Un pioniere del sionismo rinuncia al sionismo.

Counterpunch
17.08.2009
http://counterpunch.org/cobban08172009.html  

Un pioniere del Sionismo rinuncia al Sionismo
di HELENA COBBAN

Non avevo mai incontrato Dov Yermiya, un attivista del pacifismo israeliano che ora ha 94 anni. Ma avevo letto il libro da lui pubblicato nel 1983 nel quale scrisse con angoscia delle torture e altri gravi maltrattamenti di civili di cui era stato testimone diretto durante l’invasione del Libano dell’anno precedente. Ce l’ho nelle mie mani ora.
Ho appena appreso, da una lettera aperta pubblicata da Uri Avnery, che Yermiya ha recentemente rinunciato all’ideologia e alla pratica del sionismo con queste commoventi parole:

“Io, un Sabra (ebreo nato in Israele) di 95 anni, che ha arato i campi, piantato alberi, costruito una casa e allevato figli, nipoti e pronipoti, e versato il proprio sangue nella battaglia per la fondazione dello Stato di Israele, dichiaro con la presente che rinuncio alla mia fede nel sionismo che ha fallito e che non sarò leale con questo stato fascista e le sue folli visioni, che non canterò più i suoi inni nazionalisti, che starò sull’attenti solo nei giorni di cordoglio per coloro che sono caduti su ambedue i fronti di guerra e che guardo con il cuore spezzato a una Israele che sta commettendo suicidio e a tre generazioni di discendenti che ho generato e allevato in questo paese….per 42 anni ha trasformato quella che sarebbe dovuta essere la Palestina in un gigantesco campo di prigionia e sta tenendo un intero popolo prigioniero sotto un crudele e oppressivo regime con il solo scopo di sottrargli il suo paese, qualunque cosa possa accadere.


 


L’esercito israeliano reprime facilmente i loro tentativi di rivolta, con l’attiva assistenza dei coloni assassini, con un brutale sistema di sofisticato apartheid e un soffocante blocco, con inumani maltrattamenti di malati e donne partorienti, la distruzione della loro economia e il furto delle loro terre migliori e della loro acqua.

Soprattutto, si detiene la bandiera nera per lo spaventoso disprezzo per la vita e il sangue dei palestinesi. Israele non sarà mai perdonata per il terribile spargimento di sangue, specialmente di bambini, in quantità agghiacciante….

La risposta di Avnery è affascinante. Anch’egli è un veterano pacifista, e quasi della stessa generazione di Yermiya. Ma nella lettera io credo che egli stia cercando di convincerlo a non rinunciare completamente al sionismo, ma piuttosto di ritornare a quell’idealistico sionismo che ambedue avevano sperimentato nella loro giovinezza.

Egli scrive:

“Quando io penso alla nostra giovinezza, la tua e la mia, c'è una scena che non dimenticherò mai: il Dalia Festival del 1947.

Decine di migliaia di giovani uomini e donne erano seduti sul fianco di una collina nel naturale anfiteatro del kibbutz Dalia sul Monte Carmelo. Apparentemente era un festival di musica folk, in realtà era molto di più, una grande celebrazione della nuova cultura ebraica che stavamo creando nel paese, nella quale la danza popolare giocava un ruolo importante. I gruppi di danza provenivano per lo più dai kibbutz e dai movimenti giovanili e le danze erano originali creazioni ebraiche, intessute con danze russe, polacche yemenite e hassidiche. Un gruppo di arabi ballava la Debka in estasi, continuando a danzare ininterrottamente.

Nel mezzo dell’evento, gli altoparlanti annunciarono che si stavano unendo a noi membri della Commissione d’inchiesta dell’Onu, che erano stati mandati dall’organizzazione internazionale per decidere sul futuro del paese: quando li abbiamo visti entrare nell’anfiteatro, le decine di migliaia di persone si alzarono in piedi spontaneamente e cominciarono a cantare "Hatikva", l’inno nazionale, con un sacro fervore che si riverberava sulle montagne intorno.

Allora non sapevamo che nel giro di sei mesi sarebbe scoppiate la grande guerra arabo-ebraica la nostra guerra di indipendenza e la loro Nakba. Io credo che la maggior parte dei 6000 giovani che caddero in quella guerra dalla nostra parte, come le migliaia che furono feriti, come me e te, erano presenti in quel momento a Dalia, guardandosi e cantando insieme.

A quale stato pensavamo allora? Quale stato abbiamo creato?

Che cosa è accaduto alla società ebraica, alla cultura e alla moralità ebraiche, di cui eravamo così fieri?"

Quindi, egli afferma: "Tu, Dov, hai investito troppo in questo stato per voltargli le spalle in un gesto di rabbia e disperazione. Il più comune trito e logoro slogan in Israele è anche vero: “Noi non abbiamo un altro stato!”

Altri stati nel mondo sono sprofondati nella più profonda depravazione e commesso indicibili crimini, molto peggiori dei nostri peggiori peccati, e comunque sono rientrati nella famiglia delle nazioni e hanno redento le loro anime.

Noi, e i membri della nostra generazione, che eravamo tra coloro che hanno creato questo stato, abbiamo una pesante responsabilità per questo. Una responsabilità verso la nostra progenie, verso coloro che sono oppressi da questo stato, verso il mondo intero. Non possiamo sfuggire a questa responsabilità.

Anche alla tua rispettabile età e precisamente per questo e per ciò che tu rappresenti tu devi essere una bussola per i giovani e dire loro: questo stato vi appartiene, voi potete cambiarlo, non permettete a questi saccheggiatori nazionalisti di sottrarvelo!

Vero, 61 anni fa noi avevamo un altro stato in mente: ora, dopo che il nostro stato è precipitato dov’è oggi, dobbiamo ricordare quell’altro stato e ricordare a tutti, ogni giorno, quale stato avrebbe dovuto essere, quale può essere, e non permettere alla nostra visione di sparire come un sogno. Prestiamoci a ogni sforzo per rimediare e curare! Si tratta di questioni molto importanti che questi due sionisti di lunga data si trovano a dibattere".

Mi ricordo di quella sera agli inizi di marzo trascorsa con Amos Gvirtz, attivista di vecchia data ebreo israeliano. Gvirtz ha circa settant'anni e come Avnery e Yermiya è cresciuto in Israele.

In marzo mi ha detto:

"Sono diventato un antisionista dopo Oslo, quando il governo ha espulso gli arabi di Jahhaleenn per fare spazio al grande nuovo insediamento di Maale Adummim…Come i sionisti, credo che noi ebrei abbiamo bisogno di un nostro stato. Ma a differenza dei sionisti, non penso che possa essere costruito sulle rovine di case altrui. Pertanto il nostro stato non deve necessariamente essere lì".

Anche Gvirtz, come Avnery, vede un forte legame tra gli eventi del 1947-48 e la situazione odierna, sebbene il carattere del legame individuato da Gvirtz è molto differente da quello di Avnery: "La Nakba non è stata semplicemente un singolo evento accaduto nel 1948, ma piuttosto un processo che si è protratto fino ad oggi". In altre parole, era alquanto riluttante a dividere la storia di Israele, come fa ancora Avnery, fra i tempi idealistici e innocenti del Dalia festival del 1947 e l'era della perdita dell'innocenza inaugurata solo, secondo il parere di Avnery, dall'occupazione israeliana della West Bank.

Ovviamente è una questione molto pesante da affrontare per i sionisti e i loro sostenitori. Il 1967 ha segnato una notevole frattura fra un passato lodevole e un presente fastidioso? Oppure, come sostengono Gvirtz e molti altri attuali antisionisti e non sionisti, ci sono molti elementi indicanti una continuità dai tempi del 1947 fino ad oggi?

In ogni caso, mi piacerebbe leggere il testo integrale dell'ultima lettera di Yermiya che Avnery cita, se qualcuno potesse fornirmi un link per trovarla, preferibilmente in inglese. L'unico suo testo recente in inglese che ho potuto trovare su Internet è stata questa lettera, pubblicata dal settimanale comunista Zo Haderekh nel giugno 2008.

Con questa lettera, Yermiya rispediva al ministro della difesa Barak l'invito che aveva ricevuto per partecipare a una cerimonia in onore di tutti i veterani della "guerra d'indipendenza" di Israele del 1948.

Ha scritto:

"Come veterano della guerra del 1948, che fu ferito in un combattimento faccia a faccia due settimane prima della dichiarazione dello Stato, mi sento in obbligo con la presente di rispedire l'invito a Lei, quale Ministro della difesa. Mi rincresce farlo ma ritengo sia un mio dovere.

La ritengo, Ehud Barak, uno dei massimi comandanti militari e dei leader politici di rilievo responsabili per aver trasformato l'esercito da "Forze di Difesa Israeliane" in un esercito di occupazione e oppressione del popolo palestinese e un difensore degli insediamenti criminali nel loro paese.

Quarant'anni di occupazione hanno totalmente corrotto l'esercito israeliano e tutti gli strati della società israeliana. Entrambi sono caratterizzati da un "vento dell'est" nazionalistico [il vento dell'est porta il khamaseen e le cavallette] che soffia e suscita il conflagrare di guerre senza fine, che mettono il nostro popolo e la nostra terra a rischio della terza e finale distruzione. La Sua parte di responsabilità in tutto ciò è enorme e pertanto le rispedisco l'invito, senza ringraziarLa…." 

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Helena Cobban è un esperta scrittrice, ricercatrice, e organizzatrice di programmi in materia di affari internazionali. Dal 2003 ha pubblicato "Just World News", un vivace blog su questioni internazionali che ha guadagnato un vasto pubblico di lettori di tutto il mondo. Le si può scrivere all'indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

(traduzione di Caterina e Francesca Guarna)