Diario di Paola in Palestina - 26 ottobre

Diario di Paola in Palestina - 26 ottobre

Chiacchiero per telefono con A., che mi ha scritto:

Probabilmente i tuoi scritti e le informazioni che diffondi fanno meglio alla causa palestinese che non il tuo mese di volontariato.
Certo che la percezione che chi ti circonda ha della PA è per me... di grande interesse. Davvero da tenersi stretto il portafogli o...peggio.

Grazie A.! Qui ci sarebbe da sbattere la testa contro il muro.

 

Devo cercare le linee-guida locali per diagnosi, terapia, e invio dei pazienti a strutture specialistiche. L'idea di base è che siano le linee-guida dell'OMS, magari un poco adattate per tener conto delle situazioni locali, e tradotte in arabo. Ma non riesco, dagli uffici 'competenti' del MoH, a ricevere conferma di questa ipotesi.

Dice A. che sarebbe opportuno parlare con il direttorato del MoH che sta a Nablus; che vi sono altre strutture del MoH, per esempio a Ramallah, ma che sono state create come tentativo di far fronte ai posti di blocco e alle chiusure. Questo dato di fatto probabilmente contribuisce alla mia percezione di una struttura feudale: ogni potere locale regna più o meno indisturbato sui sottoposti e sui richiedenti aiuto, mentre l'imperatore (qui, il governo israeliano), sdraiato nel suo triclinio, beve champagne.

Mezz'ora al telefono per cercare di parlare con il direttorato del MoH a Nablus: sempre occupato. Oddio, non ce in Italia sia molto diverso.

Ottengo subito più successo con il secondo suggerimento di A.: andare a trovare You., all'ospedale di Beit Jalla. Questo lo si trova subito al telefono, e dichiara di essere pronto a incontrarmi.

Esco. Prima tappa al negozio all'angolo, perché è finita la scheda telefonica. L'altra cliente mi guarda speranzosa: "Sto cercando un lavoro". Allargo le braccia: "Sono italiana, lavoro per la cooperazione, sto nella casa lì sotto". "Lo so, che siete italiani. Sono interprete di spagnolo".

La scheda telefonica ha istruzioni solo in ebraico. Incomprensibili per me, ma evidentemente giudicate più comprensibili dell'inglese per i locali. Devo cercare aiuto anche per ricaricare il telefonino.

Vari negozi, apparentemente ben forniti. Ma senza avventori. Per la strada, vagabondano ragazzi. E' lunedì: verosimilmente sono disoccupati.

Vicino al portiere dell'ospedale, un poliziotto (o vigile?) della PA. Lì seduto, pare intento a sognare quando finiscono le sue ore di 'lavoro', e può finalmente mettersi a fare qualcosa di sensato.
Il portiere mi spiega che devo salire al quarto piano. Mi indica gli ascensori. Non vedo le scale, per cui ne prendo uno, sperando che non si fermi fra un piano e l'altro. E' molto malandato.
L'apparecchio anti-incendio ha scritte solo in ebraico. Si presume che tutti lo capiscano: se c'è uno strumento da nelle assolute emergenze, è quello.

Ufficio dell'anatomopatologo. Lì lavorano You. e il primario dell'oncologia. Il primario dell'oncologia ha studiato due mesi a Roma, e un po' di italiano lo parla. Lo parla molto bene un medico più giovane, che in Italia si è specializzato.

You. è intento a tradurre un manuale di mammografia dall'inglese in arabo. Mi fa vedere dove si praticano le mammografie: pare aperto da poco. Infatti è così. "E' venuta Stefania Craxi, all'inaugurazione. E c'era il nostro ministro della sanità", spiega You.

Gli racconto che sono alla ricerca, per il DiSvi, dei protocolli del MoH per le diagnosi, le terapie, e gli eventuali trasferimenti a strutture specialistiche. "Devi parlare con il responsabile dell'ufficio del MoH", decide. Adesso cerco un'auto che ci porti lì". Andiamo in cortile, dove la prima scelta pare essere un'ambulanza. Solo che non arriva: l'ha fermata la polizia.

In attesa che arrivi un altro mezzo di trasporto, mi porta a fare la conoscenza del direttore dell'ospedale. Questo si è laureato a Madrid e studiato Ematologia per 5 mesi al Gemelli, a Roma. Per cui parla italiano anche lui, magari mescolandolo allo spagnolo.
 Questa Palestina ha sempre più dell'incredibile.

Racconta You.: "Qui in Palestina funziona bene la Primary Health Care. Noi siamo ospedale di riferimento per le mammografie. I centri di riferimento per le cure terziarie, invece, sono o in Israele o in Giordania. Per quelle abbiamo poco: a Nablus c'è il centro per gli interventi di protesi d'anca, per la radioterapia c'è l'ospedale Augusta Victoria, a Gerusalemme Est. E per la radioterapia non c'è altro.

Gli israeliani non vogliono, che abbiamo le apparecchiature: pensano che se possiamo fare la radioterapia ci alleiamo all'Iran e facciamo la bomba contro di loro! Così la radioterapia ce l'ha solo l'Augusta Victoria. Gli israeliani non la volevano nemmeno lì, ma in quel caso i donatori erano tedeschi, e si sono impuntati. Così almeno si può andare all'Augusta Victoria.  

Ma è sempre un problema, perché a Gerusalemme non puoi andare, se non hai il permesso. Io penso che per lo meno al personale sanitario e ai malati dovrebbero darlo, il permesso". E così, questo signore sui sessant'anni neanche riesce a sognare che si possa andare a Gerusalemme liberamente: si limita ad auspicare un accesso facilitato per medici e malati.

Continua: "Adesso, con le mammografie, troviamo neoplasie mammarie sempre più piccole. E così aumenta l'indicazione alla radioterapia. E come facciamo, se non ci danno il permesso per andare a Gerusalemme? In più, da Gaza non può arrivare nessuno.

Non abbiamo la TAC, qui. Se un paziente deve fare la TAC lo inviamo a Ramallah, ma lì si può fare solo nel settore privato. E quelli che non possono pagare?

Se fossi israeliano, ragionerei diversamente. La medicina può essere un ponte per la pace. Ma noi stendiamo non una, ma due mani, per la pace; e dall'altra parte non risponde nessuno.

Una volta una paziente aveva non uno, ma tanti nodi mammari. L'abbiamo biopsiata, ed era un linfoma di Burkitt. Così, per la chemioterapia non c'era problema: l'abbiamo fatta qui. Ma per la radioterapia doveva andare a Gerusalemme, e poteva arrivarci solo con il permesso. E' umiliante".

Mi vengono i brividi, a pensare che in Italia la radioterapia si fa spesso a scopo palliativo, per lenire il dolore. Figurarsi, con le metastasi, ad aspettare permessi, e ad essere fermati, magari in ambulanza, ai posti di blocco. Occhio e croce, a questi la possibilità di fare radioterapia a scopo palliativo neanche li sfiora.

Continua: "Per le cure più complesse abbiamo legami con l'Italia, per esempio per i trapianti di midollo. Sì, qui c'è il centro Peres, ma mi sa che questi stiano playing games, facendo i furbi. Degli italiani ci fidiamo, ma del Peres Center no. Si chiama 'Peres Center for Peace': e allora, perché non si impegna per farci passare i posti di blocco? C'è gente che a un posto di blocco è morta per infarto, e donne che al posto di blocco hanno partorito. E perché, se sono per la pace, come dicono, non si impegnano perché noi possiamo avere i nostri centri per le cure terziarie, per esempio la radioterapia?"

Mi si accende un lumino nella testa, e ricordo quel che diceva S., sugli apparecchi bloccati alla dogana israeliana per anni. Prima si blocca la possibilità di sviluppo autonomo palestinese, anche per quanto riguarda la sanità; poi - e con i fondi delle regioni italiane di sinistra - ci si presenta come benefattori perché si cura qualche bambino palestinese in un ospedale israeliano.

E un lumino ne accende un altro. Il DiSvi è ancora in attesa degli ecografi ordinati: al Ben Gurion ne hanno fornito due più scadenti. Sarà solo casuale?

"Scriverò, sa, di quel che mi racconta. Posso fare il suo nome?" "No, non voglio correre rischi, con gli israeliani". Poi ci ripensa: "Ma sì, lo metta, tanto, ormai..."

"E lei, ce l'ha il permesso di andare a Gerusalemme?" domando. "No che non ce l'ho. E sì che la mia famiglia è di lì che viene. Mio padre e mia madre sono stati cacciati nel '48. Una volta, per andarci, ho fatto certificare di essere molto malato. E il permesso non me l'han dato lo stesso". E questo è un medico, che attende il pensionamento a dicembre: anche lui, come è evidente, un grave 'pericolo per la sicurezza'.

Arriva il radiologo che ha promesso di darci un passaggio, e usciamo fuori. You. mi mostra la vecchia ala dell'ospedale: "Quella, è stata costruita dalla Svezia. La nuova, dall'Italia".

E il radiologo ci accompagna allo stesso ufficio del MoH in cui ero già stata più volte. Ma, contrariamente a quel che mi aspettavo, il viaggio non è inutile, perché You. pone esplicitamente la richiesta delle linee guida, e la risposta è di nuovo negativa. "Ho capito", mi spiega You. "Qui non lo dicono, ma non sono autorizzati a darle, le linee guida. Deve chiedere al suo capo di telefonare al direttore, il dott. R.: lui solo può dare queste linee guida".
 Ah, finalmente. Non si capisce il motivo dell'inghippo (da quando in qua le linee guida per la Primary Health Care sono un segreto di stato?), ma alla fine qualcuno mi esplicita che un inghippo c'è.

Provo a spiegarmi con il direttore dell'ufficio: "Le linee guida sono certo quelle dell'OMS, ma voi qui avete senza dubbio apportato alcune modifiche. Per esempio, di sicuro avete scritto cosa si fa quando c'è un paziente con un infarto fermo a un posto di blocco, o cosa si fa se una donna ci partorisce, a un posto di blocco".
 

"No", mi risponde il direttore. Linee guida non ce ne sono, ma abbiamo fatto un training alle infermiere, che sanno cosa fare per i parti, in questi casi. E abbiamo dato loro un kit, anche per la resuscitazione del neonato, se serve". Di nuovo, vengono i brividi; ma questi paiono abituati, a cercare di sopperire in questo modo al disastro.

Usciamo. "Magari vuole mangiare?" si informa You. "Le va di accompagnarmi a Betlemme?" "Ben volentieri, così mi racconta ancora qualcosa".

"La vede quella colonia?" indicandomi l'orrido complesso di case, più un grattacielo, lì di fronte. "E' Abu Gheneim. L'ha fatta costruire Netanyahu, la prima volta che era al governo. Gli hanno detto: 'o la pace, o la colonia', e lui ha voluto la colonia. Adesso, l'idea di Obama non era male. Ma Netanyahu di nuovo ha insistito per costruire colonie, e Obama ha ceduto su tutta la linea.

Abu Gheneim l'ha finanziata un americano, Moskowitz, insieme a sionisti cristiani".

Mi accompagna in centro a Betlemme; davanti alla chiesa della Natività, una moschea. Poco più in là, la scuola dei salesiani, costruita nel '58. "Una volta, qui predominavano i cristiani. Ma ora molti se ne sono andati; altri Paesi li ospitano volentieri, perché sono minoranza. A Beit Jalla, invece, è ancora come prima: la maggioranza è rimasta cristiana".

Mi offre un pranzo luculliano in un locale dietro la piazza principale. Gli domando se conosce israeliani, ma la risposta è negativa: "No, loro qui non vengono: hanno paura. E a Gerusalemme, dove ci si potrebbe incontrare, non ci lasciano andare...".
Neanche Physicians for Human Rights, conosce.

Gli racconto di ECO, e, forse per premiare tanta confidenza, spiega cosa vorrebbe. "Ora qui dicono di fare due stati. Gli israeliani sostengono che noi siamo un pericolo, ma quale pericolo? Sono loro ad avere il quarto esercito al mondo, e noi siamo disarmati. Un esercito, noi non l'abbiamo. Se vogliono dire no, dicono 'for security reasons'; e così, niente da fare.

Ma non ci sarà la pace, qui; loro non la vogliono. E noi siamo un popolo pacifico.

Una volta, avevamo come aspirazione uno stato unico, in cui musulmani, cristiani ed ebrei vivessero in pace.
 Loro non l'hanno voluto: volevano uno stato ebraico.  Ora, vogliono che noi palestinesi riconosciamo l'ebraicità del loro stato". "E così, avranno la scusa per cacciare i palestinesi che sono loro cittadini", sospiro.


"Ma qui, che noi facciamo uno stato non ha senso. Ci vogliono i diritti umani, che non si discrimini. Uno stato solo. E che si viva in pace", termina lui.