Diario di Paola in Palestina - 27 ottobre

Diario di Paola in Palestina - 27 ottobre

K. è preoccupato: una sua nipotina, di 7 anni, è ricoverata in Rianimazione per grave iperglicemia, con la diagnosi di diabete scompensato. Oltre a lui, in famiglia di casi di diabete ce ne sono altri due.
"Ma non trovate che è strano?" dice a me e al capo progetto. "Tanti casi di diabete così... Da cosa deriva? Magari un virus?". Lo guardo: "Mah... pazzi scatenati gli israeliani sono, ma che mettano qui virus per causare il diabete, mi sembra difficile. Mica perché siano buoni: ma perché, pensa mica che poi i virus si fermino obbedienti al posto di blocco? Fin lì, ci arrivano anche loro".


 

Non lo convinco. "E il cancro? Vicino alle discariche - gli israeliani trasportano qui i loro rifiuti - , di casi di cancro ce n'è di più". "E va bene: è chiaro che i rifiuti tossici preferiscono scaricarli qui, che vicino a casa loro. Ma dovreste fare una ricerca, che so: mettere a confronto i casi di cancro nei villaggi vicino alle discariche con quelli dei villaggi più lontani". "Ma non possiamo", dice lui. "Lo sa cosa capita, poi? Dei nostri ricercatori hanno presentato dei dati a una conferenza nel nord Europa, e al ritorno, al ponte Allenby, gli israeliani li hanno fermati, dicendo: "Lo sappiamo, cosa siete andati a dire", e li hanno arrestati"". "Sì, lo so", gli dico, pensando a Mohammed Othman, in carcere senza processo per qualcosa di simile: "ma la ricerca dovete farla voi comunque. Fra poco torno in Italia, mica posso farla io.... Quando poi avete i dati, vedete che qualche medico estero, magari pure ebreo, lo trovate, a sostenervi; e per gli israeliani diventa allora un problema un poco più complicato. Per esempio, Lancet - la seconda rivista medica al mondo! - in questa primavera ha pubblicato una serie di buoni articoli, sulla sanità in Palestina. Magari pure Physicians for Human Rights può dare una mano". Questa volta è d'accordo. Meno male: lui sa che esistono.

Poche ore dopo mi capita sotto gli occhi un articolo che mi fa ricordare del sfascio, voluto da Israele, del sistema fognario a Gaza. "Stai a vedere", dico al capo progetto, "che ho detto a K. una cosa sbagliata". Ha predominato la pancia sulla testa, vorrei dirgli, l'istinto a difendere gli ebrei comunque; e la paura di riportare dati inesatti, diventando così facile preda di chi urla che i critici di Israele sono antisemiti (e magari riferiscono che Israele volutamente diffonde malattie, quasi fosse un 'untore' di manzoniana memoria). Ma i nostri rapporti non sono tali da incoraggiare a confidenze. E lui: "Hai cambiato idea, pensi che Israele metta qui dei virus?" "No, mi sembra improbabile. Troppo rischioso. E se poi se lo prende il soldato al posto di blocco, e il venerdì sera lo trasmette ai suoi a casa? Però, non è che i liquami di Gaza, scaricati a mare così come sono, facciano bene ai bagnanti israeliani, pochi chilometri più in là. E se Israele ha usato l'uranio nella guerra in Libano, farà bene agli israeliani del nord - ebrei compresi?" "..." "E' come diceva Andreotti: 'A pensar male si fa peccato, però si indovina'. E' che non penso mai abbastanza male..."

Mancano adesivi. K., al capo progetto: "Ma non c'è problema. Ho telefonato, lo faccio arrivare da Nazareth". "Da Nazareth! Ma si fa prima ad andare a comprarlo a Gerusalemme!" ribatte lui. "Eh, ma di noi a Gerusalemme non può andare nessuno..."

Torna M., reduce da una visita al Ministry of Interior. Entusiasta, perché è riuscito - dopo mesi di inutili tentativi - a far mettere una firma (dovuta) su un documento. "Hamdulillah", grazie a Dio, commenta l'ateo convinto: c'è veramente da ringraziare Allah, per questa vittoria.

Cena a casa di italiani che lavorano qui, nella cooperazione. Giovani, con varie parlate dialettali; un palestinese. Chiacchiero con L., che lavora a Ramallah: "Una volta, le ONG che lavoravano qui non erano registrate in Israele. Era una scelta, condivisa. Ogni 3 mesi avevi tre giorni, per andare all'estero e rientrare, dopo che ti avevano messo un timbro nuovo; perché potevi star qui solo con il visto turistico, di tre mesi.

Ora quasi tutte le ONG sono registrate in Israele, e quindi non devi più uscire e rientrare ogni tre mesi; siamo rimaste solo in due, a non essere registrate; ma ti fanno più difficoltà. Poi, se non ti lasciano rientrare, il progetto resta senza capo progetto: e come si fa?

Adesso c'è un bando, per Gaza. Ma devono essere progetti 'light', vale a dire psicosociali, o simili - che prevedano poco ingresso di materiale. E la proposta della nostra ONG non è stata accettata.

Quando vieni qui con un progetto del ministero degli esteri (italiano), ti fanno firmare che non fai politica. Poi, io alle manifestazioni a Bi'lin ci vado. Ma devo stare attenta: non è che posso permettermi di farmi arrestare.

Tocca fare molti compromessi, a lavorare qui. Noi operiamo con una ONG palestinese, e l'ONG palestinese con il Ministry of Education. Che a questa ONG chiede cose strane, per cui ci sono giri di denaro non propriamente puliti.

Si sa, ma si chiudono tutti e due gli occhi: cos'altro si può fare?"
Mi riaccompagna a casa E., che pure lavora a Ramallah, in un progetto di cooperazione: "Un conto è l'attività politica, il pacifismo, in Italia; e un conto è lavorare qui, che è pur sempre un lavoro, e la politica la puoi fare solo negli interstizi.

E non è che far politica in Italia non sia importante; anzi, penso che sia più importante che lavorare qui. Tocca fare tanti compromessi" (la stessa parola, e lo stesso concetto, espresso da L.; e non si sono parlati); "e già va bene se si riesce a star lontani da gente che si intasca soldi non suoi".
E. comunque domani andrà alla conferenza sull'acqua, con Donatella Rovera, di Amnesty International. A far politica non rinuncia.

Sono bravi, quelli che incontro; ma l'ingranaggio è pur sempre quello del nostro ministero degli esteri. Ero venuta qui sperando di unificare lavoro e politica. Probabilmente, un'altra illusione.