Diario di Paola in Palestina - 25 ottobre

Diario di Paola in Palestina – 25 ottobre

Il mio capo è irritato: "Quello che ho visto sul sito di ECO - un sito pubblico! - è troppo rischioso. E se poi passiamo dei guai? Ma di sicuro sei sotto controllo del Mossad". Magari sì, ma come possono opporsi a che si metta su un sito una rassegna di articoli assolutamente pubblici, per giunta provenienti in gran parte da giornali israeliani in inglese?

O forse il mio capo teme soprattutto la PA, chissà. Ad ogni buon conto, elimino il resoconto di una riunione. Ma non si placa lo stesso (il mio capo).



 

Per fortuna, a sollevarmi un po' dallo sconforto, sento S., ironico: "Ma come, non ti hanno già fatto fuori?". Ha pure ragione. Sono alcuni giorni che, anche per le grane lavorative, mi sono completamente scordata di preoccuparmi delle reazioni palestinesi alla mia presenza qui.

Al convegno dell'Alternative. Al Paradise Hotel, come nell'inverno del 2005. Proprio dall'altra parte della strada, un campo profughi.

Costa - per l'uso della sala e i pasti di due giorni - 25 euro. Per noi europei non è molto, ma le due medico che noi paghiamo ne prendono un po' più di 800 al mese, per un 30 ore di lavoro alla settimana.

Questo significa che i palestinesi partecipanti sono l'élite, non solo in senso politico. Israeliani legati all'Alternative. Non vedo gente dell'ICAHD, né  tanto meno di Gush Shalom. La maggior parte, comunque, sono internazionali, spesso legati a ONG. Saremo in 200. Fra gli organizzatori, Yo. e il dott. Na.. Quando arriva Michel Warschawski si siede in prima fila: il convegno ha la sua benedizione. Sergio è impegnato a trasmettere la conferenza in diretta via internet.

I partecipanti sono più del previsto, e finiscono le cuffie per la traduzione simultanea. Nell'attesa che ne procurino altre, i primi interventi, in arabo, non li capisco affatto. Mi sintetizzano poi il discorso del dott. Na.: ha parlato della dichiarazione di Abbas di indire le elezioni, della divisione fra palestinesi, e delle prospettive per il futuro.

Ameer Makhoul, dell'Ittijah: "Non si parla né di occupazione, né di resistenza palestinese. Mentre i problemi palestinesi non iniziano nel '67: e il '48?"

Jamal Khader, del patriarcato latino, in divisa sacerdotale: "Noi siamo per il BDS - e cioè, per la lotta non violenta. E per la resistenza palestinese".

Durane la pausa, il dott. Na. riassume il suo pensiero: "Ora in un sondaggio Abbas ha avuto il 12% delle preferenze. Il 12% ! Se fossi nella sua situazione, mi sparerei"
 
Michel modera la sessione successiva: "E' in corso un'offensiva per israelizzare, ebraicizzare (to israelize, judeaize) Gerusalemme.

Qui, seduto vicino a me, c'è Neve Gordon. Per la sua presa di posizione per il boicottaggio, è vero che l'università in cui lavora non lo può licenziare. Ma intanto, hanno dato indicazione agli studenti di non frequentare il suo corso e il suo seminario".

Eileen Kuttab, dell'università di Bir Zeit: "Le zone industriali oltre il Muro" (e cioè, sul lato palestinese) "pagano ai lavoratori palestinesi meno del salario minimo israeliano.

A Gaza - come dice Sara Roy, qui si è ottenuto un gigantesco de-development - non c'è un'economia, se non quella legata alle paghe di chi lavora per organizzazioni internazionali. Il resto della popolazione - lo 80% - vive sugli aiuti.

Ci sono comunità che vivono con 20 litri di acqua al giorno. 20 litri: quelli che danno se stai in un rifugio antiatomico, idealmente per pochi giorni. Loro ci devono vivere sempre, e in quei 20 litri ci deve rientrare anche l'acqua per le pecore e le capre.

A Gaza, poi, l'acqua è salata. Amira Hass ha scritto un libro, anni fa: 'Drinking the sea at Gaza'. E ora quella metafora è diventata realtà. Pensate: bere del té che sa di acqua di mare. Ed è proprio così".

Michel presenta Martha Myers, della ONG Care (che, tradotto in italiano, significa 'prendersi cura'): "Martha lavora per una ONG che fa lavoro umanitario. Quando l'ho sentito, ho pensato molto male. Perché a fare aiuto umanitario in quanto tale si finisce come Kouchner: a fare la guerra. Ma Martha è diversa".

Ha ragione. Dice Martha: "Gli aiuti versati dalla comunità internazionale ai Territori Occupati, dal '67 ad oggi, sono enormi. L'assistenza internazionale fa sopravvivere lo 80% degli abitanti di Gaza.

A un certo punto, in Care si è discusso se fare progetti infrastrutturali. Molti dicevano che no, che alle infrastrutture, come le strade e le scuole, doveva pensare l'occupante. Altri dicevano che, per l'intanto, non si poteva lasciare che la gente vivesse sulle discariche.

We are very successful in feeding through the bars of a cage, otteniamo grandi successi nel fornire cibo attraverso le sbarre di una gabbia. E dove gli israeliani non ci lasciano lavorare, rinunciamo. Così, non lavoriamo nell'area C, né a Gerusalemme: erano troppi, gli ostacoli".

Neve Gordon: "Si è parlato del grande volume dell'assistenza ai palestinesi, ma secondo me non occorre preoccuparsene troppo: gli aiuti che arrivano agli israeliani sono 10 volte superiori.

Parlerò di cosa è capitato nei primi dieci anni di occupazione, per far vedere come è diverso da quel che avviene adesso. E sì che anche allora gli israeliani distruggevano case, e torturavano in carcere.

Nei primi dieci anni, con Dayan, lo scopo era aumentare il livello di vita dei palestinesi. Si è vaccinato contro la brucellosi, si è aumentata la terra coltivata, sono stati piantati alberi, si è ridotto il livello di disoccupazione. Dayan ha prolungato i termini di servizio dei mukhtar dei villaggi; i giordani hanno potuto continuare a pagare insegnanti e dipendenti del settore sanitario. Una moneta che circolava era il dinaro giordano. Con tutto questo, si è ostacolata un'economia palestinese indipendente, perché non facesse concorrenza a quella israeliana.

Fate il confronto con oggi. Ora a Gaza, per attuare una punizione collettiva, si taglia l'elettricità.

All'epoca, i palestinesi potevano lavorare in Israele, e lo facevano. Guadagnavano di più che nei territori occupati; ma il fatto che lavorassero in Israele ha fatto aumentare i salari anche in Cisgiordania e a Gaza".

Eileen: "Guidando da Gerusalemme a Ramallah, si vede che non c'è più terreno: tutto è stato preso dalle colonie. Si capisce che due stati non possono esistere. Quindi le possibilità che restano sono solo tre: un genocidio, una pulizia etnica, oppure un solo stato.

Quanto alla PA, è complice dell'occupazione".

Neve Gordon: "Hanno detto che sono coraggioso, ma non è vero. Ho parlato, ma non mi è capitato niente. Mi sveglio al mattino nel mio letto, e posso alzarmi per la giornata. Non ci vuole molto coraggio, per me: gli israeliani askenaziti corrono pochi rischi. I rischi li corrono i palestinesi.
Ma non voglio vivere in uno stato di apartheid. E lo dico anche per me e per i miei figli, non solo per i palestinesi".

Pausa pranzo. Riesco a ritrovare Ni., e gli accenno alle mie infelicità nel lavorare qui. Non pare stupito: "Qui gente legata alla PA si impossessa anche dei ritrovati archeologici, che poi si trovano sul mercato israeliano.

Lo sai quando sono arrivato qui? 4 ore di interrogatorio, mi hanno fatto al Ben Gurion. Uno della 'sicurezza' mi ha detto: "Sappiamo tutto di te, di chi incontri, di chi conosci. Se non collabori, ti rispediamo indietro, con un timbro sul passaporto che ti vieta di tornare per i prossimi dieci anni".

Riprende la conferenza. Salwa, sindacalista di Kav LaOved: "Nelle colonie vige la legge israeliana. Ma i lavoratori palestinesi ricevono da un terzo alla metà del salario minimo che si paga al di là della Linea Verde. Non viene rilasciato loro alcun documento che certifichi il loro lavoro. Se subiscono un incidente sul lavoro, sono licenziati. Il padrone li porta in auto fino al posto di blocco all'ingresso della colonia e li lascia lì; al massimo chiede a un loro compagno di portarli in ospedale, fornendo una motivazione finta del ferimento. E sono 47.000, i palestinesi che lavorano nelle colonie

Majed, che ora rappresenta Defence of Children International, modera la sessione successiva. Si siede fra Dalit Baum, di WhoProfits, e Shir Hever, l'economista dell'Alternative. In tutto questo male, questo palestinese che presenta due israeliani contro l'occupazione allarga il cuore.

Majed: "L'economia palestinese è direttamente legata a quella israeliana. I palestinesi dipendono da Israele, e dal benvolere internazionale.

Ho letto una notizia interessante, qualche giorno fa, su Ma'an: che Israele ora permette l'ingresso nella Striscia di Gaza del caffé e del té. Che vuol dire che fino a qualche giorno fa non arrivavano. Ora la dirigenza israeliana si vanta della crescita economica, e dice che è del 7% in Cisgiordania, ma non a Gaza: perché a Gaza c'è Hamas. Quando l'ho letto mi sono stropicciato gli occhi: vuol dire che vivo in un altro mondo. Questa grande crescita economica, dov'è, che non la vedo? Allora tutti dovrebbero star benissimo, qui".

Dalit: "Si parla di boicottare i prodotti delle colonie, ma questi sono una ben piccola parte, dell'economia dell'occupazione. Non è su quello, che si reggono le colonie.

A costruire le colonie sono due o tre ditte edili. E qui c'è poco da fare, perché non hanno diramazioni all'estero.

Dietro le costruzioni nelle colonie ci sono tutte, dico tutte, le banche israeliane. La banca belga Dexia è diventata Dexia Israel: quindi il Belgio finanzia direttamente l'occupazione, concedendo prestiti a lungo termine alle colonie.

Che non ci sia un'industria palestinese è di beneficio per quella israeliana, che così può usufruire di manodopera a basso costo.

In questo momento, i palestinesi non possono boicottare i prodotti israeliani. Non glielo si può chiedere".

Shir Hever: "Israele paga una quantità di denaro alla PA (ed è solo una piccola e parziale restituzione di quel che si prende nei Territori Occupati), ma dall'occupazione guadagna molto di più.

Le armi sono sperimentate sui palestinesi. E poi sono vendute altrove, proprio in quanto già sperimentate.

Le colonie costano: per l'acqua, le scuole (le classi scolastiche delle colonie ospitano meno scolari di quelle all'interno della Linea Verde, per cui costano molto di più), per le tasse (in quanto i coloni ne pagano di meno), per l'assistenza all'agricoltura, agli ambulatori, per la costruzione delle bypass road, per il budget del COGAT (= Coordination of Government Activities in the Territories), per compensare i coloni evacuati da Gaza, per il Muro (che sta costando 4 volte più del previsto, perché se ne sposta il percorso: se la Corte Suprema decide che un tratto di Muro non dev'essere dove sta, l'IDF lo tira giù.

E dopo un anno lo ricostruisce identico, sperando che la Corte Suprema si dimentichi di intervenire; ed effettivamente è proprio così, 'si dimentica'), per la polizia di frontiera, per l'autorità carceraria...

Il costo dell'occupazione è di 100 miliardi di dollari: dal '67, e quindi non è moltissimo. E, in realtà, è che per i primi 20 anni dall'occupazione Israele ha tratto un profitto.
 

Dalla prima Intifada non più, per via dei costi della sicurezza.

Ora i costi dell'occupazione aumentano del 6% l'anno, mentre l'economia israeliana aumenta dello 1-2% all'anno. Ora costa 7 miliardi di dollari l'anno: equivale al 9% del bilancio israeliano. Ogni colono riceve il 135% di più del comune cittadino, da parte dello stato: e cioè, più del doppio di un cittadino normale. Quindi il costo aumenta tanto più aumentano i coloni.

Ora Israele è il II Paese, nella graduatoria delle diseguaglianze interne (il primo sono gli USA). 20 anni fa, era uno di quelli a più alto tasso di eguaglianza: stava fra l'Olanda e la Finlandia.

Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni fanno salire i costi dell'occupazione.

Ultima sessione, con Ingrid Jaradat, del BADIL, e Omar Barghouti. Ma sono stanca, e vado via prima del termine.

Ingrid: "Goldstone ha chiesto di ampliare il suo mandato, chiedendo che comprendesse i crimini di guerra palestinesi. Sperava che questo fosse quel che Israele volesse. Ma Israele non l'ha fatto passare lo stesso.

E entrando a Gaza, Goldstone è rimasto sconvolto dalle distruzioni: non si immaginava che Israele si fosse comportato nel modo in cui effettivamente si era comportato.

Per la legge internazionale, può sussistere un'occupazione. Questo se è temporanea, come conseguenza di un conflitto armato. Invece, sempre per la legge internazionale, l'apartheid è un crimine; implica discriminazioni razziali per ottenere il dominio di un gruppo etnico su un altro. Qui, la situazione è precisamente una di apartheid".

E così, rifletto, si è risolto il quesito per cui in Israele si può dire che il problema è l'occupazione, mentre è molto più difficile nominare quell'apartheid che qui si vede e si tocca. Mah...