L'imboccai come fosse un uccellino.

Haaretz.com

10.09.2009 

http://www.haaretz.com/hasen/spages/1113810.html  

“L’imboccai come fosse un uccellino.” 
 
di Amira Hass 

Dopo otto mesi dacché i soldati delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) avevano ucciso Atiyeh Samouni, di 46 anni, e suo figlio Ahmed, di 4 anni, nella loro casa nel quartiere Zeitoun di Gaza City, i reparti operativi dell’esercito stanno ancora esaminando l’incidente. In un rapporto, l’Ufficio del portavoce dell’IDF ha dichiarato: “La procedura dell’inchiesta è complessa in quanto coinvolge un gran numero di fattori, che richiedono naturalmente del tempo.”



Questo è probabilmente il motivo per cui l’IDF non ha risposto alle precise domande fatte da Haaretz – del tipo se Atiyeh Samouni fosse un membro riconosciuto di una organizzazione militare e se i soldati gli avessero sparato da casa sua o dalle case circostanti. 

Ufficiali dell’esercito, che insistono sull’anonimato, insinuano che sia stata proprio la richiesta di informazioni fatta ad aprile da B’Tselem a costringere l’IDF a prendere in esame l’episodio e non i numerosi articoli dei mezzi di stampa sullo stesso fatto. Anche altri 21 membri della stessa famiglia allargata, tra i quali 9 bambini di età compresa tra 6 mesi e 16 anni, rimasero uccisi quando l’IDF bombardò una struttura nella quale i soldati li avevano ammassati il giorno prima. Gli ufficiali hanno raccontato ad Haaretz che essendo stata inoltrata la richiesta di informazioni da parte dell’organizzazione per i diritti umani non prima della metà del mese di agosto, essa “non era stata inviata ancora ai reparti operativi.” 

L’8 maggio, in casa dei suoi genitori che abitano nel quartiere Sajaiyeh di Gaza City, Zeinat Samouni ha raccontato a Haaretz: “Sabato [il 3 gennaio 2009], c’era un gran sparare dal mare e dagli elicotteri. Uno shrapnel colpì la casa, i recipienti dell’acqua vennero perforati, l’acqua si riversò fuori, le colombe entravano e uscivano dalla piccionaia, terrorizzate. Dovemmo promettere ai bambini che l’avremmo aggiustata. Sabato mattina di buon ora cominciammo a dirci l’un l’altro, ‘Lode a Dio, siamo scampati senza incidenti a tutto questo.’ Io non potevo preparare il cibo a causa della gran paura e per gli spari, ma i bambini erano affamati. Avevano pane e acqua. In cucina, arrostii delle melanzane sul carbone, perché non c’era gas. 

“Non dormimmo tutta la notte, neppure i bambini. Eravamo diciotto in una stanza, noi con i nostri figli [dai 15 giorni fino ai 12 anni], nonché la prima moglie di mio marito, Zahwa, con i suoi sette figli [il più vecchio ha 23 anni]. Loro erano giunti la sera precedente perché avevano avuto paura di rimanere nella loro baracca di latta. Udimmo mia cognata, all’esterno, gridare il momento in cui nella sua casa si sprigionò un incendio dopo che questa era stata colpita da una granata. Erano circa le 6 del mattino.  Le sole sue grida mi spaventavano.” 

Samouni ha proseguito: “I soldati cominciarono a muoversi tra le case e a sparare. Li sentimmo parlare in ebraico. Noi tutti iniziammo a gridare e a piangere. Solo mio marito disse che non avremmo dovuto aver paura e che avremmo letto il Corano. Lasciammo la porta d’ingresso aperta così loro non l’avrebbero abbattuta con l’esplosivo ed avrebbero potuto vedere che qui c’erano dei bambini. Loro entrarono direttamente nel soggiorno; noi eravamo nella stanza dei bambini, dall’altra parte. [I soldati] apparivano terrificanti. I loro volti erano anneriti con il carbone ed avevano grossi elmetti con dei rami. Eravamo tanto spaventati che gridammo.” 

Mahmoud Samouni, di 12 anni: ”Erano del Givati” – un battaglione di fanteria. 

Zeinat Samouni: “Tutti noi urlammo. Atiyeh si alzò per rivolgersi ai soldati e parlare loro. Lui sapeva l’ebraico. Ahmed lo seguiva piangendo: papà, papà. Atiyeh gli disse, non aver paura. 

“Mio marito si avviò verso i soldati con le mani alzate. ‘Eccomi, Khawaja [espressione per indicare un non- musulmano]. Aveva pronunciato appena una parola quando loro gli spararono. Non era di certo uno che aveva sparato. Atiyeh se ne stava sulla porta della stanza dei bambini,[i soldati] potevano essere distanti un metro da lui. Loro continuarono a sparare dentro la stanza dove eravamo noi. Ahmed venne colpito alla testa e al torace, Kahwa nella schiena. Pure i suoi figli Faraj e Qanan vennero colpiti, e mio figlio Abdallah [di 10 anni] fu colpito alla testa e al fianco, così pure Amal [sua sorella gemella]. 

“Noi tutti siamo stesi sul pavimento. Dopo forse un quarto d’ora gridai ai soldati, ‘Ktanim,Khawajam, ktanim’ [“piccolini”, in ebraico], e loro cessarono di sparare. Vidi un soldato sputare due volte su mio marito. Poi entrarono nella stanza dei bambini e nella mia camera da letto dove cominciarono a distruggere i mobili e a lanciare qualcosa [probabilmente una granata assordante], tanto che la camera si riempì di fumo e si sviluppò un incendio e, nella stanza, tutto fu perduto – abiti, documenti, denaro. 

“A causa di tutto quel fumo e dell’incendio ricominciammo a gridare, e di nuovo dissi ‘Ktanim,ktanim,’ pregammo, leggemmo il Corano e tossimmo. Non riuscivo a vedere i bambini a causa del fumo. I soldati indossarono maschere anti-gas, illuminarono il posto con la luce dei loro fucili, e si rivolsero in ebraico. Noi stavamo piangendo ed i bambini  stavano si facendo la pipì addosso, nei pantaloni, mentre i soldati sghignazzavano. Alla fine dissero, ’Venite, venite,’ e ci portarono fuori. Sputarono di nuovo su mio marito. Guardo la pozza di sangue sotto la sua testa e un soldato punta il suo fucile contro di me. Fuori c’erano soldati che sparavano. I miei figli ed io uscimmo, scalzi, con le braccia alzate. Fahed, figlio di Zahwa, portava Ahmed. Dissi ad un soldato che volevo prendere mio marito. Mi disse di no. Fuori vidi molti soldati. 

“Amal corse a casa dello [zio] Talal, ma i soldati ci impedirono di seguirla. Camminammo lungo la strada asfaltata [ad oriente, verso Salah al-Din Street]. Io non avevo notato nulla, e improvvisamente tutti si fermarono. Risultò che nella casa di Sawafiri c’era una postazione di cecchini. Loro intimarono ai figli di maggiore età di mio marito di togliersi le magliette e di girarsi, poi gli ordinarono di andare a Rafah [ a sud] Noi proseguimmo ed entrammo nella casa di Majed [Samouni, un altro parente]. Guardai Ahmed; i suoi vestiti erano ricoperti di sangue e vidi due grandi fori nella sua testa. Gli feci la respirazione bocca-a-bocca per farlo rinvenire, strillai, chiesi un’ambulanza. La sua bocca era secca. Inumidii le sue labbra con la saliva e poi con l’acqua che mi aveva portato Majed. 

“Strappammo un lenzuolo per farne delle bandiere bianche, per poter uscire. La moglie di Majed era incinta e cominciò ad avere le doglie. Sua madre ed io l’aiutammo a partorire. C’erano circa 40 o 50 di noi. I bambini erano affamati. Majed portò la pita, le olive e i pomodori che c’erano in casa. Chiesi ad Ahmed se voleva mangiare e lui sussurrò, “Sì…..mamma,” così gli detti dei piccoli pezzi di pane bagnati con l’acqua. Lo imboccai come se fosse un uccellino. Per tutto il tempo il sangue continuò a scorrere, ogni cosa ne era intrisa. Di sera mi disse.’Voglio condurre te e papà in Paradiso.’ Continuai a portare asciugamani per assorbire il sangue, e andai con il pensiero ad Amal e al corpo morto di mio marito. 

“Ahmed morì attorno alle 4:30 o alle 5 del mattino [del 5 gennaio]. Urlai e chiusi i suoi occhi. La ragazzina di Salah venne a dirci che un proiettile era caduto sulla casa di Wa’el [un parente], che il tetto era crollato e che tutti erano ricoperti di sangue e stavano gridando. Raccontò che tutti erano scappati per andare nella città. Dissi che in quel caso tutti avremmo dovuto abbandonare il quartiere. 

“Partimmo, sia i grandi che i piccoli, con Fahed che trasportava il corpo di Ahmed e noi tutti che reggevamo bandiere bianche. I soldati sul tetto della casa di Sawafiri cominciarono a sparare non appena uscimmo e c’erano anche spari provenienti da un elicottero e dal un carro armato [sulla Salah al-Din Street]. Noi stavamo gridando e piangendo. Continuammo a camminare, a piedi nudi, fino alla fabbrica della Star Cola. Un po’ più tardi arrivò un’ambulanza. Ci chiesero se c’erano dei feriti. Dissi che dietro di noi ce n’erano alcuni che potevano appena camminare. 

“Eravamo circa 300 persone, ognuna con la bandiera bianca ed alcune con delle borse di plastica perché non erano riusciti a trovare uno straccio bianco. Il personale delle ambulanze si scusò per non poter venire, in quanto i soldati sparavano alle ambulanze. Ci condussero allo Shifa Hospital. Misero Ahmed accanto agli altri che erano stati uccisi e là vidi la famiglia di Talal e tutti loro stavano piangendo. Poi notai i morti e cominciai a riconoscerli. Girovagai per il Shifa come una pazza, cercando Amal. Loro mi raccontarono, ‘Eravamo tutti nella casa di Talal quando i soldati ci portarono in quella di Wa’el che venne colpita da un proiettile e ci trovammo tutti chi morto chi ferito.’ 

Non riuscivo a trovare Amal. Arrivò mia zia, cominciò a piangere e poi disse, ‘Rashad è morto e Talal è morto, Rahma è morta e Safa è morta, Mahmoud è morto e Hilmi è morto, Leila è morta e Tawfiq è morto e Walid e Rebab – l’abbracciai e gridammo insieme. Uomini e donne si radunavano attorno, piangendo insieme a noi. 

"
Tolsero mio figlio Ahmed dal letto e lo misero nel frigorifero, ed io, dietro a loro, che sto gridando. Dei giovani stanno trattenendo me che sto dicendo di voler entrare anch’io, insieme a lui, nel frigorifero. Il frigo era pieno. C’erano così tanti  morti da non poter mettere neppure Ahmed in un vano separato, ma sul fondo. Con Mu’athazam e Mohammed. Poi arrivò un parente e ci portò nella sua auto. Non sapevo ancora di non aver più una casa dove ritornare [l’IDF la demolì prima della ritirata]. Non sapevo ancora dove fosse Amal e che cosa le fosse accaduto.” 

(tradotto da mariano mingarelli)