Con la Palestina nel cuore: il ritorno di Bassam

Tornando sulla mia terra 
Piccolo racconto di un breve ritorno nel mio paese natale
di Bassam Saleh


 Premessa
Ansia e preoccupazione, mi hanno accompagnato per due settimane, prima ancora di decidere di partire. Non era una partenza da girino. Dovevo andare nella Palestina occupata ad assistere al sesto congresso di Fatah che si terrà a Betlemme. E’ da mesi che sto pensando a questo viaggio. Inquieto, perplesso dalla scelta del luogo, avevo espresso la mia contrarietà duramente e pubblicamente, e questo, forse, era una delle cause della mia preoccupazione. È un stato d’animo, difficile da descrivere. Presa la decisione, ho prenotato una settimana prima, in modo di permettermi di passare qualche giorno a casa con la mia famiglia in Giordania, ed anche, per precauzione, nel caso che le autorità di occupazione mi respingessero indietro, come era già accaduto anni fa, potevo passare una settimana in famiglia. Gli amici, i compagni malgrado le loro preoccupazioni e paure, mi sono stati molto vicino, con i loro consigli e raccomandazioni: farci saper ogni tuo spostamento, ti seguiamo minuto per minuto. Il mio non è un viaggio normale. È un tentativo di tornare nella mia terra natale, dopo 43 anni di obbligatoria assenza. È un sogno che sta per realizzarsi. Gran parte della mia famiglia era preoccupata e contraria, toccava a me convincerli, quanto era importante per me rivedere il mio paese, il villaggio dove sono nato; poteva essere l’occasione per il diritto al ritorno, almeno uno della famiglia, con la cittadinanza italiana, possa avere la possibilità, di ritornare.. ogni tanto.
 

 

Confine.
È una giornata calda afosa, già dalle prime ore del quel mattino del 29 luglio, quando l’autista del pullman accende il motore, e mette l’aria condizionata, e si avvia verso il confine. Quarantacinque minuti e siamo sulla parte giordana del confine, quarantacinque minuti di sensazioni, di emozioni, di sentimenti diversificati, il battito cardiaco rimbomba, ho il timore che qualcuno percepisca le mie paure e allora attacco una conversazione con il mio vicino, giusto per dire quanto è corto questo viaggio e quanto sono vicine le distanze, in attesa che le guardie di frontiera ci diano il permesso di scendere. E la guardia appena arriva sale e comincia a ritirare i nostri passaporti, li conta, ci conta, e ci invita a scendere. Finalmente! Qualcuno ci offre da bere, acqua e caffè ( sada) amaro, e una sigaretta, giusto per sbuffare e allontanare l’ansia insieme al fumo. Giro fra le persone, siamo tutti palestinesi, ma veniamo da paesi diversi: Italia, Egitto, Qatar, Austria, Giordania, Libia, chi ha il permesso israeliano (il visto) per entrare nei Territori Palestinesi, e chi non sa, come il sottoscritto, se potrà entrare o dovrà fare marcia indietro all’ultimo momento, anche se ho avuto delle assicurazioni che c’è un coordinamento tra l’autorità palestinese e quella israeliana per farci entrare senza problemi. Dopo quasi due ore e con un sospiro di sollievo, finiscono le procedure doganali giordane. Di nuovo nel pullman in marcia verso l’altra punta del ponte Allenby, controllata dagli israeliani. Questo ponte, rappresenta tutta la storia dei profughi palestinesi usciti a seguito della Guerra dei Sei Giorni del 1967. Era costruito in legno, ora è un vero ponte di cemento e ferro sul fiume Giordano. Tanti hanno visto la vera tragedia dei palestinesi attraversare questo ponte per finire nei campi profughi in Giordania. Era l’immagine della vittoria israeliana, e della sconfitta dei regime arabi. Ora è semplicemente una frontiera de facto, fra la Giordania e “Israele”, anche se il territorio è sotto il controllo dell’ANP. Ma qui si vedono solo gli israeliani. Quante cose tornano alla mente; l’immagine di donne bambini e vecchi uomini in attesa, sotto un sole cocente d’estate o nel freddo invernale, che i soldati israeliani  diano loro il permesso di entrare o di uscire, dalla loro terra. Quanta umiliazioni alla specie umana sono avvenute su questo ponte!! Si ferma il pullman e anche i miei pensieri. Fuori c’è un gruppo di militari che guardano i nuovi arrivati. Uno di loro fa un segno e l’autista apre lo sportello e scende, noi restiamo ancora seduti nelle nostre poltrone. Vedo che alcuni operatori iniziano a scaricare i nostri bagagli e li mettono in fila. Terminata questa operazione ci viene dato il permesso di scendere. Fa caldo e c’è molta umidità. Scendo e per la prima volta – dopo 43 anni - i miei piedi toccano questa terra. Mi viene da piangere, trattengo il respiro e dico no, non sono entrato ancora, questa è una zona franca. Ma il cuore mi tradisce e batte forte, una ventata di vento caldo, quasi quasi ti asciuga il sudore e ti toglie l’umidità di dosso. Prendo la mia valigia, sotto gli occhi vigili di un soldato e mi avvio per mettermi in fila. Passaporto in mano attendo il mio turno. Il primo controllo è una registrazione dati, riprendo il mio passaporto, annoto lo stupore sulla faccia della ragazza soldatessa come dire ma che fa un italiano in mezzo a questa gente!!. Metto la valigia sul nastro per il controllo, e tolgo tutto ciò che è metallo dall’orologio alla cintura, svuoto le tasche dalle monete, cellulare e macchina fotografica infilo tutto nello zaino e lo faccio passare insieme alla valigia. Fatto questo, passo anch’io sotto il metal detector. Questa mia precauzione, la faccio sempre quando viaggio, per evitare stupidi controlli aggiuntivi, che spesso ti fanno togliere anche le scarpe, come è successo con altri. Di nuovo in fila per il controllo passaporti, è sabato, e qui normalmente non si lavora, gli addetti alla sicurezza hanno fretta di finire e andarsene a casa. La maggior parte del gruppo entra senza problemi, altri con una attesa di venti/ trenta minuti, tocca a me, presento il passaporto, qualche istante e la domanda già sentita qualche anno fa: è la prima volta che viene qui? Sì, rispondo. E vuole andare a Gerusalemme? Ci penso un attimo, e dico perché no, si voglio andare a Gerusalemme. Alla mia affermazione mi viene chiesto di mettermi da parte e attendere. La ragazza, bella e bionda, lascia la sua postazione, con il mio passaporto e si dirige verso una altro sportello, dove lo consegna, e ritorna al suo posto chiamando il prossimo. Cerco di attenuare la mia rabbia, parlando con i compagni cercando di capire se sono preoccupati come me, e trovo una grande solidarietà, che mi ha sollevato l’animo. Dopo di me altri sono stati invitati di attendere. Uno di questi è un compagno e amico, Yousef, ha il passaporto giordano e il visto, anche lui viene invitato ad aspettare. Cerco di domare la mia rabbia interiore, scherzando con Yousef, dai se non ci fanno entrare torneremo in Giordania, facciamo i turisti, andiamo a Petra, al Mar Morto, e poi facciamo una conferenza stampa e denunciamo tutti, Abu Mazen e gli israeliani, ridendo con amarezza. Sentivo che è passato un lungo tempo di attesa, allora vado a parlare con l’addetto alla sicurezza, un giovane tranquillo, parla perfettamente l’arabo, e gli chiedo che fine ha fatto il mio passaporto, mi guarda curioso, perché chi l’ha preso? Io gli rispondo: guarda che sta nell’altro ufficio e mi dirigo verso lo sportello dei servizi, mi segue e si mette a parlare in ebraico con chi sta dentro. Mi guarda con un sorriso, dicendomi, che devo aspettare qualche minuto ancora. Continuo la mia attesa, ormai siamo rimasti in pochi, quattro o cinque persone. Mi sono distratto chiacchierando con l’ambasciatore palestinese in Libia, rimasto anche lui fra gli ultimi. Sento qualcuno chiamare il mio nome, era la ragazza bionda, vado di nuovo al controllo passaporti, e mi domanda se sto insieme a tutti gli altri, si, rispondo, e la prego di non mettere il timbro sul passaporto, mi allunga un foglietto da compilare e glielo riconsegno compilato subito, lo timbra e me lo ridà  con un sorriso, prego. Ora posso entrare mi domando. Però, penso un attimo, che Yousef, ancora sta aspettando. Preferisco aspettare il mio amico e gli rimango vicino, dobbiamo entrare insieme, altrimenti non entro neanche io. Mi si avvicina l’uomo della sicurezza, e domanda che problema c’è. Io rispondo che non posso entrare senza di lui, aspetto con lui. Ma non poi aspettare qui aspettalo fuori, e io continuo a dire no io aspetto qui dentro. Interviene uno della sicurezza palestinese, che mi tranquillizza che sono rimasti solo tre e tutti entreranno in poche minuti, interviene pure l’ambasciatore che è stato l’ultimo del gruppo, a garantire che sarà vicino al mio amico. Accetto, esco fuori cerco un bar, compro due bottiglie d’acqua, e torno dalla sicurezza, e dico per favore dai questi ai signori che sono rimasti là. Avevo gli occhi pieni di lacrime incontrollati, piangevo in silenzio, volevo inchinarmi a baciare la mia terra la terra di Palestina, ma mi sono trovato Yousef  dietro, e ci siamo persi in un abbraccio pieno di lacrime, finalmente,anche se per pochi giorni, siamo nella terra che abbiamo e continuiamo a sognare. In tutti i tempi d’attesa, ai confine, c’è una persona che ha vissuto con me quasi in diretta, con una partecipazione telefonica, emotiva e coinvolgente, è la mia compagna di vita Blanca, le sue lacrime romane sono entrate con me a dissetare la terra di Palestina, a lei, con cui non potevo parlare per la forte emozione ho scritto un SMS, “sono nella mia terra di Palestina, una lacrima .. e un bacio per gli amanti di questa terra”. E lei ha fatto girare questo messaggio nei quattro angoli del globo.  

Verso Betlemme
Un altro pullman ci stava aspettando, per proseguire il viaggio verso Betlemme. I miei occhi sono come una telecamera che registra tutto, non voglio perdere niente, vedo le colline bianche, di pietra, strade che girano attorno ai monti, salgono e scendono come un serpente nero, case, baracche sparse, sembra di stare in un deserto montuoso. Pochi minuti, il pullman rallenta e fa una deviazione a sinistra, è una sede delle donne palestinesi: è il primo benvenuti in Palestina, un rinfresco, veramente desiderato e al momento giusto, bibite fredde, caffè, the e biscotti. Grande l’emozione di tutti noi, fra abbracci e lacrime. Ringraziamo per l’ospitalità e di nuovo in viaggio. Betlemme, una bellissima città piena di storia, non l’avevo mai vista. Sistemati in albergo, usciamo per fare un giro turistico: la Chiesa della Natività, la piazza, le strade ed infine vicino a Khadra quel maledetto muro. Abbiamo camminato per ore, sembrava che volessimo lasciare le nostre tracce ovunque, volevamo sentire il calore e l’amore della nostra terra e della nostra gente, volevamo fotografare con gli occhi ogni cosa, volevamo sentire nuovi odori e profumi. Una signora anziana, con un vestito tradizionale ricamato, si avvicina, domandandoci siete qui per il congresso, rispondiamo di si e lei ci sorprende dicendo, dopo tanti benedizione, non mollate, non rinunciate questa è la nostra patria, è nostra solo per noi, ricordatelo quando dovete decidere, che iddio vi protegga. E se ne va con il segno della vittoria. Ci guardiamo in silenzio e un compagno ci risveglia dai nostri pensieri citando un verso di Darwish: “su questa terra/ c’è qualcosa che vale la  pena di vivere”. Ci infiliamo in un bar a bere qualcosa di fresco e continuiamo a chiacchierare. Ormai ci sentiamo a casa. 

Ramallah

È provvisoriamente la capitale politica dell’Autorità Nazionale Palestinese. Città moderna, è molto bella. La raggiungiamo con il taxi, io Yousef e suo cugino che si è stabilito in questa città dopo un lungo soggiorno in Italia, durato quasi dieci anni. Qui è diventato la nostra chiave di aiuto per qualsiasi nostra esigenza, politica o logistica. Facciamo un salto alla sede della Mezza Luna Rossa per un saluto al presidente e sbrigare alcune pratiche che riguardano la sede italiana della Mezza Luna. E subito dopo un pranzo con Fabio Amato a Bassam Salhi e le rispettive famiglie, insieme a una delegazione di Rifondazione. Fu un bellissimo incontro fra italiani.

Una tappa d’obbligo militante, è la visita al mausoleo di Arafat e un saluto al padre della patria palestinese, grande è la commozione davanti alla tomba, rispetto e silenziose lacrime, e tanti perché. La seconda tappa è un altro mausoleo, ma questa volta della cultura e della poesia è di Mahmoud Darwish.. Ci fermiamo davanti citando alcune sue poesie, in particolare; scrive sono un arabo…

 Burqa,
è il mio paesino, situato a12 km a nord di Nablus. Ho una nostalgia di andare subito, prima che i lavori del congresso prendano il via. Non era possibile. Allora approfittiamo, il Venerdì 7 agosto, sono sospesi i lavori congressuali fino alle sei del pomeriggio, per consentire, laicamente a chi vuole, di andare alla preghiera del venerdì. E laicamente insieme ad un altro paesano, troviamo un amico che ci ha accompagnato a Nablus. Partiamo presto da Betlemme. Che emozione, due ore e sarò a Burqa, dove sono nato e vissuto i miei primi dieci anni di vita, è la mia infanzia. Gli occupanti della macchina parlano del più e del meno, del congresso, di politica e io immerso in una ricerca della profonda memoria, ogni tanto partecipo alla chiacchiera, mentre il mio sguardo corre insieme alla macchina, sulle colline, a destra come a sinistra, sono tutti costruite e recintate, ci sono le colonie israeliane. Occupano le colline e rendono impossibile la nascita di un stato palestinese. Hanno recato un danno immenso al paesaggio, brutte costruzioni bianche, al di fuori di qualsiasi armonia con la natura che le circonda. Come i posti di blocco, ed il primo che incontriamo, Huwwara, ingresso da sud a Nablus, questo era un vero confine che chiudeva e isolava Nablus completamente, ora in disuso, e i poliziotti armati, fungono da vigili urbani. Entriamo a Nablus, salutiamo i nostri amici e andiamo a fare un giro, ma Nablus è chiusa, deserta, oggi è venerdì. Che delusione. Facciamo una passeggiata nel centro, ossessionato da un mio ricordo della Piazza dell’Orologio. Anche qui non è come prima, la piazza c’è, ma vuota senza la gente non ha la stessa immagine. Allora decidiamo di prendere un taxi per Burqa. Uscita nord da Nablus, vedo un posto di blocco soldati armati e a sinistra un muro molto alto, chiedo all’autista che cosa è questo, mi risponde che qui c’e l’ingresso della colonia di Shomron, passiamo senza problemi. Siamo a pochi chilometri da casa. Dico al guidatore: ora dobbiamo passare per Der Sharaf e ad un certo punto gli dico, ma qui a sinistra c’era un campo militare dell’ esercito giordano, li su quella collina, e sotto c’e una valle e di fronte un ponticello, il mio paesano, mi dice di sì, è la valle di Massoud: non sapeva che stava citando la famiglia di mia madre e di miei nonni. Le parole mi si bloccano in gola, qui ho giocato, qui venivo con mio nonno, qui sotto l’ombra di un albero mio nonno si riposava facendosi il cuscino con le sue scarpe. Ho pianto in silenzio, il nonno se n’è andato da tanto tempo, ma la terra no è ancora nostra. Avrei voluto fermare la macchina e fare una corsa su quel pezzo di terra, per dire al nonno eccomi qui, sono sicuro che sarebbe stato molto felice a sapere che suo nipote è tornato. Ma la macchina va avanti veloce, ormai siamo all’ingresso di Sabastia, uno dei siti romani più famosi, avverto l’autista che fra poco arriviamo a Burqa, stai attento è una entrata a V e se non stai attento è molto pericolosa, ora gira, siamo arrivati. Gli chiedo di fermarsi vicino all’insegna, Burqa vi da’ il benvenuto. Scendo e mi giro attorno, qui sopra a sinistra c’era la caffetteria di un mio zio, ora è solo una rovina, a destra un’altra casa di un parente è rovinata dal tempo e dall’abbandono. Proseguiamo, il mio ricordo di casa, c’è una piccola piazza davanti, ma io stavo guardando dall’altra parte, mi accorgo che siamo andati oltre, torna indietro, questa è la scuola la mia casa è prima. Quando il taxi si ferma sotto casa, alzo gli occhi e saluto con una alzata di mano, dalla terrazza si alza una voce cantante Zaghruta, è il tradizionale canto delle donne quando arriva un caro familiare dopo tanto tempo, era mia zia che mi stava aspettando, corro verso casa, abbraccio una colonna, la bacio, asciugo le lacrime e salto i gradini, mi copro fra le braccia di mia zia un lungo interminabile abbraccio, anche con l’altra zia che non vedo da 43 anni. Fra canti e pianti corro nelle stanze della mia infanzia, è tutto come era prima, sono il ragazzo che riempiva la casa di risate e strilli, con il dovuto rispetto al tempo e all’età. La casa si popola di tanti, familiari, parenti, e amici. Forse da troppo tempo che mia zia non vedeva una cosa del genere. Racconti da Mille e una Notte, sono storie di occupazione e carcere, umiliazione e rivolte, nei racconti degli amici e dei parenti. E’ tanta la voglia di vivere: dai zio andiamo a fare un giro in paese e vediamo si ancora ti ricordi qualcosa. Nella mia memoria, certe immagini sono delle sculture, resistono contro il tempo e contro l’occupazione. Ed ecco la moschea, la scuola, il centro storico, le case dove andavo a giocare con gli amici, non so quante volte ci siamo fermati a salutare, amici o parenti incontrati sul cammino, tutto ritorna e risorge dalla mia memoria, è come trovare una fonte d’acqua che ti salva la vita. Torniamo a casa, la zia era molto preoccupata. Dopo tanti anni, ora posso andare a dormire nella stessa camera dei miei genitori. È un dormiveglia, d’amore e di memoria. Vale la pena di lottare e fare si che il sogno della Palestina libera diventi realtà.