Diario di Paola in Palestina - 21 ottobre

Diario di Paola in Palestina - 21 ottobre


Ieri, lavoro in ufficio. Dovevo compilare un report ad uso di un alto dirigente della sanità palestinese, R.. Il capo progetto non era mai soddisfatto del risultato (probabilmente aveva ragione lui. E' che a me non è mai capitato di dover presentare report ad aspiranti ministri).

Oggi è nuvoloso. K., arrivando in ufficio: "Magari piove. Speriamo, inshallah". Speriamo che questa volta Dio lo voglia per davvero.

Riunione in ufficio per l'educazione sanitaria. Si presenta uno che lavora per la ONG spagnola denominata (in spagnolo) 'Azione contro la fame'. Sacrosanta. Solo che, anche così, ci si rende conto di quanto siano innumerevoli le ONG che lavorano qui, e di quanto spezzettato sia il sistema.

Il capo progetto attendeva da tempo di incontrare un personaggio molto importante, il Direttore generale dell'assistenza sanitaria di base e della sanità pubblica, dott. R... Il capo progetto gli telefona alle 12: all'altro capo del filo, qualcuno gli risponde che l'appuntamento è alle 12.30. E se non avesse telefonato?

Ci mettiamo in moto ovviamente in ritardo, e siamo in auto quando ci telefonano: "Cosa state facendo? Vi stiamo aspettando!"

R. è in giacca e cravatta. La sua stanza è piena di persone; ma solo una è donna
Riceve un certo numero di telefonate. In una, risponde ad alta voce 'yahud'. Mi sa che, anche stavolta, significhi 'israeliani'.

Il capo progetto dettaglia lo stato di avanzamento dei lavori per rendere funzionanti gli ambulatori. A Kisan, nell'edificio su cui pende una minaccia di demolizione, si è riusciti a far arrivare l'acqua, ed ora sono state installate persino le porte (!).

R. insiste perché si propagandi meglio l'attività: "Occorre riunire i mukhtar dei villaggi, e convincere loro. Perché se a qualcuno di loro resta un dubbio, finisce che nessuno nel villaggio va poi a farsi visitare. Per esempio, se corre voce che gli ultrasuoni ammazzino il feto, poi nessuna gravida va poi a fare l'ecografia". "E' proprio così", assente F., la medico della zona di Betlemme, seduta alla mia sinistra. "Poi", continua R., "il mukhtar ne parlerà con la leader delle donne del villaggio, e convincerà lei; questa parlerà a tutte le altre"..

Riusciamo per fortuna a raggiungere un parziale accordo con R. sulla spinosa questione dell'assicurazione sanitaria, di cui la stragrande maggioranza dei beduini sono sprovvisti. "Intanto", dice, "non pagano alcunché quelli con malattie che sono un rischio per la salute pubblica. Chi ha la scabbia oppure una malattia infettiva, non paga. Non pagano le donne in gravidanza...".

Lo interrompono N. e Mo., rispettivamente direttori del dipartimento sanitario per il sud di Hebron e del dipartimento di Betlemme: "No, le gravide pagano". Poco confortante situazione per cui nemmeno nell'ufficio del MoH sanno se in gravidanza - status qui ancora più frequente che in Italia - si paga o meno....

Riprende R., questa volta senza incontrare opposizioni: "e non si paga per le cure neonatali." "Sì", lo interrompe F., "ma un bambino con la tonsillite o la bronchite paga, e come". R. è costretto ad assentire. "Sì, ma i casi acuti non pagano. E voi classificate tutti i pazienti come casi di emergenza, oppure come questione sociale o di salute pubblica: così non pagano. Però non chiedetemi di scriverlo. Vi coprirò quando lo fate, ma scriverlo non posso". Beh, meno male, un po' di ragionevolezza si respira persino al MoH.

Poi, rivolto al capo progetto e a me: "La PA ha deciso che per i casi di emergenza - guerra, villaggi circondati dal Muro - i pazienti si possono trattare senza richiedere un pagamento". Si tratta quindi di estendere, chiudendo un occhio, un provvedimento già preso. E, rivolto a F.: "Così resta solo il problema dei cronici. Questi devono fare l'assicurazione sanitaria, e punto. Tanto costa poco".

Dopo qualche secondo ci ripensa, e, rivolto al capo progetto: "Ma non è che dell'assicurazione sanitaria potreste farvi carico voi?" "Noi come DiSvi?" è la risposta, piuttosto stupita. "Mah, non necessariamente. Magari chiedendo aiuto a donatori. Ci sono tanti, in Italia, che vogliono aiutare i palestinesi". "Ci pensiamo", gli risponde. E gli chiede se è possibile far sì che un impiegato del Ministry of Labour o del Ministry of Social Affairs possa recarsi, magari accompagnato da noi, nelle aree beduine, per rilasciare il certificato di nullatenenza, che permette di avere l'assicurazione gratis. Ma la risposta è negativa. "Chi non ha un lavoro deve andare al Ministry of Labour e dimostrare di essere disoccupato", sostiene R.. Mi sa che chi non ha un lavoro non ha i mezzi per raggiungere la città, ma convincere R. è un'impresa superiore alle mie forze.

R. dichiara chiusa la riunione, e usciamo. Sono piuttosto tesa.
Mi chiede il capo progetto: "Cosa ne pensi, di far sì che siamo noi a pagare l'assicurazione sanitaria? Ti convince?" "Mah, mica tanto. Così va a farsi benedire quel che dicevi tu, della sostenibilità. Poi, passati i due anni di durata del progetto, il DiSvi si ritira, e questi sono punto e a capo".

Il capo progetto cerca un mouse per il suo computer. Guardiamo i computer in vetrina; ma non si vedono i prezzi. "Tanto costano di più che in Italia", dice lui: "è per il sovrapprezzo doganale israeliano"

I computer esposti - anche i modelli per bambini - hanno sulla tastiera e i caratteri arabi e quelli ebraici. D'altra parte le auto non si fanno problemi ad esporre sul retro la scritta 'Shomer merahok', qualcosa del tipo 'Attenzione', in ebraico.

Al ristorante, davanti a un enorme piatto di insalata greca, mi racconta che domani ci sarebbe una riunione alla Cooperazione italiana: "E' per i progetti a Gaza. Ma tanto il DiSvi non ha presentato domanda. Ad ogni modo, il governo italiano chiede che si facciano progetti in cui entrino nella Striscia pochi materiali da costruzione..." "... in modo che possano passare l'inverno al freddo", termino io.