Diario di Paola in Palestina - 29 ottobre

Diario di Paola in Palestina – 29 ottobre

 Con Mo., a ritirare finalmente le linee guida dal MoH. Per strada, ci fermiamo da un medico di Primary Health Care che lavora per il MoH (da noi diremmo: mutualista). Pareti scrostate, sedili arrugginiti. Molta gente in attesa della visita; molte le giovani, con i jeans e senza velo. Alle pareti, manifesti di educazione sanitaria: sull'alimentazione in gravidanza, la prevenzione dell'influenza, le manovre di primo soccorso. E un volantino con la bandiera palestinese.

 

Chiesa cristiana ortodossa. Davanti, la sede degli scout (cristiani ortodossi) di Beit Jalla.

Il direttore dell'ufficio del MoH incarica un'impiegata di darmi le linee guida. Non sembra contento, e (troppo tardi) mi si accende una lampadina. Il dott. Na., nell'accompagnarmi da Daniel, qualche giorno fa, mi aveva chiesto come mai ero da queste parti. "Sono con una ONG italiana; lavoriamo con il MoH". Na. aveva scosso la testa: "Ma, che il governo italiano voglia lavorare con il nostro MoH, benvenuto; è nei suoi diritti. Ma che una ONG voglia controllare il nostro MoH.... Le ONG devono lavorare, secondo me, con le ONG; e i governi con i governi".

Povera gente, anche loro; anche questo direttore (antipatico, maschilista e prepotente) dell'ufficio del MoH. Non possono fare a meno dei denari italiani; ma un sussulto di dignità resta.

C'è il sole. Davanti all'ufficio, il profumo intenso della siepe fiorita.

Suona il campanello alla porta. E' Elisabetta, arrivata da poco da Torino. "Non sapevo come trovarti, e ho chiesto sulla piazza. C'era un vigile, per via di un incidente. Si sono fatti in quattro, perché arrivassi qui. Hanno detto ' a sinistra, poi avanti... lì in quella casa, ci sono gli italiani'".

C'è il sole, e andiamo a fare una passeggiata. In cima a Beit Jalla, una bella casa, abbandonata. Passa un vecchietto: "Parla spagnolo?" Riesco a spiccicare qualche parola. Per fortuna dopo un po' passa all'inglese. "Sono tornato due anni fa dal Cile, con mia moglie. I miei figli, hanno la pressa delle olive, lì; fanno l'olio. Questa era la mia casa, ma costa troppo, tenerla aperta.... Vede quelle statue, lassù? Una è senza testa. Nel '67, gli ebrei (the Jews) sparavano da lì, e la testa è caduta..." Effettivamente ci sono due statue, una senza testa; e poco più avanti, una pressa per l'olio.

Cena con De. a Betlemme. "C'è anche una mia amica, va bene?" "Certo che sì". De. - circa trent'anni, nome e cognome che più ebraici non si può - l'avevo conosciuta al giro di EJJP, circa un anno e mezzo (?) fa; ora abita vicino a Betlemme e lavora per Ma'an. La sua amica Ma., ventenne, è pure lei statunitense; lavora come volontaria all'Alternative, a Beit Sahour. En passant, mi spiega De. dopo un po', la sua amica, è ebrea. "Ah", commento, fra un piatto arabo e l'altro, "c'è un mucchio di ebrei da queste parti. E" - a Ma. - "cosa hanno commentato i tuoi, quando hai detto che volevi venire qui?" "Eh, è stato complicato. Mia mamma soprattutto non voleva: pensava che l'Iran stesse per lanciare la bomba atomica su Israele. Poi - avrei voluto star qui 3 mesi - hanno accettato per 6 settimane: perché mio padre e il suo" indica De. "sono colleghi, insegnano nella stessa università".

"Qualche mese fa sono stata a Gaza", racconta De.. "Ero con una fondazione USA, e c'erano anche i genitori di Rachel Corrie. C'era anche il mio direttore, di Ma'an. Siamo passati dal Cairo, e poi due giorni al confine con la Striscia, pregando che ci lasciassero entrare.

Alla fine i servizi di sicurezza egiziani ce l'hanno permesso, ma solo dopo che avevamo telefonato più volte negli USA, e che, da lì, era stata contattata l'ambasciata egiziana. Siamo stati a Gaza una settimana. Hanno sgomberato un bel po' di macerie, ma costruire non hanno costruito, perché non entra il materiale edilizio.

Poi per tornare, dal Cairo aereo per Amman, e di lì di nuovo in Cisgiordania. Ero preoccupata che non ci lasciassero rientrare; da Gaza eravamo stati attenti a non firmare gli articoli con i nostri nomi, mettevamo solo 'Ma'an'. Però, mica detto che bastasse. Poi, sul mio passaporto ci sono un mucchio di timbri.... Al posto di guardia ho detto che sono ebrea e che stavo seriamente considerando a fare l'alyiah. Serve, sai? Così sono passata"