Diario di Paola in Palestina - 23 ottobre

Diario di Paola in Palestina – 23 ottobre

 Cerco di lavorare al computer, prima che arrivi il mio capo in un ufficio. Alle sette di mattina, e fino a dopo le otto, canti religiosi che mi sembrano ecclesiastici, un poco diversi da quelli che si odono in Italia, ma comunque non musulmani. Alle 8 arriva K. in ufficio, e indago: "E' una chiesa?" "No, è una scuola, la scuola siro-ortodossa. Prima i canti religiosi, poi l'inno nazionale". Ah. Se per caso ho da rispondere su 'le persecuzioni dei cristiani in Palestina', questa la racconto.

 

Ma K. ha una preoccupazione più pressante: il suo diabete. "Faccio parte dell'associazione di volontariato per il diabete, e la scorsa settimana è venuto in visita il primo ministro". "Fayyad?" "Sì, Fayyad. C'erano due bambini sotto i cinque anni, e gli hanno presentato una petizione per aver le pompe per l'insulina," (nota: servono per il diabete scompensato) "chissà se le darà. Ma il nostro sistema sanitario è un fallimento. Per fortuna ci aiutano i finlandesi: hanno finanziato, e finanziano ancora, i campi estivi, per ragazzi diabetici e non diabetici.

E poi, gli ho presentato io una petizione, per poter lavorare come guida turistica. Ho l'attestato dell'università di Betlemme, sono abilitato a farlo. Ma pongono ostacoli su ostacoli, mi rimandano da un ufficio all'altro; manca sempre un documento. E sì che gli ho detto che ho carichi famigliari, che pure mio padre ha il diabete ed è ricoverato in ospedale in Giordania per una frattura e un ictus". Non sembra nutrire molte speranze, K., di ottenere finalmente questo permesso. "E il mio record securitario è a posto", assicura. Certo che ad immaginarsi questo cinquantenne malato come militante di Hamas, e magari armato, ci vuole una bella fantasia. Il tutto però lascia la penosa impressione di un sistema feudale, in cui le cose si chiedono per favore e non per diritto, e dove l'unica speranza è la carità internazionale. Mah...

Arriva il capo, e mi legge una sua mail. "Dice il consolato italiano che gli internazionali 'è meglio per loro che escano da Gaza'. Chissà cosa stanno per fare, lì".

Vado con M. a cercare risposta ad alcuni quesiti. Capisco poco, perché l'interlocutrice di M.. parla quasi solo arabo; ma l'essenziale è, secondo M., che protocolli per l'educazione sanitaria non ce ne sono. Questo significa che potrà seguire il percorso che preferisce (come è da settimane, peraltro, che ci spiega).

In auto, accende la radio. C'è il giornale radio, e sento due volte 'Israelis'. E', mi spiega più tardi, radio Betlemme; e la notizia è che gli israeliani hanno fatto arrivare in Palestina cibi avariati. Di nuovo, mi pare improbabile che radio Betlemme, a cui gli israeliani hanno ridato il permesso di funzionare, sia di Hamas; né di Hamas può essere M., per il solo fatto di lavorare per un'ONG. Ma il tipo di discorsi che girano è comunque questo.

Andiamo al Holy Family Hospital, gestito dall'Ordine di Malta. Pulitissimo, moderno e ad alta tecnologia; migliore persino degli ospedali torinesi. Tengono Mobile Clinic in alcuni dei villaggi in cui si reca pure il DiSvi, con un medico, un'ostetrica e un ecografo; e per i beduini tutti gli accertamenti e le cure sono gratuite.

Il direttore dell'ospedale, fierissimo, ci mostra una tabella appesa al muro: tiene a evidenziarci che i parti nel Holy Family Hospital sono aumentati, e sono ora di più di quelli che avvengono negli ospedali della PA (ove i parti si sono, manco a dirlo, ridotti). Questa vittoria del privato sul pubblico mi lascia un'impressione di disagio. Va detto che, dalla medesima tabella, risulta che i parti in casa, intanto, sono ormai solo più il 16% del totale.

Ultima tappa, il Ministry of Health. Dove ci garantiscono ripetutamente di non aver alcun programma per l'educazione sanitaria.

Vado a comprare viveri al più vicino negozio di alimentari, quello in cui il proprietario parla italiano. "Ci sono bus domani, per Gerusalemme?" "Certo, ci sono sempre". "Ma domani è venerdì". "E allora?" Scusi, scusi. E' in Israele, il 'baluardo della democrazia contro il fondamentalismo', che non girano i pullman di sabato.

Passa a prendermi il dottor Naim: andiamo a cena da Daniel, a Ramallah. Naim si fa raccontare cosa faccio da quelle parti; e ridiamo molto, di un MoH che non riesce a stabilire se le gravide paghino o meno le visite e le cure - quasi che la gravidanza fosse una malattia rara, di cui in Palestina un medico vedesse sì e no due casi in dieci anni.

Passiamo tre posti di blocco. Ma il dottor Naim paiono conoscerlo, perché i soldati lo lasciano passare senza chiedere documenti.
All'ultimo, Qalandyia, una coda infinita.

Riesco a farmi raccontare un po' di come vede la situazione: "E' un disastro, un disastro. Speravamo in Obama, ma non riesce a mantenere quel che aveva promesso. Per cui siamo punto e a capo. E Abbas aveva promesso che non avrebbe trattato, se non si fosse fermata la costruzione nelle colonie, e invece, eccotelo a Washington. E Fayyad.... e non è che a Gaza vada meglio. Toccherebbe fare un'altra intifada, la rivoluzione, contro quelli che ci comandano: Fatah, Hamas, e pure la sinistra. Noi, società civile, possiamo solo cercare di difendere il nostro popolo, e dire no".

Più tardi, a casa di Daniel, chiarisce meglio cosa significa questo no: "Ormai, siamo tutti per 'due popoli due stati', per l'iniziativa di pace araba. Ma il problema è che chi ti convoca per incontri molto spesso cerca di farti cedere, di ammorbidire le posizioni palestinesi partendo dalla società civile - e cioè da noi - a partire dal diritto al ritorno dei profughi.

Ma non possiamo cedere un diritto che non è nostro, ma dei profughi.

E non possiamo trattare, come società civile, questioni che invece vanno trattate a livello politico. Poi lo sappiamo, che non è che cinque milioni di profughi torneranno in Israele: quelli in Giordania, staranno lì. Torneranno i profughi in Libano e in Siria.

Ma lo scopo è di portare avanti l'iniziativa di Ginevra: che dice che i profughi non tornano. Ma non spetta a noi dirlo.

Lo scopo di questi è la normalizzazione. Invece occorre dire no, che una cosa è l'occupante, l'altra l'occupato. E dire no a incontri in cui i palestinesi li umiliano - come è capitato ai nostri ragazzi a Neve Shalom. Poi, si sa dove ti vogliono portare: a sostenere il centro Peres".

Intanto è arrivato anche Youssef, ed è una bella sorpresa. "Ma ci vediamo sabato alla conferenza dell'Alternative", è la conclusione. Almeno questo contatto fra israeliani e palestinesi regge.