Il sogno suburbano dei palestinesi

Lampnet.org
18.09.2009 

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“Anche i palestinesi hanno un sogno suburbano”
 
di Jason Koutsoukis

BASHAR Masri è un uomo con una visione. Dalla cima di una collina battuta dal vento circa 10 chilometri a nord di Ramallah, Masri indica il tratto in cui dovrebbe scorrere la via principale della futura città di Rawabi. “Sarà la prima volta nella storia del popolo palestinese che ci progettiamo una nostra città”.
Portata a termine, Rawabi (in arabo significa “ colline”) metterà a disposizione case per il ceto medio di cui sinora i palestinesi non avevano alcuna possibilità.
Lontano dal trambusto di altri centri come Ramallah, Hebron, o Gerusalemme Est, la vita a Rawabi promette il tipo di tranquillità che si potrebbe cercare nella valle di Yarra. Piccoli complessi di edifici ad appartamenti e palazzine, divisi da prati ben tenuti e percorsi fra gli alberi: uno stile di abitazione moderno profondamente palestinese.
Ma fra Masri e la sua visione ci sono tre ostacoli.


“Quando abbiamo presentato per la prima volta il progetto, ci dicevano non ci riuscirete mai. Così ci siamo messo attorno a un tavolo a fare l’elenco delle difficoltà, una per una: ne abbiamo contate più di cento” ricorda Masri. “Ma adesso le abbiamo risolte quasi tutte”.
Quelle principali sono, una, convincere Israele, formalmente occupante della West Bank, ad approvare la costruzione della strada per Rawabi, amministrata dall’Autorità Palestinese. “Se è una strada ad amministrazione israeliana significa la possibilità di posti di blocco in qualunque momento, cosa che farebbe naufragare il progetto”.
C’è anche bisogno che Israele rifornisca d’acqua la nuova città. Il terzo grosso ostacolo è che l’Autorità Palestinese investa nelle infrastrutture necessarie alla popolazione. “Cose come scuole e altri edifici pubblici, quando non ci sono è piuttosto difficile convincere la gente ad abitare in un posto”.

Sinora i segnali sembrano positivi. Rawabi è sostenuta entusiasticamente dal governo israeliano di Benjamin Netanyahu, che ha vinto le elezioni tra l’altro promettendo un miglioramento della qualità economica della vita dei palestinesi.
Il progetto è anche fortemente sostenuto dall’Autorità Palestinese dal punto di vista delle facilitazioni normative, anche se Masri è esasperato dalla mancanza di appoggio dei paesi donatori di tutto il mondo, che pure finanziano l’Autorità.
Masri, 48 anni, è ingegnere chimico, socio di maggioranza del conglomerato Massar, e lavora sull’idea di Rawabi dal 2007.
La prima sfida è stata quella di comprare i terreni per la realizzazione del progetto, frammentati per centinaia di anni fra moltissimi proprietari, tra il dominio ottomano e quello giordano. “la ricostruzione di queste proprietà è stata una specie di viaggio nella diaspora palestinese. Abbiamo trovato persone in tutto il mondo che possedevano qualche piccolo pezzo di quella terra”.

Dopo averla comprata, ha una visione più chiara di cosa potrà essere – e cosa invece non sarà – il suo progetto. “Facendo una ricerca di mercato sui desideri delle persone, abbiamo rilevato che il 94% non voleva che somigliasse a un insediamento ebraico” racconta Masri. Ovvero niente tetti rossi, e edifici di forme e dimensioni diverse. “La cosa caratteristica di quegli insediamenti è che sono fatti di file uniformi di casette, così abbiamo cercato di costruire il progetto per Rawabi nel modo più diverso possibile”.
Ci sono cento persone che ci lavorano a tempo pieno, fra pianificazione e progettazione della città, infrastrutture e questioni legali e normative; Masri dice che è pronto a partire coi cantieri appena superati gli ultimi tre ostacoli.

La prima fase di realizzazione riguarderà case per 5.000 persone, e via via a crescere sino a 40.000. Con dimensioni medie degli appartamenti a 140 metri quadrati, e prezzi fra gli 85.000 e i 90.000 dollari, Masri racconta che sono già migliaia i potenziali acquirenti che si sono dichiarati molto interessati.
“La vita cambia per la nuova generazione di palestinesi. La nostra sfida principale è la pace con Israele. Una volta conclusa quella, il nostro peggiore nemico si trasformerà nel migliore amico.
“Gli uomini d’affari israeliani conoscono molto bene il potenziale della forza lavoro palestinese. Possiamo diventare la porta verso il resto del mondo arabo”

(tradotto da Fabrizio Bottini)