Una infrastruttura di terrorismo ebraico

Haaretz.com

13.09.2009  

http://www.haaretz.com/hasen/spages/1113843.html   

“Un’infrastruttura di terrorismo ebraico.” 
 
di Roi Maor e Dror Etkes
 

Durante alcuni
dei mesi trascorsi, la questione delle colonie è stata al primo posto dell’ordine del giorno generale, con la scena politica israeliana in fermento di fronte ai colloqui tra il governo israeliano e l’inviato dell’amministrazione del Presidente degli Stati Uniti Barak Obama per un “congelamento” dei lavori di costruzione nelle colonie della West Bank e a Gerusalemme Est. Al tempo stesso, membri della Knesset hanno fatto il giro degli avamposti e delle colonie della West Bank, rilasciando dichiarazioni sulla legalità o illegalità dei luoghi da loro visitati.



In vista dell’intensa discussione in corso, sia a livello locale che a livello internazionale, è importante ricordare che la questione della “legalità” delle colonie non è semplicemente un labile tecnicismo che può essere risolto con un tratto di penna. Intanto, secondo il diritto internazionale tutti gli avamposti e le colonie nella West Bank sono illegali. Ma perfino la legislazione israeliana nella sua visione più basilare, vieta alcune delle iniziative che sono state messe in atto per “legalizzare” queste comunità. La confisca delle terre palestinesi è un problema cruciale, quello che mette in evidenza la contraddizione di Israele che sostiene di essere uno stato che opera nel rispetto delle norme del diritto, che rispetta i diritti individuali e protegge il debole dalla violenza dello sfruttamento.

 

Fin dal primo inizio dell’impresa della colonizzazione, più di quarant’anni fa, Israele ha espropriato le terre della West Bank secondo un metodo ben progettato, sistematico e violento. Le vittime di questo meccanismo perdono i loro campi coltivati ed in tal modo anche la possibilità di condurre una vita normale. La loro fonte di reddito è compromessa, tanto da portare spesso alla diffusione di povertà e stenti.

 

Le operazioni in corso negli ultimi dieci anni, ad esempio, con le quali i coloni di Eli, a nord di Ramallah, hanno preso possesso di un certo numero di colline che circondano il nucleo coloniale originario, hanno compromesso seriamente la facoltà dei palestinesi dei villaggi vicini di Qaryut, Luban al-Sharqiyah e Al-Sawiyah di poter raggiungere le migliaia di dunum di terreno dei quali essi sono proprietari e dai quali dipendono per la loro sussistenza. Persino laddove hanno ancora una sia pur minima possibilità di accesso (solitamente per due o tre giorni all’anno, nel periodo della raccolta delle olive) i loro prodotti vengono rovinati, i contadini vengono aggrediti fisicamente ed essi sono semplicemente impossibilitati ad occuparsi in maniera adeguata dei loro raccolti.

 

Contrariamente all’impressione creata in Israele dalle cronache riportate dai mezzi di informazione, questi incidenti che si verificano solo nei dintorni delle colonie che hanno la reputazione di essere particolarmente radicali o estremiste, non sono isolati e non correlati tra loro. Piuttosto, si tratta di una campagna ben coordinata, che si svolge contemporaneamente in tutta la West Bank, da Hebron, nel sud, a Nablus, nel nord. Se si guarda una mappa di tutti i luoghi dove sono avvenuti incidenti di questo tipo, diventa evidente la strategia generale: il trasferimento dei palestinesi che vi sono rimasti dall’Area C (com’è stata definita dagli accordi di Oslo), la quale costituisce il 60% della West Bank e che è sotto il controllo totale di Israele.

 

In anni recenti, volontari di Yesh Din hanno raccolto le testimonianze rilasciate da dozzine di palestinesi ai quali è stato impedito di poter raggiungere i loro terreni prossimi ad alcune colonie ed avamposti con mezzi diversi dalla sola barriera di separazione. Le loro relazioni fanno vedere che in molte occasioni i contadini palestinesi sono cacciati fuori di forza. In altri casi, essi possono farcela a raggiungere le loro coltivazioni incolumi, solo per scoprire che i loro raccolti sono stati incendiati, estirpati o danneggiati in qualche altro modo dai coloni.

 

Questi soprusi possono non rappresentare la politica ufficiale di Israele, ma lo stato fa poco per impedirli. Nella smisurata maggioranza dei casi nei quali le vittime di violenze hanno sporto denuncie, la polizia – che, dopo tutto, in molti casi è costituita da israeliani ebrei i quali, talvolta, sono essi stessi residenti di colonie – chiude i casi senza aver emesso incriminazioni e , in molti casi, perfino senza aver condotto indagini accurate ed esaustive. Ciò porta a un’ovvia conclusione: la confisca sistematica delle terre e le violazioni della legge si verificano perché le autorità legali si voltano dall’altra parte e permettono che incidenti di questo tipo accadano.

 

Il problema comincia con i soldati sul campo, che non trattengono i criminali violenti, e termina con  l’azione giudiziaria della polizia e dello stato che non sono capaci di applicare tutta la forza della legge per reprimere i colpevoli.

 

Nella West Bank, si sta creando una infrastruttura di terrorismo ebraico. Tramite una politica che loro hanno soprannominato dello ”scontrino del prezzo”, i coloni hanno dichiarato di aver l’intenzione di aggredire  palestinesi innocenti in risposta alla percezione di una qualsiasi minaccia nei confronti di una colonia o di un avamposto, sia essa verbale o fisica. Tutto ciò rappresenta solo la conclusione estrema, aneddotica e  intransigente, di questa infrastruttura. Praticando l’intimidazione e le sistematiche violazioni della legge, il fine ultimo dei coloni che applicano questa politica consiste nell’usurpare terra sempre di più. A sua volta, questo danneggia la sussistenza, la proprietà e il benessere di decine di migliaia di palestinesi.

 

Quei difensori del movimento dei coloni che sostengono che, in una democrazia, gli ebrei dovrebbero poter vivere in ogni luogo della Terra d’Israele, non riescono a riconoscere che lo stato sta permettendo che si sbriciolino i principi fondamentali della democrazia con il metterli nelle mani di violenti integralisti. Si dovrebbe implementare la difesa della proprietà privata, in quanto norma assoluta e quindi non relativa, senza piegarsi a favorire l’usurpazione delle terra da parte di gangster.

 

Roi Maor è direttore generale di Yesh Din: Volontari per i Diritti Umani

Dror Etkes è direttore del Progetto Terre di Yesh Din

 

(tradotto da mariano mingarelli)