'altra per le donne. Non sempre uomini e donne la pensano nello stesso modo. Per esempio, le donne erano favorevoli allo 80% al progetto di assistenza sanitaria" (è una riprova del fatto che vi è richiesta di un progetto come il nostro, che si dedica in primis alle mamme e ai bambini); "gli uomini, solo al 60%. Preferivano l'educazione sanitaria".

Ritorniamo a Beit Jalla. Mo. cerca invano un panino. E' domenica, e non trova un venditore di falafel aperto.

Mi telefona B.: "Allora, stai per partire.... come vai all'aeroporto?" "Ancora non so bene" "Ah, ma allora puoi telefonare a Ra.. E' un autista palestinese, è bravo... ma ti ha già accompagnato, ti ricordi?"

Sì che mi ricordo. Aveva trasportato mio figlio e me per mezza Cisgiordania, nel 2005. E bravo, lo è per davvero.

Ma andare all'aeroporto con un tassista palestinese vuol dire come minimo avere il bollino rosso sul passaporto, ed essere sottoposti a controlli interminabili. Sempre che non ti fermino a un posto di blocco, prima di riuscire ad arrivare fin là.